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martedì 22 luglio 2014

In crisi di tempo? Facebook ti farà salvare tutto

Iniziamo dalle conclusioni: che il buon vecchio Facebook stia cercando in tutti i modi di far rimanere al suo interno gli utenti, senza farli "distrarre" su altre pagine, è ormai chiarissimo, vero? Così com'è scontato che questa permanenza, per il social, si traduce in potenziali introiti economici.

Veniamo al dunque e facciamoci una domanda. Paura di non riuscire a leggere tutto quello che postano gli amici su Facebook?
Mark Zuckerberg ha pensato anche a questo. A pochi giorni dalla notizia del pulsante "compra" con il quale non dovremo (forse) neppure più muovere le dita per andare su altri siti per l'e-commerce, ecco che FB vuol pure fare sua l'utilità dei reader.
Al suo interno, il social ha varato in forma sperimentale una nuova funzione per permettere agli utenti di leggere gli status-papiro degli amici, vedere i video o leggersi i link più tardi.

Ecco dunque il pulsante "salva", una specie di segnalibro che sarà utilizzabile sia su web sia in versione mobile. La funzione comparirà automaticamente sotto i post o accanto ai contenuti delle pagine fan. Ciò che viene salvato finirà in una sezione dedicata e non sarà pubblico, a meno che l'utente non voglia ri-condividerli con altri.
Esattamente come per gli acquisti online, l'opzione "salva" non è una novità, ma fu sperimentata un paio d'anni fa.

Un'opzione molto utile, di certo, per chi utilizza Facebook in modo professionale, per mantenere uno "storico" delle menzioni e degli articoli linkati sul social sulle proprie attività.
D'altro canto, ci sarà anche chi si salverà tutte le chiacchiere possibili per poi farsi una "rassegna status" alla sera!

giovedì 27 marzo 2014

Perchè un giornalista non deve essere un commerciante di notizie

Avete notato che sempre più spesso gli articoli delle testate giornalistiche online sembrano essere gli stessi? Cavolo, io non sto proprio fisso davanti al pc, ma a volte vedo nel giro di un giorno cinque-sei testate, e sono quelle maggiori, spiattellare la stessa identica notizia con un taglio leggermente differente, con titoli che cercano disperatamente la keyword giusta, e spesso con immagini d'anteprima uguali. Sono quasi impazzito per evitare di vedere ovunque quel dannato First Kiss, tanto per citare una “notizia” (virgolette d'obbligo) recente e conosciuta.
Poi leggo un interessantissimo articolo de Linkiesta sul fenomeno del picking (quello appena esemplificato) e, subito dopo, un pezzo su Internazionale che mi ha fatto accapponare la pelle.
Il primo, di Andrea Coccia, si chiede se giustamente non sia il caso di fermarsi in tempo e tornare a fare del
giornalismo genuino e non schiavo dei numeri e delle condivisioni; il secondo, di rimando, ha l'eloquente titolo di “
Quando il giornalista viene pagato per il traffico che produce”, e presenta esempi di come alcune testate straniere (l'indagine originale è del NY Times) si orientino a pagare i collaboratori in base ai “numeri” che producono, ovvero clic e contatti.
In pratica, i giornalisti come PR della notizia (qualsiasi), come spacciatori di roba “meglio tagliata” o forse solo tagliata più in fretta per battere altri sul tempo. O ancora, chi ha più follower e/o una rete forte e numerosa di conoscenze virtuali può battere chi scrive meglio o produce notizie migliori. Contano solo i numeri.
Se questa prassi può passare per notizie flash e breaking news, soprattutto se settoriali (finanza, marketing, politica, cronaca) dove va a finire l'essenziale e peculiare approfondimento? Perchè ormai una breve e sintetica “notizia”, che racconta un fatto, la sanno fare anche i computer (è recente l'esperimento sugli aggiornamenti sui terremoti). Ma la variabile, importantissima, dell'originalità e della creatività, dell'analisi e dello scavo in profondità? Del punto di vista unico, umano, e argomentato della persona che scrive?
I giornalisti non sono molto bravi con i numeri”, si legge nell'articolo che m'ha inquietato. No, con quei numeri non DEVONO esserlo. I numeri sono ingannatori. Soprattutto quelli che vengono sbandierati per far propaganda alla propria attività online. Il clic è un freddo dato numerico, non è garanzia né di ritorno economico – ormai ossessione imperante - né tantomeno di qualità dell'informazione.
Secondo questo ragionamento, tutto ciò che fa clic e ascolti sarebbe giusto, legittimo e dignitoso.
Se i giornalisti stessi, per rincorrere quei numeri che nel giro di poco tempo inizieranno a contare sempre meno, producono notizie che non hanno alcun valore reale ed anzi difficilmente posso essere definite “notizie”, come potremo più stabilire un criterio di credibilità?
In questo modo non si potrà più accettare nemmeno una critica al modo di fare giornalismo di – per dirne uno – Studio Aperto: un tg che, ragionando in questo modo, non fa altro che dare a un certo pubblico quello che vuole, in relazione agli ascolti (se non funzionasse, cambierebbe radicalmente). Quindi dove voglio arrivare? Ad affermare che quella dei numeri e del dare al pubblico quello che piace è una palese giustificazione e non regge, ovvio.
Ascoltare i propri lettori/utenti non significa utilizzarli come un mercato e di riflesso mercificare la notizia. O credete che i post di Repubblica.it su gattini, gossip e fotomontaggi abbiano giovato all'autorevolezza e all'immagine della testata? Davvero, fermandosi a riflettere un momento, si preferisce barattare il rigore e la credibilità per qualche migliaio di clic e commenti perlopiù negativi e sarcastici? Riprodurre contenuti identici ad altri siti è una politica giornalistica accettabile?
Perchè deve esserci differenza tra un blog qualsiasi e una testata giornalistica. Perchè, con i tempi che cambiano a velocità supersonica, chi svolge questa professione deve trovare davvero qualcosa di utile da dire, da raccontare, da approfondire.
L'originalità paga. Crea qualcosa. Di sicuro non si potrà più fare a meno del rilancio delle tante notizie che arrivano da fonti autorevoli dalle quali in moltissimi attingono.
Ma il lavoro del giornalista dovrebbe essere quello di rendere ogni notizia capace di “dare” qualcosa in più al proprio pubblico. Un copia e incolla e mischia è ingeneroso e deleterio per la categoria e la professione.
Purtroppo quella cosa chiamata “etica”, che negli svariati ambiti della vita chiamiamo “coscienza” (solitamente incitando gli altri ad averla) non si può inventare e distorcere come preferiamo.
L'etica di un giornalista è forse al giorno d'oggi l'unica cosa che rimane a chi vuole davvero fare questa professione credendoci un minimo.

Quasi certamente continua...

lunedì 18 novembre 2013

I broccoletti, il circolino letterario dell'amore di Volo e il saggio TZN

Temevo sarebbe successo. Dopo il mio annuncio di evitare come la peste il Corriere della Sera di domenica e del suo inserto La Lettura, che ospita l'intervento di Fabio Volo, questa mattina mi sono ritrovato sotto casa dei broccoletti viventi che mi hanno rapito e portato in un appartamento piccoloborghese, con una signora che cucina da non so più quante ore.
Mi hanno legato e costretto a leggere ad alta voce l'articolo culturale di Volo.
Titolo (non scherzo): “I miei libri, come broccoletti nell'anima”.
Come vedete, dopo la narrativa adesso dovrà tremare il mondo della poesia.
Inutile il mio protestare, urlare e serrare gli occhi: l'alternativa era leggere quello o dover ascoltare senza tregua in cuffia l'opera omnia di Gigi D'Alessio
 
Faccio un breve riassunto per chi ha voluto conservare i nervi a posto, partendo dal dato fondamentale: nell'articolo non c'è la minima ombra di un argomento o un ragionamento culturale.
Se mai, il tutto si riduce ad un lunghissimo peana sulla sua “molla interiore”, un temino pseudo-sociale su come i tempi stiano cambiando e il “pubblico” anche. Lui la vede come una cosa positiva – per forza, ci fa palate di soldi sopra – io l'avverto come sirena d'allarme, peraltro vecchia: tanti di quelli che leggono i suoi libri non sono lettori abituali ma occasionali o d'occasione. Poi Volo dà il massimo: parla di come non abbia un fanclub ma latori del suo successo siano milioni di persone qualunque (ovviamente le persone migliori: quelle che fanno l'Italia, che sono l'Italia, forza Italia! Famigliuole, laureati, diplomati, quelli con la terza media come lui, preti e suore). Arriva persino, sfiorando il sublime, ad accusare la nostra letteratura di utilizzare personaggi banali e poco sfumati (ora, non che si brilli in questo senso, ma almeno qualche scrittore un po' di ambiguità la utilizza: ma Volo legge? Cosa e chi legge?). Poi si capisce il perchè: mica prende in mano dei libri, lui, guarda la tv. I libri vanno scritti, spiega, come Breaking Bad, come Mad Men... come le serie americane insomma.
Vorrebbe fare questo, in futuro. Sospiro di sollievo da parte mia. Volesse il cielo, come se in America non ci fossero migliaia di scrittori dal talento cristallino che contro le ostiche strutture della narrazione seriale non si sono rotti le ossa. Un tipo di format che richiede non solo capacità inventiva ma anche rispetto, dedizione, mestiere, sagacia, tecnica: buona fortuna.
E poi, ecco il vero punto a cui tiene: in Italia – sorpresona – c'è troppa gente che critica perchè è avvelenata dall'odio. Dopo il partito dell'amore (che vince sempre sull'odio, ricordatevelo, stronzi fottuti che non siete altro) ci sarà il circolino letterario dell'amore. Viva l'amore.

A quel punto (che purtroppo era alla fine) non c'è l'ho più fatta. Ho strappato le catene, ho divorato i broccoletti, ho lanciato la signora dentro al forno e poi sono andato a vomitare.
Tutti uguali. Come al solito il ragionamento finale arriva lì. Senza cattiveria, per carità, ma ci vogliono tutti uguali. Quelli come Volo vorrebbero che guardassimo Zalone e La vita di Adele con gli stessi occhi, lo stesso spirito e la stessa assenza di capacità critica, così da dire: “Oh, che bel film” verso entrambi. “Sì, a modo suo è interessante”, per le opere di Kechiche e per Sole a catinelle. Per carità, mai dire che qualcosa è una merda, che magari manca di originalità, inventiva, basi tecniche, o che magari è un'inutile brodaglia riscaldata di melenso autobiografismo d'accatto con aforismi da due soldi. No, saremmo dei cattivoni avvelenati d'odio che, probabilmente, hanno aspirazioni frustrate.
Altro grande cavallo di battaglia di chi ha una qualunque forma di successo per tagliare le gambe a chi legittimamente vuol dire la sua. 

A Volo e quelli come lui: auguratevi davvero che il vostro pubblico non entri mai in contatto con la vera letteratura, come ipocritamente augurate.
Dovreste, invece, farvela sotto di fronte a questa prospettiva. Se uno legge Calvino non può sperare poi di leggere Fabio Volo con gli stessi occhi, fare come se niente fosse. Che si mettano l'anima in pace, lui e i suoi broccoletti: una volta che qualcuno entra in contatto con qualcosa di puro, di bello e di vero, la stronzata non è più digeribile. Dopo aver letto, visto o ascoltato un'opera davvero grande, sconvolgente, interessante, dal valore alto e istruttivo... una stupidaggine innocua e leggera, anche se sincera avrà la considerazione e la critica che si merita.

Per quanto riguarda l'altro tormentone-tormento del giorno, ovvero Masterpiece, mi tocca tacere. Il fatto è che semplicemente non mi interessa. La trovo un'idea malsana fin dalla sua nascita, basata su un presupposto sbagliato e fuori da ogni logica, ovvero abbassare la scrittura a materia di reality-talent e relative dinamiche, alle quali l'esercizio della letteratura non si può declinare. La mia soluzione è soltanto una, togliere quello che serve alla tv: lo spettatore. Non lo vedo e non lo vedrò (nota per altri aspiranti broccoletti: spero non mi tocchi una cura Ludovico per questo).

Così come non darò mai soldi a case editrici, riviste e quotidiani che ospitano interventi dell'autore dei broccoletti nell'anima, e di levatura simile.
Citazione da tenere a mente per tutti: “E voglio indifferenza se mai mi vorrai ferire”.
Iniziamo, almeno noi, a ignorare questi fenomeni.
E ora provate a darmi dello snob, bitches.

sabato 16 novembre 2013

Il peggio della settimana (deve ancora venire): Fabio Volo, la cultura e Blurred Lines

Domani non comprerò il Corriere della Sera. Ma non c'è niente di strano, non è che io lo compri così spesso. Ecco, magari la domenica sì, e domani avrei anche potuto comprarlo. Lo sapete che sull'inserto La Lettura (bello eh, ma a volte un po' pesantuccio ed elitario) ci sarà un articolo di Fabio Volo, vero? Ecco.
Quindi faccio l'unica cosa sensata a fronte di un miliardo di discorsi, tweet, post, status e sticazzi vari che hanno scatenato l'inferno negli ultimi giorni. Esercito il mio potere di umile consumatore nei confronti di un prodotto.
E non voglio che si ripeta la tiritera che se uno non apprezza Fabio Volo è snob, invidioso, misantropo, fuori dalla realtà, cattivo, sordocieco, etc etc... Sono curioso di vedere cosa sarà pubblicato domani e sarò persino felice di leggerlo, ma non pagherò per poterlo fare. Poi, forse, neppure mi unirò alle “mille voci al sonito” di manzoniana memoria.
Certo, è curioso. Insomma, sullo spazio culturale del Corriere hanno scritto persone del calibro di Pasolini, D'Annunzio, Sciascia, Maraini, giusto per dirne quattro. La Lettura ha garbatamente assegnato un sei e mezzo in pagella all'ultimo libro di Volo (come allo studente duro di comprendonio ma che si applica, con incentivo a fare di meglio) in modo da mettere le mani avanti, andando a scomodare e impallinare in modo inclemente la prosa di Mazzantini, De Luca e Carofiglio facendola apparire come arzigogolata e farraginosa, giusto per esaltare la scrittura da uomo della strada del nuovo acquisto
Frase cult: “Preferirei Fabio Volo”.
Ecco, io no.
Io il Corriere della Sera, per questo, non lo compro. Punto.
Il successo e il valore non sono la stessa cosa. Il successo non perdona, il successo non ti fa perdonare e spesso è imperdonabile che vada a colpire persino il pubblico, o almeno la sua parte “orgogliosa di essere cultura” che sa riconoscere la statura di un'opera e di un autore. Certo, stiamo parlando in questo caso di un successo di pancia e non di cervello (direi che su questo pochi possano dissentire), ma sempre lì si va a finire: si scambia il successo per il valore assoluto del prodotto. Un libro, una storia, un racconto, non devono per forza parlare a centinaia di migliaia di persone per essere degni di nota. Se il marketing sopperisce al riconoscimento del valore, il gioco è abbastanza scoperto e facile da smascherare per chiunque abbia un po' di cervello.

Aggiungo però un'altra cosa, come esempio lampante della 'condanna' per via del successo commerciale, dove non dobbiamo andare a finire “noi della cultura”. Fa notizia (adesso!) il boicottaggio (adesso!) da parte di un bel gruppetto di gruppi organizzati di studenti universitari inglesi della canzone Blurred Lines (eddaje) di Robin Thicke. Dopo 8 mesi dal lancio del singolo e un successo planetario di dimensioni – e dollaroni – enormi. Dopo che da marzo 2013 studenti e studentesse di ogni lingua, estrazione sociale e convinzione politico/etico/sociale se la sono ballata e canticchiata ovunque, nel 99% per cento dei casi fregandosene del testo (che, detto tra noi, è una stronzata giocosa da morti di figa ed è sempre meglio delle liriche patetiche di Vasco Rossi che sembra sempre cercare di rimorchiare un'adolescente). Ha senso? Il testo è davvero così misogino? Il video talmente offensivo da generare anche cloni ulteriormente, involontariamente offensivi per la causa che difendono? E allora a quasi tutti i rapper americani e nostrani che cosa dovremmo fare, la castrazione chimica per oltraggio reiterato e compiaciuto all'intero genere femminile da quando esiste il genere?
Il successo non perdona, ma almeno di Robin Thicke non dicono che è il nuovo Stewie Wonder...
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