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venerdì 12 settembre 2014

I social media... secondo Hitchcock

Immagine via
Secondo me Alfred Hitchcock, grande regista e maestro del brivido, sarebbe stato anche uno splendido user dei social media. La sua intelligenza e il suo umorismo sarebbero stati utilissimi per sottolineare alcuni aspetti della vita online. Da cinefilo accanito, prendo avvio da tre citazioni del suo repertorio (dedicate al cinema ma applicabili al web) per analizzare alcuni aspetti social.

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate”

I social sono un po' così, no? Vediamo – e mostriamo – solo le parti interessanti e i contenuti che ci sembrano adatti. Un vero e proprio “montaggio” del film della nostra vita-azienda-attività-etc.

Peccato che per avere successo, nella vita vera e quindi anche nelle strategie di social marketing, ci sia dietro un grandissimo – e spesso noioso – lavoro da fare. Pianificazione, realizzazione, scrittura, programmazione...

Ma questo può essere esteso a qualsiasi lavoro, sia ben chiaro. Scordati di fare lo sbirro all'americana senza dover compilare migliaia di scartoffie. Non potrai essere i miglior sportivo della categoria se non ti distruggi per ore e giorni e mesi di allenamenti. Non esiste l'idea geniale che ti farà diventare milionario perché sei bello e bravo: dovrai sputare sangue per farla accettare e renderla di successo.

Non ci sono scorciatoie. Non ci sono jump-cut. Non ci sono montaggi antologici. C'è la tua vita, e ci sei tu: in mezzo, un sacco di fatica.


"C'è qualcosa di più importante della logica: l'immaginazione"

Ok, ti sei fatto una cultura su social media marketing, sullo storytelling, sul blogwriting, hai letto ogni singolo post presente sul web e tutte le pubblicazioni sul come brandizzarti, su come trovare clienti tra le PMI, i 10 modi per fare breccia su facebook-twitter-pinterest-tumblr-googleplus.

Sei una dannata macchina da guerra, il Robocop del web, il Terminator delle relazioni online, siano b2c che b2c. Bravo.

Adesso dimentica tutto quello che hai imparato e segui il cuore. Lascia da parte un attimo il cervello. Devi capire cosa ti può rendere unico e speciale, cosa può renderti diverso da tutti gli altri là fuori. Che hanno letto, studiato e messo in pratica le tue stesse cose. Anzi, di più.

Pensa fuori dagli schemi e segui ciò che senti. Poi attacca il cervello e la logica.

"Il cinema non è un pezzo di vita... è un pezzo di torta"

Indovina un po'? I social non sono la vita vera! Sono belli, a volte sono pure buoni, non parliamo poi della loro utilità.

Ma non cadere mai nell'errore di considerarli come vita reale o di prenderli per oro colato. O peggio, farne il centro della tua vita.

Utilizzare i social media è un po' come utilizzare uno strumento o guidare l'auto: non vorrai mica mangiare, dormire e incontrare persone dentro un'auto, vero? (Ok, magari in auto si può fare altro, ma questo non è quel tipo di blog!)

Morale della favola: se la vita non è un film, la vita non è neppure internet.

Sembra una banalità sconcertante, eppure fa sempre bene ricordarselo: staccarsi dal pc o dal tablet e fare una bella overdose di vita, incontrare persone, socializzare online è la cosa migliore di tutte, il punto cardinale delle tue attività.

E stasera, tutti a farsi una maratona di film del vecchio Hitch!

Se ti va di leggere ancora qualcosa...

venerdì 22 agosto 2014

L'idea (è) l'azione: tre consigli (e un esempio illustre)

Abel Ferrara è un regista di culto. Uno degli ultimi grandi registi che, a decenni dai suoi esordi, ancora riesce a trasformare in saggio e teoria ogni sua opera cinematografica.

La sua libertà creativa e il suo essere rigoroso lo hanno messo ai margini dell'industria “mainstream”. Nonostante questo, appassionati di cinema e addetti ai lavori lo considerano giustamente un genio. Un punto di riferimento.

In una recentissima intervista rilasciata a Nocturno, Ferrara parla di come sia riuscito a girare nel giro di pochissimo tempo (un anno circa) due film difficilissimi: uno sulla vicenda di Dominic Strauss-Kahn e l'altra, addirittura, sugli ultimi giorni di vita del “nostro” Pier Paolo Pasolini.

Come ha fatto? Lui è piuttosto chiaro: pur di fare film, sarebbe disposto a girarli con il telefonino, interpretando lui stesso tutti i personaggi. E cita un illustre collega, Roman Polanski: “Quando si vuole fare un film, l'ultima cosa da fare è sedersi ad un caffè per discutere. Se lo vuoi fare, agisci!”

Ti è suonato un campanello in testa? Esatto, quella di Polanski non è che una regola generale declinata all'arte più complicata e dispendiosa al mondo: il cinema. Figuriamoci se, ragionando in questo modo, non possiamo creare qualsiasi altra cosa.

Pur in carenza di mezzi, Ferrara ha convinto due pezzi da novanta del mondo attoriale a prendere parte (e anche finanziare) i suoi progetti: Gerard Depardieu e Willem DaFoe. Come? Non certo soltanto per il suo nome e la sua fama. La chiave di volta è stata l'idea alla base dei due film, tanto che la sceneggiatura spesso è arrivata seconda rispetto al lavoro di squadra per ottenere i risultati che si cercavano.

Capisci dove voglio arrivare? L'idea è tutto. Le idee smuovono le montagne. Se buone e perseguite con impegno e dedizione, non c'è niente che le possa fermare. Ma ci sono almeno tre elementi fondamentali da considerare:

L'idea è semplice? Se la puoi riassumere in tre righe e non perde nulla della sua forza e della suo fascino, è probabilmente un'ottima idea. Ricorda: nessuno si fermerà a leggere dalle tre alle trenta pagine, mentre le tue tre righe potrebbero nel giro di trenta secondi cambiarti la vita (mi piace il numero tre, si è capito?)

Ci credi davvero? Se non credi in te stesso, nessun altro lo farà al posto tuo. Se sei al 100% convinto della tua idea, nessuno potrà fermarti. Sei disposto a mettere in campo tutto per realizzarla? Ce la farai. Ma non chiedere troppo a te stesso, sii pronto a coinvolgere gli altri e non farne un'ossessione...

“Ma tutto è già stato fatto!” E allora? Tutto si può fare meglio. Tutto può essere innovato. Tutto può essere riletto in modo migliore. Tanto per restare all'arte (e alla scrittura) pensa a Shakespeare. Ti sorprenderebbe l'elenco dei film che non sono altro che una riscrittura di temi già presenti nelle opere del Bardo inglese. Autore che a sua volta aveva saccheggiato molte opere antiche. Sei davvero sicuro che la tua idea non possa dire qualcosa di nuovo?

Inizia il tuo film, ovvero la tua impresa, qualunque essa sia. Non esitare. Usa tutti i mezzi a tua disposizione. Oggi ne abbiamo davvero molti per far notare quello che facciamo.
Se c'è del valore, sarà riconosciuto.


Se ti va di continuare a leggere...
- Come utilizzare meglio i social (e non deprimerti)
- Allena il cervello ad avere buone idee!
- Prima di pensare al successo... migliora te stesso!

venerdì 25 luglio 2014

Expendables piratati e sacrificabili al boxoffice? Dipende da te

189 mila download in meno di 24 ore.
Sarebbe un bel successo, se si trattasse di qualcosa di legale. E invece stiamo parlando di un film non ancora ufficialmente uscito: The Expendables 3, il nuovo capitolo della saga action firmata da Sylvester Stallone, che riporta sullo schermo vecchie glorie e nuove leve del genere reso cult dalle pellicole degli anni '80.

Non giriamoci intorno: a meno di un mese dalla premiere ufficiale del film, la circolazione di una copia pirata in qualità DVD e questi numeri fanno cadere le braccia.

Ci ritroviamo di fronte ad un dilemma, e stavolta senza la foglia di fico del cinema d'autore che circola poco: chi attenderà un mese per vederselo sul grande schermo? Quanti, invece, preferiranno la comoda e gratuita visione sullo schermo del pc?

Un film d'azione del genere vive dell'incasso in sala dovuto alla "nicchia" di appassionati che, guarda caso, in gran parte (uomini, giovani) ricade nei grandi utilizzatori del download illegale. La frittata è (potenzialmente) fatta.

Il precedente a cui si può fare riferimento è “X-Men - Le Origini: Wolverine” che fu scaricato da 15 milioni di persone un mese prima dell'uscita nei cinema e incassò molto meno di quanto avrebbe potuto (vabbè, era pure un pessimo film...). Se vi consola, colui che uploadò il file pirata è finito in carcere e Megaupload, beh, sappiamo com'è finita.

Adesso, i cosiddetti amanti del cinema, del genere action, dell'arte e dei vecchi miti gloriosi degli anni '80 sono chiamati ad una scelta di campo. Affossare i propri beniamini o sostenerli fino alla fine, scaricare o vedere in sala, stare comodi o sostenere il (tanto amato?) cinema.

martedì 15 luglio 2014

La classe media uccisa dalla finanza (e dal web)

Parlare di economia non è mai semplice. È un argomento importante che spesso spaventa il pubblico. Pensate allora quando il giovane regista Robert Kornbluth è andato in giro cercando finanziamenti per un documentario sulla progressiva sparizione della classe media e l'inasprirsi delle disuguaglianze sociali in America.

Alla fine c'è riuscito con il crowdfunding e con qualche sponsor (tra cui, di sicuro, Mini-BMW) e il lavoro è eccellente. Un film (Inequality for all) la cui visione è consigliata a tutti: rappresenta un saggio di chiarezza espositiva, leggerezza istruttiva nel trattare temi complessi e importanti e, non ultimo, lancia un messaggio positivo non facendo del catastrofismo ma invitando a riflettere. Il successo meritato è arrivato dal Sundance Festival e da moltissima stampa internazionale.

A farci da cicerone in questo breve ma utile viaggio è Robert Reich, brillante professore dell'Università di Berkley in California ed ex ministro del Lavoro nel primo mandato presidenziale di Bill Clinton (amministrazione controversa ma che sotto il profilo del welfare operò bene). Con umiltà, (auto)ironia e intelligenza, Reich – autore del libro che ha ispirato il film - ci spiega in modo sereno cosa è accaduto per ritrovarci a vivere peggio di come stavamo 40 anni fa... tutti tranne l'1% della popolazione.

L'esempio americano non è per niente distante dalla realtà dei Paesi europei, e anche del nostro. Alla fine del dopoguerra e del boom economico, è accaduto qualcosa. Dalla fine degli anni '70, gli stipendi del ceto medio si sono livellati e non sono cresciuti in proporzione al costo della vita in salita costante. Abbiamo assistito a globalizzazione, delocalizzazione, deregulation, meccanizzazione del lavoro.
Il divario sociale si è invece ampliato, da una parte favorendo una minoranza di ricchissimi (a cui le tasse sono state tagliate), dall'altra andando a penalizzare quello che da sempre è stato il propulsore dell'economia mondiale, il grosso dei lavoratori e la loro capacità di spesa.

Non sono i ricchi a produrre posti di lavoro. E' la maggioranza della popolazione, la classe media, attraverso i suoi acquisti, a far girare l'economia, a sostenere la produzione di beni di consumo e quindi a gettare i presupposti per l'imprenditoria e la creazione dei posti di lavoro necessari.

Un equilibrio ben esemplificato nella pellicola, attraverso un chiaro schema che illustra un circolo virtuoso: stipendi adeguati - consumi che salgono – assunzioni - maggiore gettito fiscale - più investimenti pubblici - lavoratori più istruiti - economia in crescita - produttività maggiore.
Mettete a tutti questi fattori il segno opposto, e vedrete la situazione che viviamo da ormai troppo tempo.

Ogni punto meriterebbe un approfondimento, ma basta rilevare come, attraverso i decenni, in alcuni Paesi mondiali una popolazione più istruita ha saputo generare un mercato del lavoro migliore e una capacità dell'individuo di trovare o creare nuovi impieghi. Dunque una società che ha saputo far fronte in modo migliore alla “crisi” che ha investito il mondo negli ultimi anni.

L'ultima parte della pellicola, pur senza catastrofismi, solleva un'importante domanda: come può la politica svolgere serenamente il suo ruolo di soggetto che dovrebbe tutelare tutti i cittadini e in particolare i più esposti ai rischi economici, se ogni anno che passa è sempre più bisognosa lei stessa di soldi e di “appoggi” di ricchi magnati? La realtà delle campagne elettorali americane è lampante, ma anche in Italia, da Berlusconi e Renzi, questo fenomeno è sempre più tangibile.
Il rischio è che la tutela della classe media, dei lavoratori, degli stipendi e delle fasce deboli si riduca soltanto a slogan e a poche, piccole, elemosine.


Ci sono poi le responsabilità del web e del progresso tecnologico, ma di queste parleremo in un prossimo post.

sabato 12 luglio 2014

Tutto ciò che cerchi su Google potrà essere usato contro di te

E se Google avesse un grande archivio dove conserva ogni singola ricerca che abbiamo effettuato?
Se, a richiesta, Big G acconsentisse tranquillamente a fornire tutte le parole che avete inserito nel motore di ricerca e il contenuto delle vostre mail ad autorità che vorrebbero “preventivamente” evitare qualche potenziale illecito, vi sentireste tranquilli?

Questa realtà (perché di realtà si tratta) e molto altro materiale inquietante è il punto di partenza di Terms and Conditions may apply, un documentario del regista americano Cullen Hoback. 
Il film ci mostra cosa accade ogni volta che schiacciamo a cuor leggero il fatidico pulsante “Accetta” senza dare troppa importanza al fiume di testo che precede la creazione di profili, l'utilizzo di app, la registrazione a servizi e via dicendo.

La privacy è morta?
Fortunatamente il doc non utilizza toni apocalittici (uno dei principali difetti di molte opere cinematografiche “di denuncia”) e Hoback tende a usare un registro leggero e paradossale, sebbene i suoi intervistati siano abbastanza sicuri quando affermano che il progresso ha reso totalmente trasparente la nostra sfera privata grazie ad internet. E spesso, con il nostro consenso e contributo.
Il caso più eclatante sono i social network, una vera e propria benedizione per gli spioni di professione. 
“E' incredibile quanto la gente, adesso, sembri fare a gara per fornire più informazioni possibili sulla propria vita e su cosa faccia ogni singolo minuto della giornata”, dice qualcuno a un certo punto, e tu inizi quasi automaticamente a ripercorrere con la mente i tuoi status e i tuoi post. 

In pratica, ci stiamo consegnando ad un Grande Fratello che sta imparando a fare a meno delle telecamere (ma non preoccupatevi, si stanno moltiplicando anche quelle). Un Big Brother che vuol farti vivere libero ma monitorato, auto-denunciando ogni tuo gusto, spostamento, cambiamento di vita.
Libertà dai confini sempre più ristretti, che può vedere le forze dell'ordine compiere aberrazioni – come arresti “cautelativi” di pacifici dimostranti o artisti di strada nei giorni di eventi ad altro rischio – o vendette occulte, vedi la vicenda dell'ex capo della CIA David Petraeus, incastrato dalle “intercettazioni” su Gmail delle conversazioni tra lui e l'amante. Mail che erano salvate in bozza, quindi neppure spedite.

C'è di che sentirsi un po' paranoici, se nell'Unione Europea non fossimo in effetti un po' più tutelati rispetto ai democratici USA, e di recente abbiamo pure (faticosamente) acquisito quel diritto all'oblio invocato per tanto tempo (un discorso a parte e da subito dibattutissimo).
Ma se chiedi a Google di fornirti uno stampato di tutte le tue attività online, beh, ci metterà un po' e te lo farà avere. Incluse le ricerche imbarazzanti su gattini rosa e abitudini sessuali delle Sule dai piedi azzurri delle Galapagos (per citare i casi migliori). 
Basterà qualche freno legale a garantire il rispetto totale della privacy degli utenti?
Le aziende rinunceranno mai alla compravendita dei dati personali, che sembra essere la nuova miniera d'oro del commercio?
E siamo sicuri che nessuno registri e conservi ugualmente ogni nostra mossa sul web?

Il film, visti i tempi di lavorazione, termina prima del caso Snowden, aggiunto all'ultimo tuffo sui titoli di coda. Ma c'è di che meditare...

venerdì 27 giugno 2014

The Raid 2, la recensione: più mazzate e meno trama, grazie!

Qual è la quintessenza del cinema d'azione di arti marziali?
La gioia delle mazzate nei denti, ovvio. Quand'è, quindi, che un prodotto diventa il migliore della sua categoria? Ad occhio e croce, quando le mazzate sono talmente tante e ben coreografate da rendere superfluo tutto il resto.

Questo era The Raid (2011). Non appena uscito, il film indonesiano del gallese Gareth Evans è diventato immediatamente un cult: trama poca o nulla, lo spettacolo del pencak silat, l'arte marziale del suo protagonista Iko Uwais, un'ora e mezzo di azione senza sosta e stuntman pazzi che prendevano botte da orbi e volavano giù dalle scale atterrando di schiena sui balconi. Il pretesto di un assalto di una squadra della polizia all'edificio di un boss locale si trasformava in una mattanza a mani nude claustrofobica e vertiginosa.

Insomma: il futuro del cinema d'azione si è spostato in Indonesia, dopo un occidente ripulito da sangue e cattiveria e Giappone e Cina/HK vittime di un funambolismo sterile.

Dopo il successo in patria e anche all'estero, complice la distribuzione americana con le musiche di Mike Shinoda, per The Raid era inevitabile l'arrivo di un sequel, che prende le mosse da un progetto precedente di Evans, in stand-by perché troppo ambizioso: Berandal, divenuto dunque il sottotitolo di The Raid 2.

Che sia un progetto ambizioso si capisce subito. Ambiente criminale e faide tra clan di razze diverse, scontri generazionali familiari, tradimenti, poliziotti infiltrati. Roba da John Woo, Johnnie To e perfino Scorsese. Per fortuna Evans non si sopravvaluta e mantiene l'azione al centro di tutto. Purtroppo, questo centro traballa molto perché sottoposto a diverse scosse telluriche: quelle di una trama abbastanza banale e allungata, di scene superflue e di personaggi macchiettistici.

Intendiamoci: The Raid 2 impone di credere ad un universo dove le armi da fuoco sono praticamente bandite e tutto si risolve utilizzando armi bianche e mani nude. E fin qui va bene. Ma puntare due ore e mezzo di film sullo stravisto schema del figlio ingrato e arrivista e del poliziotto sotto copertura è un azzardo. Per non parlare di due personaggi che spuntano dal nulla (e rimangono nel nulla) troppo ridicoli per risultare interessanti: Hammer Girl e Baseball Bat Boy – non hanno nomi – oltre a non essere grandi combattenti sono veramente troppo sopra le righe per non risultare goffi tentativi di omaggiare il cinema di altri paesi orientali o Tarantino. Altra ingenuità, l'incredibile fanservice con le lunghe sequenze con Yayan Ruhian (il leggendario Mad Dog del primo film), che sebbene siano belle e spettacolari, poco aggiungono al resto della pellicola e appesantiscono la durata.

Ciò detto, mi ricollego all'incipit: le mazzate ci sono, e sono epocali. Praticamente ogni scena di lotta è da antologia. Tranne le brevi sequenze mirate solo a destare lo spettatore dalle troppe scene di raccordo, tutto il resto umilia il cinema d'azione contemporaneo: dalla mega rissa nel fango in prigione, alla sequenza sull'auto, ai combattimenti finali contro i due mocciosi antipatici e il braccio destro del boss cattivo (quest'ultimo il top del film).


Iko Uwais è in formissima, gli avversari non gli sono da meno. Il risultato è il miglior cinema d'azione che si sia visto dai tempi di... The Raid. Se siete disposti a sopportare qualche scena statica di troppo e una trama per niente originale, avrete di che godere. 

Fargo, la prima stagione tv colpisce ma non stupisce

La serie tv di Fargo è arrivata alla fine.
Il giudizio è complesso: grande qualità e intrattenimento di alta classe, certo, ma anche una miniserie in 10 episodi che ha faticato a trovare un'identità ed una coerenza interna.

L'andamento rapsodico legato soltanto dal sottile filo dell'indagine della caparbia Molly Solverson (Allison Tolman) sull'ambiguo Lester Nygaard (Martin Freeman) ha finito per essere un palcoscenico per l'istrionico Billy Bob Thronton nei panni dell'assassino multiforme Lorne Malvo.
Una figura archetipica, fortemente metaforica (come i fratelli Coen insegnano) ma forse un po' troppo compiaciuta e irrisolta, sebbene dal forte carisma.

Fargo è un prodotto che si è fin da subito rivelato molto legato al prototipo cinematografico, e che ha confermato pregi e difetti del voler trasportare una filosofia prettamente da grande schermo come quella dei Coen (una storia esemplare e circolare in due ore) su quello piccolo.
Non tutto è perfetto. Soprattutto quando si cercano di portare nella serialità le ellissi e i paradossi coeniani, con il risultato che certi personaggi rimangono in sospeso (il killer sordomuto), meccanici e banali (Bill), superflui e irritanti (i due agenti dell'FBI).

La serie, nello spirito, rimane fedele e rispecchia quello strisciante nichilismo e il pessimismo che erano proprio del Fargo cinematografico.
I soldi e l'avidità rovinano la vita, il delitto comporta sempre un castigo, le circostanze rendono l'uomo gretto e spietato, la redenzione è quasi impossibile, la violenza chiama sempre altra violenza in una spirale dolorosa e paradossale.
Al tempo stesso, la serie esalta le qualità della “gente comune” e dipinge un microcosmo dove chi rimane fedele alle proprie idee e ai propri valori, soprattutto quelli semplici ed essenziali, ne esce vincitore (o comunque vivo).

Un esperimento di connubio cinema-tv interessante, perché non si limita ad essere un semplice sequel o remake (sebbene ci sia una strizzatina d'occhio ad una continuity con la pellicola, per chi la becca), ma un'opera che dialoga in modo interessante con il modello di riferimento.
Opera di alta tv che non raggiunge l'eccellenza ma intrattiene con grande intelligenza, cercando coraggiosamente di premere qualche tasto che mina la classica struttura televisiva: vedi le digressioni narrative, il gusto del racconto di aneddoti, le frasi e le situazioni non spiegate ma affidate all'interpretazione soggettiva dello spettatore.


Cast superbo e affiatato, regia puntuale e geometrica, scrittura eccellente hanno fatto il resto: da vedere, con la consapevolezza che forse si troverà l'insieme al di sotto del valore delle sue singole componenti.

E adesso? Puoi leggere anche:

giovedì 12 giugno 2014

A Hard Day's Night, i Beatles e il cinema che inventa il videoclip

I Fab Four... Tutti per uno, come il titolo che all'epoca (correva il 1964) fu affibbiato in Italia alla prima pellicola dei Beatles.
Beatles che, all'interno di A Hard Day's Night, anarchico film del bravissimo regista Richard Lester, non vengono mai chiamati Beatles.

Se c'è un grande merito da riconoscere alla regia di Lester - che aveva 32 anni, una decina in più dei suoi protagonisti - è quella di essere assolutamente in anticipo sui tempi, frenetica ma sempre puntuale, precisa e anarchica, come il ritmo stesso della pellicola.

In pratica, Lester ha inventato con il cinema il linguaggio dei videoclip del futuro. Vedere per credere: tutto quello che è venuto prima (e moltissimo di ciò che seguirà) sembra paleolitico e ammuffito.

Grazie al montaggio dell'abile John Frenzy Jympson, il regista si sbizzarrisce in inquadrature sbilenche, dettagli in primissimo piano, salti logici, giochi con il fuoco, immagini che durano lo spazio di un battito di ciglia. Muore la noia e nasce uno stile.




Il resto è storia: pellicola con trama esile, collage di gag, che documenta e certifica la nascita della Beatlemania, che sfrutta narrativamente una trasferta londinese per un concerto, dopo il primo tour americano della band. A Hard Day's Night è anche un film girato in piena libertà ma scritto benissimo (da Alun Owen), con battute fulminanti e un uso dell'improvvisazione eccellente. Senza contare il bianco e nero più che mai brillante di Gilbert Taylor, che avrebbe poi lavorato con i più grandi registi dell'epoca.

Snobbato dalla critica, fu un clamoroso successo al botteghino (costo: mezzo milione di sterline, incasso: dodici milioni) e conquisto due nomination agli Oscar, senza contare l'acquisizione dello status di cult. 
E poi, beh, è un film dei Beatles.

I Fab Four sono perfettamente a loro agio, anche se Paul si dimostra al solito il più smaliziato. Lennon gioca al ruolo dell'anticonformista sognante e sopra le righe, George è il bravo ragazzo con la testa tra le nuvole e Ringo... è Ringo, sorridente, positivo, malinconico all'occorrenza. Bravissimo anche il cast di supporto di veri attori, tra cui il terribile "nonno di Paul" irlandese, irriverente, pronto a insultare i poliziotti, seminare zizzania nel gruppo e frodare le fan dei loro amici (Wilfrid Brambell).


Ma tantissime scene sono da antologia: oltre ad alcuni siparietti nonsense e surreali, da citare almeno la scena in cui George viene scambiato per un suo sosia e introdotto da un produttore senza scrupoli che vuole usarlo come testimonial per convincere i ragazzi a comprare delle camicie orrende. Quando il losco figuro cita una sua collaboratrice e beniamina, una che di lavoro fa la trendsetter (non vi suona già nelle orecchie fashion blogger?) George risponde: ma noi quella la prendiamo per i fondelli, è noiosa, è falsa. Stavo per commuovermi in sala: all'epoca gli idoli pop potevano permettersi - almeno sullo schermo - di criticare quello che i loro omologhi sono costretti a fare, cinquan'tanni dopo.



Infine, vedere i ragazzi di Liverpool giocare a quattro cantoni sulle note di Can't buy me love regala allo spettatore di oggi quella
consapevolezza dolceamara di un'innocenza ad un passo dal perdersi del tutto: era sul pianerottolo un successo incontrastabile che avrebbe cambiato ogni cosa.

Le canzoni del film: A Hard Day's Night, I Should Have Known Better, If I Fell, I'm Happy Just to Dance with You, And I Love Her, Tell Me Why, Can't Buy Me Love, I Wanna Be Your Man, Don't Bother Me, All My Loving, Ringo's Theme (This Boy) e She Loves You.  

domenica 18 maggio 2014

Godzilla, un film con la star molto timida

Questa non sarà una recensione lunga e articolata, perchè Godzilla risulta essere un blockbuster senza troppe pretese che mira “solo” a intrattenere, nonostante la nobile discendenza e la ricorrenza dei 60 anni del mostro giapponese creato da Ishiro Honda.
Andiamo subito a quello che è, a mio avviso, l'aspetto più discutibile.
Il problema è che Godzilla è il personaggio che compare meno nel film.
Meno di Bryan Cranston. Meno di Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen. Meno di Ken Watanabe e qualsiasi altro attore del film (a parte Juliette Binoche, ma sfido io).
Meno, e qui siamo al paradosso, dei mostri cattivi.
Ora, non è che uno volesse un film intero su Godzilla che arriva e distrugge una città a caso (comunque, perchè no?), però almeno una bella scena tamarra di un quarto d'ora con un combattimento all'ultimo sangue non ci avrebbe fatto schifo, credo.
E invece, nisba.
Ok che Gareth Edwards, il regista, è diventato famoso per Monsters, dove dei mostri non si vedeva neppure l'ombra o quasi, ma qualcuno doveva dire alla produzione che in questo caso IL FILM E' IL MOSTRO!
Per essere un simil-reboot non mette neppure troppa enfasi nel costruire un'aura mitica al nostro beneamato Godzilla. Quasi tutti gli sforzi tesi a creare aspettativa (tanti dialoghi, e poi la regia non fa altro che negarcene la visione intera) smorzano la tensione e inquadrano didascalicamente la creatura come un riequilibratore divino.
Nella visione di questa pellicola, noi umani siamo gli idioti che rovinano il pianeta e dobbiamo essere noi in qualche modo rimettere le cose a posto (come? Ma evitando di far esplodere una bomba che noi stessi abbiamo piazzato e che 99 su 100 non sarebbe servita a niente!).
Trovate sciocca la frase precedente?
Perchè è ovviamente sciocca.
Godzilla salva il mondo e anche i bambini dai missili lanciati dai miliari, i quali, attraverso il protagonista Ford Brody (ma che nome è?) restano sempre al centro del film e mai per un momento vengono messi in discussione, neppure nelle scelte cretine che fanno. A meno che il broncio triste di Ken Watanabe non sia una critica.
Alla fine della fiera, è tutto molto bello e professionale, però – purtroppo – da spettatore che si è visto quasi tutti i film della serie, mi ritrovo quasi a preferire i pupazzoni gommosi che si riempiono di legnate trash per metà pellicola.
Per il pubblico generalista, Godzilla 2014 è un film solido ma che non raggiunge nemmeno per un momento lo stupore e il coinvolgimento di un Jurassic Park o il divertimento di un Pacific Rim. Detto questo, lo spettacolo c'è, le scene grandiose e di impatto pure. Resta l'amaro in bocca perchè avrebbe potuto essere molto più.
A quanto pare in USA l'apertura è andata benone (la migliore dell'anno finora) e anche in Italia il risultato è buono.

Resisterà sul lungo termine? Mah. Non è memorabile, e il fatto che sia già annunciato un sequel non so se costituisca un bene o un male...

Sei mostruosamente curioso? Leggiti anche:

venerdì 16 maggio 2014

Lovelace? Meglio Deep Throat.

Lovelace è uno di quei film di cui diventa spinoso parlare, perchè nonostante sia poco interessante e per nulla intelligente nel raccontare quello che racconta, porta alla nostra attenzione una vicenda esemplare che merita comunque attenzione.
Il titolo, Lovelace, rivela già moltissimo del carattere dell'operazione dei registi Robert Epstein e Jeffrey Friedman: si parla infatti interamente della vita di Linda Lovelace, la ragazza che suo malgrado diventò nel 1972 la (porno)star più famosa e chiacchierata del pianeta grazie a Deep Throat, in un'epoca in cui il genere porno poteva ancora essere cinema, girato con un minimo di inventiva e occasione di reale scandalo sociale. Deep Throat fu pellicola di rottura, x-rated legale capace di approdare nelle sale "perbene" grazie ad un'operazione di marketing molto sagace e moderna. 
Linda, invece, fu vittima del suo poco amorevole marito Chuck Trainor, in un film in cui non passa minuto senza che ci venga mostrato falso, strafatto, frignone, spregiudicato, senza morale eccetera, casomai ci fossero dubbi.
Se c'è un difetto in questo Lovelace - a parte essere di una banalità e prevedibilità mortale, anche nella forma - è quello di lasciare fuori tutto il contesto, riducendolo a cartolina bidimensionale, per puntare in modo brutale e poco elegante sulle vessazioni di Chuck ai danni di Linda.
Sacrosanto, per carità, anche perchè tutto porta al racconto della pubblicazione (a fine anni '80) del libro Ordalia, dove la Lovelace scrisse tutto quello che le era accaduto. Solo che la pellicola glissa sul fatto che comunque dopo il divorzio dal marito, recitò in altre pellicole hard. Vabbè.
Tornando al film, quando degli ottimi sceneggiatori e registi avrebbero saputo dipingere violenze fisiche e psicologiche senza didascalismi e grossonalintà, il duo Epstein e Friedman calca invece la mano esclusivamente su questo, senza peraltro riuscire ad infondere mai ritmo alla pellicola e suscitare un reale senso di partecipazione nello spettatore.
Attenzione: non ho detto che non si prova pietà per Linda, che anzi attraverso il suo libro ha ricevuto una sorta di tradiva giustizia per quanto le è accaduto, ma che questo è trasposto sullo schermo in un modo talmente anonimo e pedestre (e assolutamente scevro da ogni provocazione, si conta giusto UN topless) da sembrare uscito da una produzione della RAI.
Il paragone con Boogie Nights, film che potrebbe essergli accostato, è semplicemente improponibile. Laddove si riusciva a descrivere la miseria umana e di un microcosmo (ma c'era al timone un fuoriclasse come P.T. Anderson, appunto) con stile brillante, in Lovelace regna la pesantezza e la costante sensazione di occasione mancata.
Quando ho scritto che si parla 'interamente' di Linda Lovelace è perchè tutto il resto, semplicemente, non esiste: costumi, ambienti, personaggi secondari sono buttati in mezzo solo per fare presenza, senza alcuna dimensione umana.
Nonostante il gustoso cast di contorno (Sharon Stone, Robert Patrick, James Franco, Hank Azaria, Juno Temple, Chris Noth), lo svolgimento è insipido e nessuno riesce a tirare fuori un'interpretazione memorabile, se non la 'diva' Amanda Seyfried - cosa abbastanza scontata - e (di riflesso) Peter Sarsgaard, il cui Cuck emerge come figura sfaccettata prima ancora che negativa, forse addirittura più compiuta della "del tutto innocente innocente" protagonista.
Non aiuta poi la causa del film la melensa e insignificante colonna sonora di Peter Trask.
L'occasione era preziosa e il risultato completamente fuori fuoco.

...e adesso? Beh, puoi leggere:
- Nymphomaniac, Lars Von Trier vittima di se stesso

- Il dramma del cinefilo ai tempi dello streaming
- Noah, un film biblico un po' (tanto) fantasy

martedì 13 maggio 2014

ICONS: Hans Ruedi Giger

"Some people say my work is often depressing and pessimistic, with the emphasis on death, blood, overcrowding, strange beings and so on, but I don't really think it is" 
- H. R. Giger















lunedì 12 maggio 2014

Perchè la tv è meglio del cinema: Jack Ryan - L'iniziazione

"Ho capito, torno sull'Enterprise..."
Sei la Paramount e vuoi rilanciare un franchise di successo spy-action, tratto dai libri di un autore che vende milioni di copie come Tom Clancy (RIP). 
Jack Ryan l'abbiamo visto interpretato da Alec Baldwin, Harrison Ford, e anche da... Ben Affleck, e al botteghino è sempre andato bene.
Per star sicuri, allora, setti un budget di 60 milioni di dollari (bassino ma quanto basta per esser solido), recluti uno come Kenneth Branagh nei panni di regista e di cattivone, un giovane di belle speranza con i nuovi Star Trek alle spalle come protagonista e una vecchia gloria che fa sempre piacere vedere, Kevin Costner, nei panni del vecchio mentore.
Keira, almeno lei...
Ci butti dentro Keira Knightley che male non fa mai. 
Dipingi uno scenario che intreccia 11 settembre, cospirazioni finanziarie e nuovi attacchi terroristici.
E fai un sonoro flop.
Perchè? Semplice, Jack Ryan: l'iniziazione è quanto di più generico e senza mordente Hollywood abbia prodotto negli ultimi anni.
Sembra quasi un film indipendente a basso budget (elicotteri, panoramiche ed esplosioni a parte): personaggi che parlano spiegando qualsiasi cosa, senza carattere definito o dettagli memorabili, scene d'azione ben realizzate ma senza identità e originalità, canovaccio classico svolto senza guizzi.
"Capo, ho fatto un casino (COL film, non NEL film!)"
E poi, soprattutto, una miriade di soluzioni narrative che ti fanno alzare gli occhi al cielo gridando “Seeeeeh!!”.
Una su tutte: invitato a cena dal nemico, il prode Jack finge malamente d'essere ubriaco e lascia che la moglie (civile e sprovveduta) si faccia corteggiare da questo speculatore assassino per mettere in atto escamotage assolutamente privi di ogni garanzia di riuscita (rubare un portafogli, assentarsi per un quarto d'ora, entrare in un edificio supercontrollato senza che nessuno lo riconosca... e così via) per rubare dei segreti dal pc del cattivone. Roba da rimandare gli sceneggiatori a scuola di "cosa fare per mantenere un briciolo di decoro pur chiedendo la sospensione dell'incredulità".
Kevin: "Almeno stavolta non è colpa mia"
I tempi sono cambiati, il pubblico è cambiato. Adulti e ragazzini sono più smaliziati. Chi, al giorno d'oggi, paga un biglietto per vedere personaggi generici compiere azioni generiche e un po' ridicole per salvare l'America e il mondo?
Al giorno d'oggi, quando la tv e lo streaming offrono Breaking Bad, House of Cards, Game of Thrones, True Detective? O anche serie meno “blasonate” ma ben congegnate come The Blacklist, 24, The Shield, Sons of Anarchy?
Non scherziamo.

Questo flop segna un decisivo ed ennesimo scacco della tv al cinema “che conta”... Chris Pine, scommetto, avrebbe preferito una bella miniserie sul piccolo schermo che questo film nel suo curriculum.
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