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lunedì 18 novembre 2013

I broccoletti, il circolino letterario dell'amore di Volo e il saggio TZN

Temevo sarebbe successo. Dopo il mio annuncio di evitare come la peste il Corriere della Sera di domenica e del suo inserto La Lettura, che ospita l'intervento di Fabio Volo, questa mattina mi sono ritrovato sotto casa dei broccoletti viventi che mi hanno rapito e portato in un appartamento piccoloborghese, con una signora che cucina da non so più quante ore.
Mi hanno legato e costretto a leggere ad alta voce l'articolo culturale di Volo.
Titolo (non scherzo): “I miei libri, come broccoletti nell'anima”.
Come vedete, dopo la narrativa adesso dovrà tremare il mondo della poesia.
Inutile il mio protestare, urlare e serrare gli occhi: l'alternativa era leggere quello o dover ascoltare senza tregua in cuffia l'opera omnia di Gigi D'Alessio. 
 
Faccio un breve riassunto per chi ha voluto conservare i nervi a posto, partendo dal dato fondamentale: nell'articolo non c'è la minima ombra di un argomento o un ragionamento culturale.
Se mai, il tutto si riduce ad un lunghissimo peana sulla sua “molla interiore”, un temino pseudo-sociale su come i tempi stiano cambiando e il “pubblico” anche. Lui la vede come una cosa positiva – per forza, ci fa palate di soldi sopra – io l'avverto come sirena d'allarme, peraltro vecchia: tanti di quelli che leggono i suoi libri non sono lettori abituali ma occasionali o d'occasione. Poi Volo dà il massimo: parla di come non abbia un fanclub ma latori del suo successo siano milioni di persone qualunque (ovviamente le persone migliori: quelle che fanno l'Italia, che sono l'Italia, forza Italia! Famigliuole, laureati, diplomati, quelli con la terza media come lui, preti e suore). Arriva persino, sfiorando il sublime, ad accusare la nostra letteratura di utilizzare personaggi banali e poco sfumati (ora, non che si brilli in questo senso, ma almeno qualche scrittore un po' di ambiguità la utilizza: ma Volo legge? Cosa e chi legge?). Poi si capisce il perchè: mica prende in mano dei libri, lui, guarda la tv. I libri vanno scritti, spiega, come Breaking Bad, come Mad Men... come le serie americane insomma.
Vorrebbe fare questo, in futuro. Sospiro di sollievo da parte mia. Volesse il cielo, come se in America non ci fossero migliaia di scrittori dal talento cristallino che contro le ostiche strutture della narrazione seriale non si sono rotti le ossa. Un tipo di format che richiede non solo capacità inventiva ma anche rispetto, dedizione, mestiere, sagacia, tecnica: buona fortuna.
E poi, ecco il vero punto a cui tiene: in Italia – sorpresona – c'è troppa gente che critica perchè è avvelenata dall'odio. Dopo il partito dell'amore (che vince sempre sull'odio, ricordatevelo, stronzi fottuti che non siete altro) ci sarà il circolino letterario dell'amore. Viva l'amore.

A quel punto (che purtroppo era alla fine) non c'è l'ho più fatta. Ho strappato le catene, ho divorato i broccoletti, ho lanciato la signora dentro al forno e poi sono andato a vomitare.
Tutti uguali. Come al solito il ragionamento finale arriva lì. Senza cattiveria, per carità, ma ci vogliono tutti uguali. Quelli come Volo vorrebbero che guardassimo Zalone e La vita di Adele con gli stessi occhi, lo stesso spirito e la stessa assenza di capacità critica, così da dire: “Oh, che bel film” verso entrambi. “Sì, a modo suo è interessante”, per le opere di Kechiche e per Sole a catinelle. Per carità, mai dire che qualcosa è una merda, che magari manca di originalità, inventiva, basi tecniche, o che magari è un'inutile brodaglia riscaldata di melenso autobiografismo d'accatto con aforismi da due soldi. No, saremmo dei cattivoni avvelenati d'odio che, probabilmente, hanno aspirazioni frustrate.
Altro grande cavallo di battaglia di chi ha una qualunque forma di successo per tagliare le gambe a chi legittimamente vuol dire la sua. 

A Volo e quelli come lui: auguratevi davvero che il vostro pubblico non entri mai in contatto con la vera letteratura, come ipocritamente augurate.
Dovreste, invece, farvela sotto di fronte a questa prospettiva. Se uno legge Calvino non può sperare poi di leggere Fabio Volo con gli stessi occhi, fare come se niente fosse. Che si mettano l'anima in pace, lui e i suoi broccoletti: una volta che qualcuno entra in contatto con qualcosa di puro, di bello e di vero, la stronzata non è più digeribile. Dopo aver letto, visto o ascoltato un'opera davvero grande, sconvolgente, interessante, dal valore alto e istruttivo... una stupidaggine innocua e leggera, anche se sincera avrà la considerazione e la critica che si merita.

Per quanto riguarda l'altro tormentone-tormento del giorno, ovvero Masterpiece, mi tocca tacere. Il fatto è che semplicemente non mi interessa. La trovo un'idea malsana fin dalla sua nascita, basata su un presupposto sbagliato e fuori da ogni logica, ovvero abbassare la scrittura a materia di reality-talent e relative dinamiche, alle quali l'esercizio della letteratura non si può declinare. La mia soluzione è soltanto una, togliere quello che serve alla tv: lo spettatore. Non lo vedo e non lo vedrò (nota per altri aspiranti broccoletti: spero non mi tocchi una cura Ludovico per questo).

Così come non darò mai soldi a case editrici, riviste e quotidiani che ospitano interventi dell'autore dei broccoletti nell'anima, e di levatura simile.
Citazione da tenere a mente per tutti: “E voglio indifferenza se mai mi vorrai ferire”.
Iniziamo, almeno noi, a ignorare questi fenomeni.
E ora provate a darmi dello snob, bitches.

sabato 16 novembre 2013

Il peggio della settimana (deve ancora venire): Fabio Volo, la cultura e Blurred Lines

Domani non comprerò il Corriere della Sera. Ma non c'è niente di strano, non è che io lo compri così spesso. Ecco, magari la domenica sì, e domani avrei anche potuto comprarlo. Lo sapete che sull'inserto La Lettura (bello eh, ma a volte un po' pesantuccio ed elitario) ci sarà un articolo di Fabio Volo, vero? Ecco.
Quindi faccio l'unica cosa sensata a fronte di un miliardo di discorsi, tweet, post, status e sticazzi vari che hanno scatenato l'inferno negli ultimi giorni. Esercito il mio potere di umile consumatore nei confronti di un prodotto.
E non voglio che si ripeta la tiritera che se uno non apprezza Fabio Volo è snob, invidioso, misantropo, fuori dalla realtà, cattivo, sordocieco, etc etc... Sono curioso di vedere cosa sarà pubblicato domani e sarò persino felice di leggerlo, ma non pagherò per poterlo fare. Poi, forse, neppure mi unirò alle “mille voci al sonito” di manzoniana memoria.
Certo, è curioso. Insomma, sullo spazio culturale del Corriere hanno scritto persone del calibro di Pasolini, D'Annunzio, Sciascia, Maraini, giusto per dirne quattro. La Lettura ha garbatamente assegnato un sei e mezzo in pagella all'ultimo libro di Volo (come allo studente duro di comprendonio ma che si applica, con incentivo a fare di meglio) in modo da mettere le mani avanti, andando a scomodare e impallinare in modo inclemente la prosa di Mazzantini, De Luca e Carofiglio facendola apparire come arzigogolata e farraginosa, giusto per esaltare la scrittura da uomo della strada del nuovo acquisto. 
Frase cult: “Preferirei Fabio Volo”.
Ecco, io no.
Io il Corriere della Sera, per questo, non lo compro. Punto.
Il successo e il valore non sono la stessa cosa. Il successo non perdona, il successo non ti fa perdonare e spesso è imperdonabile che vada a colpire persino il pubblico, o almeno la sua parte “orgogliosa di essere cultura” che sa riconoscere la statura di un'opera e di un autore. Certo, stiamo parlando in questo caso di un successo di pancia e non di cervello (direi che su questo pochi possano dissentire), ma sempre lì si va a finire: si scambia il successo per il valore assoluto del prodotto. Un libro, una storia, un racconto, non devono per forza parlare a centinaia di migliaia di persone per essere degni di nota. Se il marketing sopperisce al riconoscimento del valore, il gioco è abbastanza scoperto e facile da smascherare per chiunque abbia un po' di cervello.

Aggiungo però un'altra cosa, come esempio lampante della 'condanna' per via del successo commerciale, dove non dobbiamo andare a finire “noi della cultura”. Fa notizia (adesso!) il boicottaggio (adesso!) da parte di un bel gruppetto di gruppi organizzati di studenti universitari inglesi della canzone Blurred Lines (eddaje) di Robin Thicke. Dopo 8 mesi dal lancio del singolo e un successo planetario di dimensioni – e dollaroni – enormi. Dopo che da marzo 2013 studenti e studentesse di ogni lingua, estrazione sociale e convinzione politico/etico/sociale se la sono ballata e canticchiata ovunque, nel 99% per cento dei casi fregandosene del testo (che, detto tra noi, è una stronzata giocosa da morti di figa ed è sempre meglio delle liriche patetiche di Vasco Rossi che sembra sempre cercare di rimorchiare un'adolescente). Ha senso? Il testo è davvero così misogino? Il video talmente offensivo da generare anche cloni ulteriormente, involontariamente offensivi per la causa che difendono? E allora a quasi tutti i rapper americani e nostrani che cosa dovremmo fare, la castrazione chimica per oltraggio reiterato e compiaciuto all'intero genere femminile da quando esiste il genere?
Il successo non perdona, ma almeno di Robin Thicke non dicono che è il nuovo Stewie Wonder...

mercoledì 30 ottobre 2013

Fabio Volo non è il male, l'Italian Dream sì

“In fondo lui fa quello che piacerebbe fare a tutti, anche a te”.

Ecco come si tronca qualsiasi discussione (inevitabilmente critica) su Fabio Volo. Provate voi a continuare dopo quella frase lapidaria. Devi tacere di fronte a chi ti ha detto, e ci crede fermamente, quelle parole: non avrai mai il suo successo, e ti piacerebbe – è logico che ti piacerebbe! - sia che tu stia aspirando a fare lo scrittore, lo speaker radiofonico, il conduttore tv o il tipo famoso senza particolari meriti (categoria che ahimè sta assumendo dignità professionale).

Sono anni che ogni volta che esce un nuovo libro del simpatico ex panettiere di Calcinate (nato non Volo ma Bonetti), tutti si scatenano nel dibattito “intellettuale” (virgolette d'obbligo). Che è parte invariabile del suo successo. Essenziale, inestimabile: far discutere = vendere. Matematico, anche se chi si scaglia coi dardi fiammeggianti spesso se lo dimentica. Hai un bel dire che quei libri sono fuffa, spremute di banalità, concentrati d'ipocrita paraculismo buonist-cerchiobott-sentimental-generazionale. Continua ad inventare offese creative, azzeccate e squisitamente letterarie. Intanto, ogni minuto che passa, Fabio Volo vende una copia del suo romanzo. 

Fabio Volo non è il problema. Anzi, si merita il suo successo. E' quello che spesso non riesco a spiegare nelle conversazioni, incartandomi nella difesa (non necessaria e ininfluente, spesso deleteria) della “vera” letteratura. Siamo al punto in cui se in una conversazione del genere citi, che so, Ignazio Silone come esempio alto, bello, significativo, giusto e (dunque) migliore di scrittura espressa dal nostro Paese provochi lo sbuffare, il rotear d'occhi e ti guadagni l'etichetta di intellettualoide snob. E' il primo step, poi sei invidioso. E poi fallito.
 
Vediamola con occhio freddo e lucido. Volo è la materializzazione dell'Italian Dram: ottenere soldi e successo “senza fare un cazzo”. Che poi lo sappiamo che non è vero. Lui ha capacità, parlantina, senso degli affari, faccia tosta, curiosità e intuito, roba che milioni di persone là fuori si sognano. Ma, dicevo, l'Italia ha l'Italian Dream poc'anzi esplicitato. E Fabio Volo è la materializzazione di quel sogno. Nell'idea di un sacco di gente lui si diverte spensierato prendendo soldi per fare trasmissioni tv girando il mondo, facendo radio dicendo minchiate, scrivendo libercoli sul niente (vabbè, questo è un po' vero). Quel “non fare un cazzo” con cui ci piace etichettare chi fa un lavoro creativo, di comunicazione o che comunque ha una facciata leggera di cui non vediamo il backstage. Quindi, Volo è l'esempio che fa sbavare perchè, “non fa un cazzo, prende soldi ed è famoso”. Ideale che, a quanto pare, è la massima aspirazione dei nostri conterranei.

C'è poi il fattore empatia. Volo non è troppo bello, non è colto da far paura, non ha addosso troppa spocchia e conserva quell'atteggiamento da amicone che puoi incontrate al bar in ogni momento. Non è un modello inarrivabile, insomma. E' anzi piuttosto raggiungibile. Magari chi guarda a lui non sogna di fare le stesse cose – non pensa di avere le stesse capacità, si imbarazza alla sola idea di stare davanti a un microfono – ma guardando verso di lui si sente rassicurato, capisce che è possibile, nel nostro Paese, anche in queste condizioni, che qualcuno si realizzi facendo ciò che gli piace o comunque cose che non implichino fatica/sudore/impegno/sacrificio. E' una idea che piace, quindi Fabio piace come idea, come persona e come prodotto (lo compro, lo sostengo, mi rassicuro, contribuisco a confermare quest'idea che mi porta a comprarlo e vivere felice).

Da qui ad analizzare il vero problema il passo è breve e, spero, anche comprensibile. Il rischio è che quella letteratura da supermercato che viene prodotta da Volo et similia (perchè mica vogliamo escludere animali da reality/talent, pornostar redente e via discorrendo) venga sempre di più assimilata, da sempre più persone, alla letteratura propriamente detta e come tale considerata. Certo, uno può partire con i paragoni tra fastfood e slowfood, ma il problema è che, trend e clientele specializzate a parte, vediamo sempre più gente andare al Mac piuttosto che dal quattro stelle Michelin. E non è solo questione di soldi. Quello che gli snob chiamano “imbarbarimento” è quello che semplicemente si chiama cambiamento: e come il più forte mangia il debole, nella società la massa ghettizza la minoranza. Quindi, a meno di non voler fare i martiri dell'intellighenzia arroccati nella torre di Mordor, occorre superare la fase della presa per il culo e della scrollatina di spalle verso Fabio Volo e iniziare a capire come affrontare in maniera utile il fenomeno.

Purtroppo non credo che la stragrande maggioranza dei lettori di Volo poi, nel corso di uno/due/tre anni, prenda in mano un libro vero. In questo, i suoi romanzi sono l'equivalente dei film di Vanzina-Pieraccioni-Zalone: c'è un'Italia che legge i libri di Volo e gli altri blockbuster-panettoni di personaggi tv o di scrittori imposti dalla tv, ma che non va oltre. E si parla di numeri altissimi. Non so se a questo punto si possa pronunciare la frase-illusione “Sempre meglio leggere che non leggere” o la variante “Se uno legge merda poi magari passa a qualcosa meno di merda”. Non ci credo più: si legge merda e ci si ferma alla merda. Convinti che sia letteratura. E questo è il dramma.
Il dramma è anche che c'è merda e merda (insomma, non paragonerei mai Sasha Grey a Fabio Volo, per ovvi motivi e per motivi anche meno ovvi) e che la capacità critica dovuta a tempi di approfondimento ed analisi è molto bassa, con la conseguente confusione, carenza di attenzione e caduta nello stesso calderone.
La prossima volta che vi trascinano in una discussione su Fabio Volo, invece di arrampicarvi sugli impervi specchi dell'alta letteratura, fate così: dite “Ha il successo che perfettamente si merita in questa società svuotata di valori, aspirazioni, senso morale e civico. Ma preferisco il romanzo di Sasha Grey”. Lascerete tutti perplessi, poco determinati ad approfondire e avrete spostato il discorso su qualcuno molto più interessante.
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