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venerdì 18 aprile 2014

Questo post avrà meno fan di un (ctrl+C/ctrl+V) di Gabriel Garcia Marquez

Oggi ho scoperto la morte attraverso le citazioni letterarie.
Apro i social e inizio a vedere Gabriel Garcia Marquez citato dappertutto.
Una.
Poi due, tre, mille volte...
Una valanga di citazioni sparse dai più svariati libri dello scrittore colombiano (ma nessuna da Cronaca di una morte annunciata, uff).

Sembra un'epoca remota quella in cui le citazioni erano una bella cosa, o almeno innocua: un po' pacchiane, spesso facilone, ma frutto comunque di passione per un'opera o interesse nuovo e rinnovato per un autore.
Adesso, ogni volta che ne vedo una, vado a controllare se sulla pagina di Wikipedia del citato compare la data di morte (sai mai che possa aggiornare io per primo).
Un'altra delle splendide aberrazioni prodotte dalla moda della corsa al coccodrillo, pratica giornalistica ormai inflazionata, pure questa, dall'immediatezza dell'internet e della nostra smania di far vedere quanto siamo bravi a frignare (in senso digitale).

Ma insomma, dato che a ricordare vita morte e miracoli dello scrittore colombiano ci hanno pensato tutti, non soltanto i citazionisti, vado al sodo e vi elenco quello che potete ritenere veramente utile della sua figura.

- Partiamo proprio dalle citazioni: ce ne sono di meravigliose a bizzeffe, potete rubare senza dichiarare a piene mani un po' di realismo magico per incantare qualcuno e passarvi per maestri d'amore, o commentare status di chi vi piace.

- È poi un'ottima e culturalmente qualificata scusa se venite beccati a tradire, essendo lui l'autore di memorabili passaggi in cui qualche personaggio sostiene che si possono amare più persone e che il cuore ha più stanze d'un bordello. Sapete che Bill Clinton lo considera il suo eroe letterario? Servita sul piatto d'argento se venite beccati con una stagista: "Amore, non è colpa mia, è che Marquez è anche il mio eroe letterario".

- Se siete fumatori: lui si è fumato quasi 60 sigarette al giorno fino ai 50 anni ed è sopravvissuto al cancro... due volte.

- Il vostro amore per l'autore colombiano può persino fare da endorsement al vostro eventuale essere comunisti: era molto amico di Fidel Castro: così colto, nobile e ricco d'amore, un genio... mica può essersi sbagliato?

- Infine, ogni volta che la vostra ragazza vi bacchetta perché sbavate su Shakira, ricordatele che Marquez l'ha riempita di elogi ai tempi del suo esordio. Esatto, quello dove cantava che ha le tette piccole e modeste ma è una fortuna perchè così non le confondevamo con le montagne. E probabilmente lo scrittore ha benedetto nei suoi ultimi giorni anche il duetto di Shak, e relativo video, con Rihanna.


Bene. Ecco fatto. Se poi volete leggervi anche Cent'anni di solitudine o L'amore ai tempi del colera, male non fa.

(mandatemi pure a quel paese su Twitter)

venerdì 14 marzo 2014

Instant cut: π - Il teorema del delirio

Oggi, 14 marzo, giorno di nascita di Albert Einstein, si celebra anche il π day, giorno del pi greco (non il giorno dell'approssimazione del pi greco, quello è un'altra cosa).
Inventato dal fisico Larry Shaw col chiaro pretesto di mangiare un sacco di torte decorate con il simbolo π, nobile intento che applaudo con approvazione, questo giorno dovrebbe essere festeggiato ogni anno dagli amanti delle cultura e del cinema costringendo qualche profano a vedersi la pellicola d'esordio di Darren Aronofsky, probabilmente a tutt'oggi ancora la migliore: π - Il teorema del delirio.
Prima di wrestler bolliti, cigni neri, requiem per sogni e fontane new-age (accidenti a me che me lo sono ricordato), il giovane Darren, esordiente totale, produce con 60.000 dollari, scrive con l'amico-protagonista Sean Gullette e dirige quella che sarà una delle pellicole di culto degli ultimi anni '90 e croce e delizia di ogni matematico e appassionato di numeri.
Chiare le ascendenze: Cronenberg, Lynch, Tsukamoto sono le più immediate e scoperte, ma il giovane artista ha già le idee chiare, il polso fermo, una precisa idea di cinema e una maestria nel gestire una materia complessa, ostica e affascinante come i numeri e le folli teorie matematiche che vogliono ricondurre a loro la lettura del mondo.
Con un bianco e nero abbacinante, disturbante, un senso di alienazione e di follia crescente, un groviglio di temi come religione, droga, capitalismo, Fibonacci e Wall Street, giochi da tavolo e allucinazioni perverse e violente, Aronosfsky si dimostra personalissimo e capace di risucchiare lo spettatore in una dimensione altra: quello che fa il grande cinema.
Certo, matematica ipercinetica, ossessiva e in acido, che magari scontenterà i puristi (ma chi sene frega dei puristi): sfido chiunque a rimanere indifferente di fronte a questo piccolo e magistrale film.
Governare il caos è impossibile, avvicinarsi a Dio (o anche solo fissarlo) un'illusione destinata a distruggere il cervello: neppure un computer può riuscire, nella sua velocità e complessità di calcolo, a risolvere il mistero finale con i numeri. La fine, strepitosamente condotta, è una delle più sinceramente sconvolgenti del cinema moderno.
Colonna sonora con il meglio del meglio dell'epoca (e lo amai anche solo per questo): Clint Mansell, Massive Attack, Aphex Twin, Autechre, Orbital...
Recuperatelo, rivedetelo, fatelo vedere.
Lunga vita al π (e a quel paese Vita di Pi!)

domenica 12 gennaio 2014

Il Capitale Umano, (in)comprendere un'opera

Nel mare sempre più vasto del'inutilità critica delle opere d'arte (siano ormai dipinte, scritte, filmate o performate live) ci si imbatte ancora, alle volte, in giudizi che fanno cadere le breccia.
Hai voglia a chiamarle opinioni, parola di solito anticipata o seguita dall'assolutorio aggettivo “leggittime”, per far finta di niente: sono giudizi che restano e impongono una riflessione.
Si tratta del classico errore che spesso, da semplici e avvantaggiati fruitori finali, commettiamo con leggerezza: dire “sarebbe stato meglio se...” o simili, mettendo al proprio posto la lettura soggettiva rispetto a quelli che sono gli intenti di chi ha realizzato l'opera in questione.

Il Capitale Umano, di Paolo Virzì, film anomalo nel panorama nazionale in quanto thriller-commedia di costume, racconta un'umanità molto riconoscibile e inizia con la morte di un 'povero' cameriere, investito da un SUV mentre con la sua bicicletta torna a casa dopo il lavoro.
Non lo rivedremo più, se non come comparsa in qualche flashback e sotto forma di notizia nel tg locale. Non è la sua storia che viene raccontata. E' una vittima degli eventi, è colui che, crudelmente, renderà chiaro il titolo del film.
E poi salta fuori qualcuno che rimprovera, anzi, spiega che la pellicola non emoziona perchè non indaga sulla vita della disgraziata vittima e sul dolore della famiglia.
Ancora una volta dobbiamo sentirci dire che c'è bisogno che la sofferenza ti venga sbattuta in faccia per renderla reale, per coinvolgere emotivamente lo spettatore, già di per sé passivo e stracarico di esperienze di racconti di fatalità e di lutti spettacolarizzati.
Adesso, non che Virzì abbia bisogno di una difesa da parte mia, ma se il povero cameriere investito e lasciato agonizzante non è “approfondito” come figura, un motivo ci sarà.
E', anzi, una scelta programmatica fortissima: lascia da parte il motore della vicenda, lo fa aleggiare come uno spettro per tutta la durata, nega il triviale spettacolo del dolore, che già sperimentiamo quotidianamente in televisione, per concentrarsi sulla meschinità della gente che gli ruota attorno, inconsapevole, indifferente, e poi impotente e (spesso) vigliacca.
Se qualche spettatore, e qualche sedicente critico, non ha la capacità di vedere oltre quello che viene mostrato, il problema è soltanto suo.

Il Capitale Umano è un film riuscito, compiuto, anche nelle sue imperfezioni: piaccia o meno, parla del nostro Paese meglio di mille altre opere recenti. A meno che non si vogliano considerare le commedie trash specchio culturale contemporaneo (che allora, probabilmente, parlano bene anche quelle). Anche quando semplifica, tratteggia, abbozza - vedi il consiglio d'amministrazione del teatro che non si farà - Virzì racconta bene la rozza semplicità di alcuni caratteri realmente esistenti.

Un film, non per niente, ispirato ad un romanzo americano e molto “americano” nello svolgimento e negli assunti. Solo che gli americani lo avrebbero fatto senza il bisogno di soldi pubblici.

lunedì 18 novembre 2013

I broccoletti, il circolino letterario dell'amore di Volo e il saggio TZN

Temevo sarebbe successo. Dopo il mio annuncio di evitare come la peste il Corriere della Sera di domenica e del suo inserto La Lettura, che ospita l'intervento di Fabio Volo, questa mattina mi sono ritrovato sotto casa dei broccoletti viventi che mi hanno rapito e portato in un appartamento piccoloborghese, con una signora che cucina da non so più quante ore.
Mi hanno legato e costretto a leggere ad alta voce l'articolo culturale di Volo.
Titolo (non scherzo): “I miei libri, come broccoletti nell'anima”.
Come vedete, dopo la narrativa adesso dovrà tremare il mondo della poesia.
Inutile il mio protestare, urlare e serrare gli occhi: l'alternativa era leggere quello o dover ascoltare senza tregua in cuffia l'opera omnia di Gigi D'Alessio. 
 
Faccio un breve riassunto per chi ha voluto conservare i nervi a posto, partendo dal dato fondamentale: nell'articolo non c'è la minima ombra di un argomento o un ragionamento culturale.
Se mai, il tutto si riduce ad un lunghissimo peana sulla sua “molla interiore”, un temino pseudo-sociale su come i tempi stiano cambiando e il “pubblico” anche. Lui la vede come una cosa positiva – per forza, ci fa palate di soldi sopra – io l'avverto come sirena d'allarme, peraltro vecchia: tanti di quelli che leggono i suoi libri non sono lettori abituali ma occasionali o d'occasione. Poi Volo dà il massimo: parla di come non abbia un fanclub ma latori del suo successo siano milioni di persone qualunque (ovviamente le persone migliori: quelle che fanno l'Italia, che sono l'Italia, forza Italia! Famigliuole, laureati, diplomati, quelli con la terza media come lui, preti e suore). Arriva persino, sfiorando il sublime, ad accusare la nostra letteratura di utilizzare personaggi banali e poco sfumati (ora, non che si brilli in questo senso, ma almeno qualche scrittore un po' di ambiguità la utilizza: ma Volo legge? Cosa e chi legge?). Poi si capisce il perchè: mica prende in mano dei libri, lui, guarda la tv. I libri vanno scritti, spiega, come Breaking Bad, come Mad Men... come le serie americane insomma.
Vorrebbe fare questo, in futuro. Sospiro di sollievo da parte mia. Volesse il cielo, come se in America non ci fossero migliaia di scrittori dal talento cristallino che contro le ostiche strutture della narrazione seriale non si sono rotti le ossa. Un tipo di format che richiede non solo capacità inventiva ma anche rispetto, dedizione, mestiere, sagacia, tecnica: buona fortuna.
E poi, ecco il vero punto a cui tiene: in Italia – sorpresona – c'è troppa gente che critica perchè è avvelenata dall'odio. Dopo il partito dell'amore (che vince sempre sull'odio, ricordatevelo, stronzi fottuti che non siete altro) ci sarà il circolino letterario dell'amore. Viva l'amore.

A quel punto (che purtroppo era alla fine) non c'è l'ho più fatta. Ho strappato le catene, ho divorato i broccoletti, ho lanciato la signora dentro al forno e poi sono andato a vomitare.
Tutti uguali. Come al solito il ragionamento finale arriva lì. Senza cattiveria, per carità, ma ci vogliono tutti uguali. Quelli come Volo vorrebbero che guardassimo Zalone e La vita di Adele con gli stessi occhi, lo stesso spirito e la stessa assenza di capacità critica, così da dire: “Oh, che bel film” verso entrambi. “Sì, a modo suo è interessante”, per le opere di Kechiche e per Sole a catinelle. Per carità, mai dire che qualcosa è una merda, che magari manca di originalità, inventiva, basi tecniche, o che magari è un'inutile brodaglia riscaldata di melenso autobiografismo d'accatto con aforismi da due soldi. No, saremmo dei cattivoni avvelenati d'odio che, probabilmente, hanno aspirazioni frustrate.
Altro grande cavallo di battaglia di chi ha una qualunque forma di successo per tagliare le gambe a chi legittimamente vuol dire la sua. 

A Volo e quelli come lui: auguratevi davvero che il vostro pubblico non entri mai in contatto con la vera letteratura, come ipocritamente augurate.
Dovreste, invece, farvela sotto di fronte a questa prospettiva. Se uno legge Calvino non può sperare poi di leggere Fabio Volo con gli stessi occhi, fare come se niente fosse. Che si mettano l'anima in pace, lui e i suoi broccoletti: una volta che qualcuno entra in contatto con qualcosa di puro, di bello e di vero, la stronzata non è più digeribile. Dopo aver letto, visto o ascoltato un'opera davvero grande, sconvolgente, interessante, dal valore alto e istruttivo... una stupidaggine innocua e leggera, anche se sincera avrà la considerazione e la critica che si merita.

Per quanto riguarda l'altro tormentone-tormento del giorno, ovvero Masterpiece, mi tocca tacere. Il fatto è che semplicemente non mi interessa. La trovo un'idea malsana fin dalla sua nascita, basata su un presupposto sbagliato e fuori da ogni logica, ovvero abbassare la scrittura a materia di reality-talent e relative dinamiche, alle quali l'esercizio della letteratura non si può declinare. La mia soluzione è soltanto una, togliere quello che serve alla tv: lo spettatore. Non lo vedo e non lo vedrò (nota per altri aspiranti broccoletti: spero non mi tocchi una cura Ludovico per questo).

Così come non darò mai soldi a case editrici, riviste e quotidiani che ospitano interventi dell'autore dei broccoletti nell'anima, e di levatura simile.
Citazione da tenere a mente per tutti: “E voglio indifferenza se mai mi vorrai ferire”.
Iniziamo, almeno noi, a ignorare questi fenomeni.
E ora provate a darmi dello snob, bitches.

sabato 16 novembre 2013

Il peggio della settimana (deve ancora venire): Fabio Volo, la cultura e Blurred Lines

Domani non comprerò il Corriere della Sera. Ma non c'è niente di strano, non è che io lo compri così spesso. Ecco, magari la domenica sì, e domani avrei anche potuto comprarlo. Lo sapete che sull'inserto La Lettura (bello eh, ma a volte un po' pesantuccio ed elitario) ci sarà un articolo di Fabio Volo, vero? Ecco.
Quindi faccio l'unica cosa sensata a fronte di un miliardo di discorsi, tweet, post, status e sticazzi vari che hanno scatenato l'inferno negli ultimi giorni. Esercito il mio potere di umile consumatore nei confronti di un prodotto.
E non voglio che si ripeta la tiritera che se uno non apprezza Fabio Volo è snob, invidioso, misantropo, fuori dalla realtà, cattivo, sordocieco, etc etc... Sono curioso di vedere cosa sarà pubblicato domani e sarò persino felice di leggerlo, ma non pagherò per poterlo fare. Poi, forse, neppure mi unirò alle “mille voci al sonito” di manzoniana memoria.
Certo, è curioso. Insomma, sullo spazio culturale del Corriere hanno scritto persone del calibro di Pasolini, D'Annunzio, Sciascia, Maraini, giusto per dirne quattro. La Lettura ha garbatamente assegnato un sei e mezzo in pagella all'ultimo libro di Volo (come allo studente duro di comprendonio ma che si applica, con incentivo a fare di meglio) in modo da mettere le mani avanti, andando a scomodare e impallinare in modo inclemente la prosa di Mazzantini, De Luca e Carofiglio facendola apparire come arzigogolata e farraginosa, giusto per esaltare la scrittura da uomo della strada del nuovo acquisto. 
Frase cult: “Preferirei Fabio Volo”.
Ecco, io no.
Io il Corriere della Sera, per questo, non lo compro. Punto.
Il successo e il valore non sono la stessa cosa. Il successo non perdona, il successo non ti fa perdonare e spesso è imperdonabile che vada a colpire persino il pubblico, o almeno la sua parte “orgogliosa di essere cultura” che sa riconoscere la statura di un'opera e di un autore. Certo, stiamo parlando in questo caso di un successo di pancia e non di cervello (direi che su questo pochi possano dissentire), ma sempre lì si va a finire: si scambia il successo per il valore assoluto del prodotto. Un libro, una storia, un racconto, non devono per forza parlare a centinaia di migliaia di persone per essere degni di nota. Se il marketing sopperisce al riconoscimento del valore, il gioco è abbastanza scoperto e facile da smascherare per chiunque abbia un po' di cervello.

Aggiungo però un'altra cosa, come esempio lampante della 'condanna' per via del successo commerciale, dove non dobbiamo andare a finire “noi della cultura”. Fa notizia (adesso!) il boicottaggio (adesso!) da parte di un bel gruppetto di gruppi organizzati di studenti universitari inglesi della canzone Blurred Lines (eddaje) di Robin Thicke. Dopo 8 mesi dal lancio del singolo e un successo planetario di dimensioni – e dollaroni – enormi. Dopo che da marzo 2013 studenti e studentesse di ogni lingua, estrazione sociale e convinzione politico/etico/sociale se la sono ballata e canticchiata ovunque, nel 99% per cento dei casi fregandosene del testo (che, detto tra noi, è una stronzata giocosa da morti di figa ed è sempre meglio delle liriche patetiche di Vasco Rossi che sembra sempre cercare di rimorchiare un'adolescente). Ha senso? Il testo è davvero così misogino? Il video talmente offensivo da generare anche cloni ulteriormente, involontariamente offensivi per la causa che difendono? E allora a quasi tutti i rapper americani e nostrani che cosa dovremmo fare, la castrazione chimica per oltraggio reiterato e compiaciuto all'intero genere femminile da quando esiste il genere?
Il successo non perdona, ma almeno di Robin Thicke non dicono che è il nuovo Stewie Wonder...
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