Iniziamo dalle conclusioni: che il buon vecchio Facebook stia cercando in tutti i modi di far rimanere al suo interno gli utenti, senza farli "distrarre" su altre pagine, è ormai chiarissimo, vero? Così com'è scontato che questa permanenza, per il social, si traduce in potenziali introiti economici.
Veniamo al dunque e facciamoci una domanda. Paura di non riuscire a leggere tutto quello che postano gli amici su Facebook?
Mark Zuckerberg ha pensato anche a questo. A pochi giorni dalla notizia del pulsante "compra" con il quale non dovremo (forse) neppure più muovere le dita per andare su altri siti per l'e-commerce, ecco che FB vuol pure fare sua l'utilità dei reader.
Al suo interno, il social ha varato in forma sperimentale una nuova funzione per permettere agli utenti di leggere gli status-papiro degli amici, vedere i video o leggersi i link più tardi.
Ecco dunque il pulsante "salva", una specie di segnalibro che sarà utilizzabile sia su web sia in versione mobile. La funzione comparirà automaticamente sotto i post o accanto ai contenuti delle pagine fan. Ciò che viene salvato finirà in una sezione dedicata e non sarà pubblico, a meno che l'utente non voglia ri-condividerli con altri.
Esattamente come per gli acquisti online, l'opzione "salva" non è una novità, ma fu sperimentata un paio d'anni fa.
Un'opzione molto utile, di certo, per chi utilizza Facebook in modo professionale, per mantenere uno "storico" delle menzioni e degli articoli linkati sul social sulle proprie attività.
D'altro canto, ci sarà anche chi si salverà tutte le chiacchiere possibili per poi farsi una "rassegna status" alla sera!
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martedì 22 luglio 2014
giovedì 27 marzo 2014
Perchè un giornalista non deve essere un commerciante di notizie
Avete
notato che sempre più spesso gli articoli delle testate
giornalistiche online sembrano essere gli stessi? Cavolo, io non sto
proprio fisso davanti al pc, ma a volte vedo nel giro di un giorno
cinque-sei testate, e sono quelle maggiori, spiattellare la stessa
identica notizia con un taglio leggermente differente, con titoli che
cercano disperatamente la keyword giusta, e spesso con immagini d'anteprima uguali. Sono quasi impazzito per evitare di vedere
ovunque quel dannato First Kiss, tanto per citare una “notizia”
(virgolette d'obbligo) recente e conosciuta.
Poi
leggo un interessantissimo articolo de Linkiesta
sul fenomeno del picking
(quello appena esemplificato) e, subito dopo, un pezzo su
Internazionale
che mi ha fatto accapponare
la pelle.
Il primo, di Andrea Coccia, si chiede se giustamente non sia il caso di fermarsi in tempo e tornare a fare del giornalismo genuino e non schiavo dei numeri e delle condivisioni; il secondo, di rimando, ha l'eloquente titolo di “Quando il giornalista viene pagato per il traffico che produce”, e presenta esempi di come alcune testate straniere (l'indagine originale è del NY Times) si orientino a pagare i collaboratori in base ai “numeri” che producono, ovvero clic e contatti.
Il primo, di Andrea Coccia, si chiede se giustamente non sia il caso di fermarsi in tempo e tornare a fare del giornalismo genuino e non schiavo dei numeri e delle condivisioni; il secondo, di rimando, ha l'eloquente titolo di “Quando il giornalista viene pagato per il traffico che produce”, e presenta esempi di come alcune testate straniere (l'indagine originale è del NY Times) si orientino a pagare i collaboratori in base ai “numeri” che producono, ovvero clic e contatti.
In
pratica, i giornalisti come PR della notizia (qualsiasi), come
spacciatori di roba “meglio tagliata” o forse solo tagliata più
in fretta per battere altri sul tempo. O ancora, chi ha più follower
e/o una rete forte e numerosa di conoscenze virtuali può battere chi
scrive meglio o produce notizie migliori. Contano solo i numeri.
Se
questa prassi può passare per notizie flash
e breaking
news,
soprattutto se settoriali (finanza, marketing, politica, cronaca)
dove va a finire l'essenziale e peculiare approfondimento?
Perchè ormai una breve e sintetica “notizia”, che racconta un
fatto, la sanno fare anche i computer (è recente l'esperimento sugli
aggiornamenti sui terremoti). Ma la variabile, importantissima, dell'originalità e della creatività, dell'analisi e dello scavo in profondità? Del punto di vista unico,
umano, e argomentato della persona che scrive?
“I
giornalisti non sono molto bravi con i numeri”, si legge
nell'articolo che m'ha inquietato. No, con quei
numeri non DEVONO esserlo. I numeri sono ingannatori. Soprattutto
quelli che vengono sbandierati per far propaganda alla propria
attività online. Il clic è un freddo dato numerico, non è garanzia
né di ritorno economico – ormai ossessione imperante - né
tantomeno di qualità dell'informazione.
Secondo
questo ragionamento, tutto ciò che fa clic e ascolti sarebbe giusto,
legittimo e dignitoso.
Se
i giornalisti stessi, per rincorrere quei numeri che nel giro di poco
tempo inizieranno a contare sempre meno, producono notizie che non
hanno alcun valore reale ed anzi difficilmente posso essere definite
“notizie”, come potremo più stabilire un criterio di
credibilità?
In
questo modo non si potrà più accettare nemmeno una critica al modo
di fare giornalismo di – per dirne uno – Studio Aperto: un tg
che, ragionando in questo modo, non fa altro che dare a un certo
pubblico quello che vuole, in relazione agli ascolti (se non
funzionasse, cambierebbe radicalmente). Quindi dove voglio arrivare?
Ad affermare che quella dei numeri e del dare al pubblico quello che piace è una palese giustificazione e non regge,
ovvio.
Ascoltare
i propri lettori/utenti non significa utilizzarli come un mercato e
di riflesso mercificare la notizia. O credete che i post di
Repubblica.it su gattini, gossip e fotomontaggi abbiano giovato
all'autorevolezza e all'immagine della testata? Davvero, fermandosi a
riflettere un momento, si preferisce barattare il rigore e la
credibilità per qualche migliaio di clic e commenti perlopiù
negativi e sarcastici? Riprodurre contenuti identici ad altri siti è
una politica giornalistica accettabile?
Perchè
deve esserci differenza tra un blog qualsiasi e una testata
giornalistica. Perchè, con i tempi che cambiano a velocità
supersonica, chi svolge questa professione deve trovare davvero
qualcosa di utile da dire, da raccontare, da approfondire.
L'originalità
paga. Crea qualcosa. Di sicuro non si potrà più fare a meno del
rilancio delle tante notizie che arrivano da fonti autorevoli dalle
quali in moltissimi attingono.
Ma
il lavoro del giornalista dovrebbe essere quello di rendere ogni
notizia capace di “dare” qualcosa in più al proprio pubblico. Un
copia e incolla e mischia è ingeneroso e deleterio per la categoria
e la professione.
Purtroppo
quella cosa chiamata “etica”, che negli svariati ambiti della
vita chiamiamo “coscienza” (solitamente incitando gli altri ad
averla) non si può inventare e distorcere come preferiamo.
L'etica
di un giornalista è forse al giorno d'oggi l'unica cosa che rimane a
chi vuole davvero fare questa professione credendoci un minimo.
Quasi
certamente continua...
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lunedì 18 novembre 2013
I broccoletti, il circolino letterario dell'amore di Volo e il saggio TZN
Temevo sarebbe successo. Dopo il mio annuncio di
evitare come la peste il Corriere della Sera di domenica e del suo
inserto La Lettura, che ospita l'intervento di Fabio Volo, questa
mattina mi sono ritrovato sotto casa dei broccoletti viventi che mi
hanno rapito e portato in un appartamento piccoloborghese, con una
signora che cucina da non so più quante ore.
Mi hanno legato e costretto a leggere ad alta voce
l'articolo culturale di Volo.
Titolo (non scherzo): “I miei libri, come
broccoletti nell'anima”.
Come vedete, dopo la narrativa adesso dovrà tremare
il mondo della poesia.
Inutile il mio protestare, urlare e serrare gli
occhi: l'alternativa era leggere quello o dover ascoltare senza
tregua in cuffia l'opera omnia di Gigi D'Alessio.
Faccio un breve riassunto per chi ha voluto
conservare i nervi a posto, partendo dal dato fondamentale:
nell'articolo non c'è la minima ombra di un argomento o un
ragionamento culturale.
Se mai, il tutto si riduce ad un lunghissimo peana
sulla sua “molla interiore”, un temino pseudo-sociale su come i
tempi stiano cambiando e il “pubblico” anche. Lui la vede come
una cosa positiva – per forza, ci fa palate di soldi sopra – io
l'avverto come sirena d'allarme, peraltro vecchia: tanti di quelli
che leggono i suoi libri non sono lettori abituali ma occasionali o
d'occasione. Poi Volo dà il massimo: parla di come non abbia un
fanclub ma latori del suo successo siano milioni di persone qualunque
(ovviamente le persone migliori: quelle che fanno l'Italia, che sono
l'Italia, forza Italia! Famigliuole, laureati, diplomati, quelli con
la terza media come lui, preti e suore). Arriva persino, sfiorando il
sublime, ad accusare la nostra letteratura di utilizzare personaggi
banali e poco sfumati (ora, non che si brilli in questo senso, ma
almeno qualche scrittore un po' di ambiguità la utilizza: ma Volo
legge? Cosa e chi legge?). Poi si capisce il perchè: mica prende in
mano dei libri, lui, guarda la tv. I libri vanno scritti, spiega,
come Breaking Bad, come Mad Men... come le serie americane insomma.
Vorrebbe fare questo, in futuro. Sospiro di sollievo
da parte mia. Volesse il cielo, come se in America non ci fossero
migliaia di scrittori dal talento cristallino che contro le ostiche
strutture della narrazione seriale non si sono rotti le ossa. Un tipo
di format che richiede non solo capacità inventiva ma anche
rispetto, dedizione, mestiere, sagacia, tecnica: buona fortuna.
E poi, ecco il vero punto a cui tiene: in Italia –
sorpresona – c'è troppa gente che critica perchè è avvelenata
dall'odio. Dopo il partito dell'amore (che vince sempre sull'odio,
ricordatevelo, stronzi fottuti che non siete altro) ci sarà il
circolino letterario dell'amore. Viva l'amore.
A quel punto (che purtroppo era alla fine) non c'è
l'ho più fatta. Ho strappato le catene, ho divorato i broccoletti,
ho lanciato la signora dentro al forno e poi sono andato a vomitare.
Tutti uguali. Come al solito il ragionamento finale
arriva lì. Senza cattiveria, per carità, ma ci vogliono tutti
uguali. Quelli come Volo vorrebbero che guardassimo Zalone e La vita
di Adele con gli stessi occhi, lo stesso spirito e la stessa assenza
di capacità critica, così da dire: “Oh, che bel film” verso
entrambi. “Sì, a modo suo è interessante”, per le opere di
Kechiche e per Sole a catinelle. Per carità, mai dire che qualcosa è
una merda, che magari manca di originalità, inventiva, basi
tecniche, o che magari è un'inutile brodaglia riscaldata di melenso
autobiografismo d'accatto con aforismi da due soldi. No, saremmo dei
cattivoni avvelenati d'odio che, probabilmente, hanno aspirazioni
frustrate.
Altro grande cavallo di battaglia di chi ha una
qualunque forma di successo per tagliare le gambe a chi
legittimamente vuol dire la sua.
A Volo e quelli come lui:
auguratevi davvero che il vostro pubblico non entri mai in contatto
con la vera letteratura, come ipocritamente augurate.
Dovreste, invece, farvela sotto di fronte a questa prospettiva. Se
uno legge Calvino non può sperare poi di leggere Fabio Volo con gli
stessi occhi, fare come se niente fosse. Che si mettano l'anima in
pace, lui e i suoi broccoletti: una volta che qualcuno entra in
contatto con qualcosa di puro, di bello e di vero, la stronzata non è
più digeribile. Dopo aver letto, visto o ascoltato un'opera davvero
grande, sconvolgente, interessante, dal valore alto e istruttivo...
una stupidaggine innocua e leggera, anche se sincera avrà la
considerazione e la critica che si merita.
Per quanto riguarda l'altro tormentone-tormento del
giorno, ovvero Masterpiece, mi tocca tacere. Il fatto è che
semplicemente non mi interessa. La trovo un'idea malsana fin dalla
sua nascita, basata su un presupposto sbagliato e fuori da ogni
logica, ovvero abbassare la scrittura a materia di reality-talent e
relative dinamiche, alle quali l'esercizio della letteratura non si
può declinare. La mia soluzione è soltanto una, togliere quello che
serve alla tv: lo spettatore. Non lo vedo e non lo vedrò (nota per
altri aspiranti broccoletti: spero non mi tocchi una cura Ludovico
per questo).
Così come non darò mai soldi a case editrici, riviste e quotidiani che ospitano interventi dell'autore dei broccoletti nell'anima, e di levatura simile.
Citazione da tenere a mente per tutti: “E voglio indifferenza se mai
mi vorrai ferire”.
Iniziamo, almeno noi, a ignorare questi fenomeni.
E ora provate a darmi dello snob, bitches.
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sabato 16 novembre 2013
Il peggio della settimana (deve ancora venire): Fabio Volo, la cultura e Blurred Lines
Domani non comprerò il Corriere della Sera. Ma non
c'è niente di strano, non è che io lo compri così spesso. Ecco,
magari la domenica sì, e domani avrei anche potuto comprarlo. Lo
sapete che sull'inserto La Lettura (bello eh, ma a volte un po'
pesantuccio ed elitario) ci sarà un articolo di Fabio Volo, vero?
Ecco.
Quindi faccio l'unica cosa sensata a fronte di un
miliardo di discorsi, tweet, post, status e sticazzi vari che hanno
scatenato l'inferno negli ultimi giorni. Esercito il mio potere di
umile consumatore nei confronti di un prodotto.
E non voglio che si ripeta la tiritera che se uno
non apprezza Fabio Volo è snob, invidioso, misantropo, fuori dalla
realtà, cattivo, sordocieco, etc etc... Sono curioso di vedere cosa
sarà pubblicato domani e sarò persino felice di leggerlo, ma non
pagherò per poterlo fare. Poi, forse, neppure mi unirò alle “mille
voci al sonito” di manzoniana memoria.
Certo, è curioso. Insomma, sullo spazio culturale
del Corriere hanno scritto persone del calibro di Pasolini,
D'Annunzio, Sciascia, Maraini, giusto per dirne quattro. La Lettura ha
garbatamente assegnato un sei e mezzo in pagella all'ultimo libro di
Volo (come allo studente duro di comprendonio ma che si applica, con
incentivo a fare di meglio) in modo da mettere le mani avanti,
andando a scomodare e impallinare in modo inclemente la prosa di
Mazzantini, De Luca e Carofiglio facendola apparire come arzigogolata
e farraginosa, giusto per esaltare la scrittura da uomo della strada
del nuovo acquisto.
Frase cult: “Preferirei Fabio Volo”.
Ecco, io no.
Io il Corriere della Sera, per questo, non lo
compro. Punto.
Il successo e il valore non sono la stessa cosa. Il
successo non perdona, il successo non ti fa perdonare e spesso è
imperdonabile che vada a colpire persino il pubblico, o almeno la sua
parte “orgogliosa di essere cultura” che sa riconoscere la statura di
un'opera e di un autore. Certo, stiamo parlando in questo caso di un
successo di pancia e non di cervello (direi che su questo pochi
possano dissentire), ma sempre lì si va a finire: si scambia il
successo per il valore assoluto del prodotto. Un libro, una storia,
un racconto, non devono per forza parlare a centinaia di migliaia di
persone per essere degni di nota. Se il marketing sopperisce al
riconoscimento del valore, il gioco è abbastanza scoperto e facile
da smascherare per chiunque abbia un po' di cervello.
Aggiungo però un'altra cosa, come esempio lampante della
'condanna' per via del successo commerciale, dove non dobbiamo andare
a finire “noi della cultura”. Fa notizia (adesso!) il
boicottaggio (adesso!) da parte di un bel gruppetto di gruppi
organizzati di studenti universitari inglesi della canzone Blurred
Lines (eddaje) di Robin Thicke. Dopo 8 mesi dal lancio del singolo e
un successo planetario di dimensioni – e dollaroni – enormi. Dopo
che da marzo 2013 studenti e studentesse di ogni lingua, estrazione
sociale e convinzione politico/etico/sociale se la sono ballata e
canticchiata ovunque, nel 99% per cento dei casi fregandosene del
testo (che, detto tra noi, è una stronzata giocosa da morti di figa
ed è sempre meglio delle liriche patetiche di Vasco Rossi che sembra
sempre cercare di rimorchiare un'adolescente). Ha senso? Il testo è
davvero così misogino? Il video talmente offensivo da generare anche
cloni ulteriormente, involontariamente offensivi per la causa che
difendono? E allora a quasi tutti i rapper americani e nostrani che cosa
dovremmo fare, la castrazione chimica per oltraggio reiterato e
compiaciuto all'intero genere femminile da quando esiste il genere?
Il successo non perdona, ma almeno di Robin Thicke
non dicono che è il nuovo Stewie Wonder...
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