-->

Ti piace? Condividilo!

Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta video. Mostra tutti i post

martedì 22 luglio 2014

In crisi di tempo? Facebook ti farà salvare tutto

Iniziamo dalle conclusioni: che il buon vecchio Facebook stia cercando in tutti i modi di far rimanere al suo interno gli utenti, senza farli "distrarre" su altre pagine, è ormai chiarissimo, vero? Così com'è scontato che questa permanenza, per il social, si traduce in potenziali introiti economici.

Veniamo al dunque e facciamoci una domanda. Paura di non riuscire a leggere tutto quello che postano gli amici su Facebook?
Mark Zuckerberg ha pensato anche a questo. A pochi giorni dalla notizia del pulsante "compra" con il quale non dovremo (forse) neppure più muovere le dita per andare su altri siti per l'e-commerce, ecco che FB vuol pure fare sua l'utilità dei reader.
Al suo interno, il social ha varato in forma sperimentale una nuova funzione per permettere agli utenti di leggere gli status-papiro degli amici, vedere i video o leggersi i link più tardi.

Ecco dunque il pulsante "salva", una specie di segnalibro che sarà utilizzabile sia su web sia in versione mobile. La funzione comparirà automaticamente sotto i post o accanto ai contenuti delle pagine fan. Ciò che viene salvato finirà in una sezione dedicata e non sarà pubblico, a meno che l'utente non voglia ri-condividerli con altri.
Esattamente come per gli acquisti online, l'opzione "salva" non è una novità, ma fu sperimentata un paio d'anni fa.

Un'opzione molto utile, di certo, per chi utilizza Facebook in modo professionale, per mantenere uno "storico" delle menzioni e degli articoli linkati sul social sulle proprie attività.
D'altro canto, ci sarà anche chi si salverà tutte le chiacchiere possibili per poi farsi una "rassegna status" alla sera!

giovedì 12 giugno 2014

A Hard Day's Night, i Beatles e il cinema che inventa il videoclip

I Fab Four... Tutti per uno, come il titolo che all'epoca (correva il 1964) fu affibbiato in Italia alla prima pellicola dei Beatles.
Beatles che, all'interno di A Hard Day's Night, anarchico film del bravissimo regista Richard Lester, non vengono mai chiamati Beatles.

Se c'è un grande merito da riconoscere alla regia di Lester - che aveva 32 anni, una decina in più dei suoi protagonisti - è quella di essere assolutamente in anticipo sui tempi, frenetica ma sempre puntuale, precisa e anarchica, come il ritmo stesso della pellicola.

In pratica, Lester ha inventato con il cinema il linguaggio dei videoclip del futuro. Vedere per credere: tutto quello che è venuto prima (e moltissimo di ciò che seguirà) sembra paleolitico e ammuffito.

Grazie al montaggio dell'abile John Frenzy Jympson, il regista si sbizzarrisce in inquadrature sbilenche, dettagli in primissimo piano, salti logici, giochi con il fuoco, immagini che durano lo spazio di un battito di ciglia. Muore la noia e nasce uno stile.




Il resto è storia: pellicola con trama esile, collage di gag, che documenta e certifica la nascita della Beatlemania, che sfrutta narrativamente una trasferta londinese per un concerto, dopo il primo tour americano della band. A Hard Day's Night è anche un film girato in piena libertà ma scritto benissimo (da Alun Owen), con battute fulminanti e un uso dell'improvvisazione eccellente. Senza contare il bianco e nero più che mai brillante di Gilbert Taylor, che avrebbe poi lavorato con i più grandi registi dell'epoca.

Snobbato dalla critica, fu un clamoroso successo al botteghino (costo: mezzo milione di sterline, incasso: dodici milioni) e conquisto due nomination agli Oscar, senza contare l'acquisizione dello status di cult. 
E poi, beh, è un film dei Beatles.

I Fab Four sono perfettamente a loro agio, anche se Paul si dimostra al solito il più smaliziato. Lennon gioca al ruolo dell'anticonformista sognante e sopra le righe, George è il bravo ragazzo con la testa tra le nuvole e Ringo... è Ringo, sorridente, positivo, malinconico all'occorrenza. Bravissimo anche il cast di supporto di veri attori, tra cui il terribile "nonno di Paul" irlandese, irriverente, pronto a insultare i poliziotti, seminare zizzania nel gruppo e frodare le fan dei loro amici (Wilfrid Brambell).


Ma tantissime scene sono da antologia: oltre ad alcuni siparietti nonsense e surreali, da citare almeno la scena in cui George viene scambiato per un suo sosia e introdotto da un produttore senza scrupoli che vuole usarlo come testimonial per convincere i ragazzi a comprare delle camicie orrende. Quando il losco figuro cita una sua collaboratrice e beniamina, una che di lavoro fa la trendsetter (non vi suona già nelle orecchie fashion blogger?) George risponde: ma noi quella la prendiamo per i fondelli, è noiosa, è falsa. Stavo per commuovermi in sala: all'epoca gli idoli pop potevano permettersi - almeno sullo schermo - di criticare quello che i loro omologhi sono costretti a fare, cinquan'tanni dopo.



Infine, vedere i ragazzi di Liverpool giocare a quattro cantoni sulle note di Can't buy me love regala allo spettatore di oggi quella
consapevolezza dolceamara di un'innocenza ad un passo dal perdersi del tutto: era sul pianerottolo un successo incontrastabile che avrebbe cambiato ogni cosa.

Le canzoni del film: A Hard Day's Night, I Should Have Known Better, If I Fell, I'm Happy Just to Dance with You, And I Love Her, Tell Me Why, Can't Buy Me Love, I Wanna Be Your Man, Don't Bother Me, All My Loving, Ringo's Theme (This Boy) e She Loves You.  

martedì 13 maggio 2014

ICONS: Hans Ruedi Giger

"Some people say my work is often depressing and pessimistic, with the emphasis on death, blood, overcrowding, strange beings and so on, but I don't really think it is" 
- H. R. Giger















mercoledì 30 aprile 2014

Ma che selfie fai se la banana non ce l’hai? Marketing dell’antirazzismo

Gesto sportivo!
Che dei calciatori si affidino ad un’agenzia di marketing per ideare una campagna mirata a promuovere l'antirazzismo non mi pare niente di eclatante. Anzi, mi pare un iter discretamente intelligente e professionale.
Così come poco sorprendente è scoprire, poche ore dopo un gesto percepito come spontaneo e il relativo battage pubblicitario – perché il mondo dell’informazione è ormai veicolo della pubblicità di notizie che a loro volta sono spot, ricordate la non-notizia del video First Kiss? – che il gesto del calciatore del Barcellona Dani Alves è stato il risultato di uno studio di marketing.
Da sempre warholiana, 10 e lode.
Breve recap: Dani Alves, bersagliato dalla sciocca tradizione dei tifosi razzisti del lancio di banane in campo, ne prende una e se la mangia prima di tornare a giocare. Poco dopo si diffonde in rete l’hashtag #somostodosmacacos, da noi #siamotuttiscimmie, e via di foto e selfie con persone da ogni angolo del globo trasformate in grandi mangiatori di banane (Presidenti del Consiglo, sportivi, tua sorella, tuo zio, tua nonna, eccetera).
Intento nobile - gesto simbolico contro il razzismo, più forte di miliardi di parole - o privato che sia - Alves e Neymar volevano qualcosa di geniale per sfottere a loro volte i cori razzisti che ricevono durante le partite – missione compiuta.
Foto a caso di gente a caso.
Dal punto di vista meramente comunicativo, l’idea è stata un successo, testimoniato da milioni di articoli sulla stampa, status, condivisioni, selfie.
Dal punto di vista sociale il “fenomeno” che dura qualche giorno bruciando come trend topic e argomento virale è abbastanza impalpabile.
Oltre ad essere per certi versi insopportabile: sfido chiunque a vedersi la bacheca invasa da amici, conoscenti e vip che s’addentano delle banane senza spazientirsi dopo poche “fotocopie”. Va bene, siamo tutti d’accordo che il razzismo è il male e va estirpato con ironia e cultura, ma che mi frega della tua faccia in primo piano che s’addenta il frutto dell’amor?
Anche lui s'è fatto un selfie.
Senza contare tutti quei personaggi che sfruttano in modo malizioso l’ennesima, fugace moda del momento per ritagliarsi un attimo di notorietà e autopromozione. 
Siamo sempre lì, alla trasformazione dell’intento “nobile” in pubblicità e, nella sua deriva finale, in una vetrina su quanto noi siamo buoni e sensibili.
Dopo questo slancio umanitario che dura lo spazio di un selfie, che succede?
Archiviato il proverbiale quarto d’ora dove “siamo tutti scimmie” si torna ad essere degli homo più o meno sapiens, più o meno sottilmente e inconsapevolmente razzisti, presumo.

sabato 26 aprile 2014

Come disattivare i video automatici di Facebook su smartphone

Ok, dicevamo dell'ennesimo diktat di Facebook che adesso ci fa partire automaticamente i video mentre scorriamo la timeline. L'altro giorno ho scritto di come disattivarlo su pc, ma naturalmente il problema riguarda soprattutto gli smartphone, quando si usa la connessione dati con i video indesiderati che ci succhiano traffico!

Vediamo come stoppare questa imposizione, partendo da Android...

Una volta aperta l'applicazione, clicca sull'icona formata da tre linee (nell'ultimo aggiornamento dovrebbe essere in alto a destra).

Quando si apre il menu scendi in basso fino a "Impostazioni applicazione" ed entra nell'ulteriore menù: troverai la voce "riproduci automaticamente video solo su Wi-Fi" clicca per spuntare la casella e vedrai che sotto verrà scritto "Sì": missione compiuta! 

Ok, ma so benissimo che c'è anche chi ha lo stesso problema su iPhone e iAltro... dalla home si va su "Impostazioni" e in basso fino a trovare l'icona di Facebook. Se clicci si apre di nuovo un menù "Impostazioni": entrando con un tocco, sotto la voce "Foto e video" c'è la voce "Riproduci automaticamente video solo su Wi-Fi"... basta spostare il bottone verso destra et voilà!

venerdì 25 aprile 2014

Come impedire a Facebook di far partire i video da soli

Ogni tanto Facebook impone delle novità che probabilmente reputa geniali.
Non c'è altra spiegazione, deve davvero reputare geniale la riproduzione automatica dei video per avere il coraggio di imporla a tutti, indistintamente.
Questo con buona pace della libera scelta, della privacy, del fatto che magari non ce ne frega niente degli amici che cantano da schifo e dei cani presi a calci (statisticamente due delle categorie più postate, purtroppo).
Ecco come fare per liberarsi di questa rottura di scatole, se ancora non ci siete riusciti, in pochi e semplici passaggi...

Per prima cosa andate in alto a destra e clicca sull'icona a forma di lucchetto...



Dopdichè clicca ovunque vi sia la parola "IMPOSTAZIONI" :-)



Quindi, a sinistra dovresti trovare proprio la dicitura "VIDEO", clicca là!


Infine, in alto a destra troverai quello che cerchi: eccolo lì, il tasto per disattivare i maledetti video che partono in automatico! Complimenti, ci siamo riusciti e Facebook se ne dovrà fare una ragione ;-)


Potrebbe esserti utile:


martedì 25 marzo 2014

Siamo operai o minion? La Fiat e il balletto di Happy che fa tanto incazzare

Premessa: i video-spoof di Happy di Pharrell hanno già ampiamente scassato i cosiddetti a partire dal giorno dell'arrivo online del video originale, creato apposta per essere, con la solita lungimirante strategia di marketing virale, replicato e ricreato a ogni latitudine del globo.
Con grande solerzia e poca inventiva, un po' chiunque ha cercato di cavalcare il fenomeno per i motivi più disparati (divertimento, autopromozione, vanità, pubblicità...) e quindi, tanto per non farsi mancare nulla, la FIAT ha reso gli operai dello stabilimento di Melfi protagonisti di un WE ARE HAPPY! video che, come al solito non appena di parla di 1. FIAT 2. operai 3. FIAT+operai, ha mandato in fibrillazione il giornalismo, il sindacalismo e l'opinione pubblica italiani.
Per cosa, poi? Per poco più di un minuto e mezzo di video girato e montato con la mano sinistra (che rende il tutto un po' più amateur-familiare) dove alcuni operai, alternati a qualche dirigente e segretaria, si divertono un po' a muoversi sulla base dell'ormai insopportabile tormentone felicemente felice di Cattivissimo me.
Ecco: questi operai della FIAT sono forse come i Minion, assistenti beoti-devoti al padrone?
Per carità. Non facciamo delle letture cattive e maligne.
Lasciamo alla Fiom le incazzature. In giro si leggono dei commenti assurdi.
Atteniamoci al video: ormai c'è, è online, fa discutere e si becca un bel po' di visite, dobbiamo farci i conti. Non è un filmato da Istituto Luce, chi lo dice è in malafede. C'è ancora chi ha lavoro, e un video non sminuisce il dramma della disoccupazione, della cassa integrazione, delle famiglie senza soldi e delle puttanate della famiglia Agnelli.
Ma vi indignavate forse per Jennifer Beals che saldava vestita da stracciona e poi si scatenava sul dancefloor? Provavate compassione per John Travolta nel suo scassato negozio di vernici prima che arrivasse il sabato sera?
No. E a questi operai il ballo non è neppure terreno di riscatto sociale e affermazione artistica. Se questi "fortunati" hanno voglia di ballare un minuto in catena di montaggio per dare l'idea che lì dentro non proprio tutto faccia schifo, lasciate fare.
Le vere battaglie si combattono altrove, andiamo lì a sprecare energie.

martedì 11 marzo 2014

Le condivisioni: Il tuo bacio è come uno spot (e un po' di violenza in POV)

Vi siete innamorati del video virale "First Kiss" dove dei presunti sconosciuti si scambiavano un bacio sincero e imbarazzato? Come spesso accade, altro non è che una pubblicità mirata a diventare virale. Nello specifico, della linea di abbigliamento WREN collezione autunno-inverno 2014 (su twitter: @wrenstudio). E' anche confermato che a stare davanti all'obiettivo sono modelli, attori e cantanti. Ah, il mito della verità e della spontaneità. Invece è la pubblicità a "regalarci" una bella emozione.
A futura memoria, ecco quello che ho scritto ieri pomeriggio:  
***
Sconosciuti che si baciano. Imbarazzati, eccitati, timidi, intraprendenti... un bel video, "First Kiss" di Tatia Pilieva, furbo e ben fatto, tanto da totalizzare più di 4 milioni di visualizzazioni in due giorni. Condiviso dappertutto e in ogni modo, dall'originale su Youtube ai siti d'informazione che lo rippano ricamandoci sopra. E' bello, tanto. E fa sorridere ed emozionare.
Però (certo che c'è un però!) far passare come spontaneo un video che ha chiaramente alle spalle un lavoro di preparazione e di selezione degli interpreti di mesi, e un montaggio altrettanto elaborato, mi pare un po' ingenuo. Se qualcuno pensa che anche solo uno degli interpreti sia preso a caso dalla strada è molto romantico... Certo, di fronte all'obiettivo e ad un bacio siamo tutti innocenti e imbarazzati, ma dove sono i confini tra la finzione e la realtà? Rivedendolo non avede una sensazione di estrema messa in scena controllata, quasi fredda di fronte all'atto "caldo" del bacio? Sarà che per natura la patina da spot di marche di moda mi lascia indifferente...
Probabilmente l'imbarazzo di un modello o una modella è lo stesso del cliente occasionale di un centro commerciale, pescato a caso: ma di certo sulla natura di "totali sconosciuti" di assenza di preparazione almeno un piccolissimo punto interrogativo lo metterei.
Obiettivo video virale ottenuto, comunque.




C'è poi l'altro video condivisissimo di questi giorni, partito l'8 marzo in concomitanza della festa della donna. Video che cerca l'effetto sensazionalistico mostrando in Point-Of-View stile Google Glass un brutto episodio (si intende di una serie) contro una ragazza da parte del suo convivente. Ancora una volta per parlare di violenza si punta all'effetto "shock" con l'esplosione finale un po' semplice e facilona, esattamente come nelle fotografie spesso si tende a quella retorica dell'occhio nero e/o del livido, senza contare che esistono di migliaia di violenze più striscianti e difficili da notare, denunciare, individuare ed estirpare che le donne devono spesso subire e affrontare da sole. Non so, il video gioca molto sull'appeal "tecnologico" del POV attraverso gli occhiali, ma poi abdica le possibili potenzialità con un effetto volutamente violento quanto quello che mostra - assenza di musica, colpo di scena finale - che sgonfia quanto costruito in precedenza.



Se proprio vogliamo parlare di cose che disturbano, la notizia odierna che colpisce allo stomaco è l'odissea raccontata da una giovane ragazza affetta da una grave malattia costretta ad abortire in un bagno d'ospedale, da sola, perchè tutti i medici della struttura sono obiettori di coscienza. Questa è l'Italia del 2014 dove i predicatori armati di Vangelo vanno in giro a terrorizzare i reparti maternità e chi interrompe gravidanze difficili o compromesse (o normali).

2014: chissà che prima o poi qualche donna non decida di abortire indossando i Google Glass. Sarebbe veramente interessante, per milioni di persone...

venerdì 7 marzo 2014

Buonanotte Fiorell(in)o: se Mario crea il supergruppo BiaJovaSini

Ti chiami Mario Bartolozzi e Laura Pausini, Biagio Antonacci e Jovanotti ti dedicano una canzone.
Cavolo, sei uno importante!
No.
Ti ha investito Fiorello col motorino.
Vabbè, però (almeno per il classico quarto d'ora) quello famoso sei anche tu.
Certo, Fiore ti ha troncato una gamba e rotto il bacino (più varie ed eventuali) superando da destra la fila di auto che si era fermata per farti attraversare la strada sulle strisce pedonali, ma ora vuoi pure lamentarti?
Sei vivo, sei su tutti i media, Fiorello non pensa che a te e adesso tre dei più famosi cantanti italiani ti dedicano... no, non la dedicano a te, ok, però anche a te! E poi, lo sai, quando c'è la salute c'è tutto, quando non c'è, c'è la canzoncina nata perchè ti ha investito uno famoso.
Ma non pensare, Mario, che io sia cinico: tutt'altro. In Italia ne succederanno a decine di episodi come questi, magari anche chi ci sta leggendo ha superato a destra col motorino o fatto altre minchiate del genere e gli è andata bene. Finora.
Il tuo sacrificio ci ricorda che anche da pedoni dobbiamo stare attentissimi.
E non te la prendere se l'ultimo degli imbecilli su Facebook ha fatto dell'ironia cretina e Beppe Severgnini usa la vostra sventura per dire stronzate sull'internet (che brutto invecchiare, raga, ce ne sarebbe da dire sull'ennesima superficialità di parlare della Rete ma soprassiedo): Fiore pensa a te, è pentito e preoccupato, ti incontrerà e magari da ora in avanti ti citerà spesso e volentieri nei suoi aneddoti pubblici e privati.
Mario, hai 73 anni e sei l'indiretta causa di un supergruppo!
La Pausini, che per chi non lo sapesse dato che nessuno lo ha raccontato, è a NY al Madison Square Garden per quei concerti giganteschi e pacchiani stile USA, si è trovata con l'ospite Biagio Antonacci e lo spettatore Lorenzo Jovanotti nel suo camerino per comporre una canzoncina molto italiana, dedicata all'amico Fiore. Ma anche a te, è ovvio. Ma anche a tutti quelli che non stanno proprio benissimo, già che ci siamo.
(L'idea, manco a dirlo, è di Jova).
La loro fama e fortuna giustifica in pieno la buona fede dell'atto.
Questi tre artisti non hanno alcun bisogno, dato il successo planetario (vabbè: della Pausini, quello di Jova è vagamente intercontinentale e Biagio pare sia molto venduto nello Sri Lanka), di promuoversi in questo modo.
Certo, mica devono promuovere la loro opera. Promuovono la loro immagine.
Insomma, se un amico ha un incidente puoi mandargli una canzoncina via mail, un saluto via skype o un biglietto d'auguri cantato in ospedale... ma perchè un video su YouTube alla portata di chiunque nel mondo?
Semplice, ed è lo stesso motivo che da sempre muove le iniziative benefiche dei vip: far vedere quanto le star sono buone, gentili ed empatiche.
Intendiamoci, io credo all'assoluta buona fede del terzetto. Però c'è sempre 'sto fastidioso autocompiacimento di fondo, questa gara alla simpatia, questo volemose bene così smaccato...
E poi, ma è trascurabile naturalmente, c'è l'articolo su ogni giornale online e cartaceo, ognuno con centinaia di condivisioni. E se ne parla persino su qualche stupido blog.


Diamine, sig. Mario Bartolozzi, non puoi davvero lamentarti del tuo (indiretto) successo!

sabato 15 febbraio 2014

Instant Cut: Ellen Page

“I am young, yes, but what I have learned is that love, the beauty of it, the joy of it and yes, even the pain of it, is the most incredible gift to give and to receive as a human being. And we deserve to experience love fully, equally, without shame and without compromise.”
— Ellen Page, nel discorso per il suo coming out














mercoledì 13 novembre 2013

Lily Allen, o dell'acqua calda ipocrita: teniamoci Miley.

Lily Allen! Lei sì che sa dire le parolacce. 
Eccola tornare sulla scena musicale, dopo quattro anni, con... udite udite... una canzone-video di critica a Burred Lines di Thicke e del mileycyrusismo dilagante.
Vabbè, contenta lei: eccovi Hard Out There.

Se il suo grande ritorno sulle scene dopo quattro anni è la parodia di un fenomeno degli ultimi sei mesi, complimenti per l'impegno.
Quando sento puzza di fuffa, specialmente rilanciata dai media in modo tipo “Il grande ritorno di XYZ con video provocatorio in riposta al maschilismo/femminismo/volgarità/etc” in questi la prima cosa che faccio è andare a guardare il video senza ascoltare l'audio.
Mmmh, cosa abbiamo?
Una cantante conciata e truccata in modo da fare la figa, modelle che sculettano e spatatano senza ritegno, sembianti fallici, macchinone... praticamente un video di Jay Z o del peggior rapper tamarro della scena musicale. Ma – attenzione – Lily fin dal prologo del video dà la colpa ad un produttore senza scrupoli che la bacchetta mentre sul tavolo operatorio si fa togliere il grasso dalle chiappe.
Però poi nella trasposizione in immagini del suo singolo - SUO, non del producer fittizio - tanto voluto e sentito per protestare contro il maschilismo dilagante, non c'è mai un momento di reazione vera allo stereotipo. Direi piuttosto che soccombe e va a contraddire il testo.
Sono dell'idea che chi sciommiotta, anche per protesta, abbia già perso in partenza, a meno di colpi di genio davvero particolari, e non è questo il caso. Alla fine abbiamo un video che è un costoso abbassamento al livello dei soggetti bersagliati, di una canzone con un testo anche carino, ma innocuo, affogato dalla solita ridda di over-produzione, voce sintetizzata, ritornello wannabe-catchy (ma sarà davvero memorabile? Boh). Niente a che vedere, nemmeno nello stile, con Lorde, lei sì capace di veicolare un bel testo contro le banalità in una canzone che prende e che ha un video ad hoc.
Alla fine della fiera ti fa rimpiangere la truzzaggine volgare ma sempliciotta di Miley Cyrus, che certo non è originale, ma almento è autentica nella sua tristezza. Oltretutto, dopo l'ultima prodezza della canna sul palco degli EMA di Mtv, l'ex Hanna Montana si è dimostrata anche meglio del previsto quanto a strategie.
La verità è brutta e triste: Lily Allen è ormai vecchia per gli standard del mercato musicale mainstream e non ha sfondato abbastanza da essere una star di quelle che contano.
E' dura là fuori per una stronza? Figurati per una persona onesta...
Lily Allen, o dell'acqua calda ipocrita: teniamoci Miley.
Google
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...