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sabato 26 luglio 2014

The Lottery: vinci un bambino nell'era infertile [#otptv]

I bambini non nascono più. La specie umana è a rischio estinzione.

Sto parlando di I figli degli uomini, il bel film del 2006 di Alfonso Cuaron? No, di The Lottery, serie tv appena iniziata del canale americano Lifetime, che ne mutua in pratica le premesse iniziali.

Una distopia, dunque, creata per il piccolo schermo da Timothy J. Sexton, uno degli adattatori del romanzo originale della scrittrice P.D. James alla base del film. Come dire... di una buona idea non si butta via niente, anzi, si ricicla.

Il tema è interessante: se davvero il genere umano non potesse più riprodursi e non si trovassero delle spiegazioni, che cosa avverrebbe? 
A differenza di I figli degli uomini, dove il problema era già considerato irrisolvibile e la missione del protagonista aveva un sapore messianico, in questa serie tv scienza e politica, si capisce fin da subito, la faranno da padrone.

Niente per cui gridare al miracolo, intendiamoci: come ogni pilot l'episodio è schiacciato dall'esigenza di presentare tutti i personaggi e dare un'infarinatura del contesto sociale. A pochi anni da adesso, dopo la catastrofe che ha sconvolto il mondo, la dottoressa Alison Lennon riesce a fecondare 100 ovuli. Come ringraziamento, la Casa Bianca la licenzia e si appropria del laboratorio, ma lei, ovviamente, tenterà di agire per conto suo.

Nel frattempo, Kyle Walker, padre single di uno degli ultimi bambini nati sul pianeta, è costretto a rapire il suo prezioso figlio dalle grinfie del Governo che glielo vuole portare via... ah, il piccoletto si chiama Elvis.

Ci sono poi il Presidente degli Stati Uniti, che si affretta a dichiarare una lotteria rivolta alle donne americane per definire a chi saranno impiantati gli ovuli fecondati, la sua consigliera Vanessa Keller e un losco figuro politicante che, capiamo subito, è il primo dei "cattivi" che vedremo agire nell'ombra.

Un primo episodio abbastanza standard, per una serie che potrebbe giovare della necessità di dire qualcosa di originale nello spazio delle 10 puntate previste.
Le idee non sono male, e la fantascienza sociale è pur sempre affascinante: resta da capire dove vuole andare a parare questa opera. Speriamo che sappia evitare le secche del banale thriller sentimentale e metta altra carne al fuoco.

venerdì 25 luglio 2014

Expendables piratati e sacrificabili al boxoffice? Dipende da te

189 mila download in meno di 24 ore.
Sarebbe un bel successo, se si trattasse di qualcosa di legale. E invece stiamo parlando di un film non ancora ufficialmente uscito: The Expendables 3, il nuovo capitolo della saga action firmata da Sylvester Stallone, che riporta sullo schermo vecchie glorie e nuove leve del genere reso cult dalle pellicole degli anni '80.

Non giriamoci intorno: a meno di un mese dalla premiere ufficiale del film, la circolazione di una copia pirata in qualità DVD e questi numeri fanno cadere le braccia.

Ci ritroviamo di fronte ad un dilemma, e stavolta senza la foglia di fico del cinema d'autore che circola poco: chi attenderà un mese per vederselo sul grande schermo? Quanti, invece, preferiranno la comoda e gratuita visione sullo schermo del pc?

Un film d'azione del genere vive dell'incasso in sala dovuto alla "nicchia" di appassionati che, guarda caso, in gran parte (uomini, giovani) ricade nei grandi utilizzatori del download illegale. La frittata è (potenzialmente) fatta.

Il precedente a cui si può fare riferimento è “X-Men - Le Origini: Wolverine” che fu scaricato da 15 milioni di persone un mese prima dell'uscita nei cinema e incassò molto meno di quanto avrebbe potuto (vabbè, era pure un pessimo film...). Se vi consola, colui che uploadò il file pirata è finito in carcere e Megaupload, beh, sappiamo com'è finita.

Adesso, i cosiddetti amanti del cinema, del genere action, dell'arte e dei vecchi miti gloriosi degli anni '80 sono chiamati ad una scelta di campo. Affossare i propri beniamini o sostenerli fino alla fine, scaricare o vedere in sala, stare comodi o sostenere il (tanto amato?) cinema.

martedì 15 luglio 2014

La classe media uccisa dalla finanza (e dal web)

Parlare di economia non è mai semplice. È un argomento importante che spesso spaventa il pubblico. Pensate allora quando il giovane regista Robert Kornbluth è andato in giro cercando finanziamenti per un documentario sulla progressiva sparizione della classe media e l'inasprirsi delle disuguaglianze sociali in America.

Alla fine c'è riuscito con il crowdfunding e con qualche sponsor (tra cui, di sicuro, Mini-BMW) e il lavoro è eccellente. Un film (Inequality for all) la cui visione è consigliata a tutti: rappresenta un saggio di chiarezza espositiva, leggerezza istruttiva nel trattare temi complessi e importanti e, non ultimo, lancia un messaggio positivo non facendo del catastrofismo ma invitando a riflettere. Il successo meritato è arrivato dal Sundance Festival e da moltissima stampa internazionale.

A farci da cicerone in questo breve ma utile viaggio è Robert Reich, brillante professore dell'Università di Berkley in California ed ex ministro del Lavoro nel primo mandato presidenziale di Bill Clinton (amministrazione controversa ma che sotto il profilo del welfare operò bene). Con umiltà, (auto)ironia e intelligenza, Reich – autore del libro che ha ispirato il film - ci spiega in modo sereno cosa è accaduto per ritrovarci a vivere peggio di come stavamo 40 anni fa... tutti tranne l'1% della popolazione.

L'esempio americano non è per niente distante dalla realtà dei Paesi europei, e anche del nostro. Alla fine del dopoguerra e del boom economico, è accaduto qualcosa. Dalla fine degli anni '70, gli stipendi del ceto medio si sono livellati e non sono cresciuti in proporzione al costo della vita in salita costante. Abbiamo assistito a globalizzazione, delocalizzazione, deregulation, meccanizzazione del lavoro.
Il divario sociale si è invece ampliato, da una parte favorendo una minoranza di ricchissimi (a cui le tasse sono state tagliate), dall'altra andando a penalizzare quello che da sempre è stato il propulsore dell'economia mondiale, il grosso dei lavoratori e la loro capacità di spesa.

Non sono i ricchi a produrre posti di lavoro. E' la maggioranza della popolazione, la classe media, attraverso i suoi acquisti, a far girare l'economia, a sostenere la produzione di beni di consumo e quindi a gettare i presupposti per l'imprenditoria e la creazione dei posti di lavoro necessari.

Un equilibrio ben esemplificato nella pellicola, attraverso un chiaro schema che illustra un circolo virtuoso: stipendi adeguati - consumi che salgono – assunzioni - maggiore gettito fiscale - più investimenti pubblici - lavoratori più istruiti - economia in crescita - produttività maggiore.
Mettete a tutti questi fattori il segno opposto, e vedrete la situazione che viviamo da ormai troppo tempo.

Ogni punto meriterebbe un approfondimento, ma basta rilevare come, attraverso i decenni, in alcuni Paesi mondiali una popolazione più istruita ha saputo generare un mercato del lavoro migliore e una capacità dell'individuo di trovare o creare nuovi impieghi. Dunque una società che ha saputo far fronte in modo migliore alla “crisi” che ha investito il mondo negli ultimi anni.

L'ultima parte della pellicola, pur senza catastrofismi, solleva un'importante domanda: come può la politica svolgere serenamente il suo ruolo di soggetto che dovrebbe tutelare tutti i cittadini e in particolare i più esposti ai rischi economici, se ogni anno che passa è sempre più bisognosa lei stessa di soldi e di “appoggi” di ricchi magnati? La realtà delle campagne elettorali americane è lampante, ma anche in Italia, da Berlusconi e Renzi, questo fenomeno è sempre più tangibile.
Il rischio è che la tutela della classe media, dei lavoratori, degli stipendi e delle fasce deboli si riduca soltanto a slogan e a poche, piccole, elemosine.


Ci sono poi le responsabilità del web e del progresso tecnologico, ma di queste parleremo in un prossimo post.

mercoledì 9 luglio 2014

I Pirati di Silicon Valley, quindici anni dopo

Prima di The Social Network, c'era I Pirati di Silicon Valley.
Prima di Facebook, cioè, si è parlato di come sono nate le macchine sulle quali lo utilizziamo.

O meglio, delle due persone che hanno reso possibile la rivoluzione che ha portato un pc in ogni casa e sistemi operativi intuitivi (e poi laptop, netbook, smartphone, tablet...): Steve Jobs e Bill Gates.

Jobs, passato a miglior vita, è di certo un personaggio più narrativamente attraente. Genio sregolato, ex-hippie e fruttariano, grande oratore e carismatico, umorale e maleducato. Gates, da sempre più schivo e riservato, ha comunque una personalità non trascurabile (e un caratterino niente male).

I Pirati di Silicon Valley è un film-tv del giornalista e regista Martyn Burke datato 1999 che, con tutti i limiti da film-tv, affronta di petto senza timori una storia molto recente e controversa. La storia della “conquista” del mondo dei personal computer da parte di due giovani rampanti, tra gli anni '70 e gli '80 del Novecento.

Un film strutturato molto bene, anche se non girato benissimo, sia per ritmo che per scelte narrative. Tra dissolvenze invadenti e spunti ottimi lasciati cadere nel vuoto, c'è però un coraggio quasi incosciente nel tratteggiare un anti-ritratto di due delle icone degli ultimi quarant'anni e numi tutelari del “pc su ogni scrivania”, Steve Jobs e Bill Gates.

Con le dovute licenze da romanzo e gli ovvi limiti della semplificazione, c'è però una buona resa della personalità complessa e scorbutica di Jobs, ossessionato dall'idea di essere l'artista che dipinge il futuro dei computer, e l'antipatico pragmatismo di Gates.

Due giovani molto simili in molte cose: il talento, informatico (Gates) e visionario (Jobs), l'assenza di scrupoli, la volontà di abbattere il sistema dominato da giganti preistorici che non guarda in faccia niente e nessuno, tanto meno l'etica e l'onestà. Alle capacità personali si sommano infatti la bugia, l'arrivismo e il furto delle idee altrui.

Il film, tratto dal libro "Fire in the Valley" di Paul Freiberger e Michael Swaine, è spesso rozzo e schematico ma efficace: restituisce la figura di due personaggi speculari, opposti e complementari. Sommando fatti documentati a leggende metropolitane (non, però, così distanti dalla realtà) ricostruisce in modo efficace un periodo cruciale della nostra storia moderna.

Nessuno esce bene da questa pellicola. Jobs e Gates hanno sì rivoluzionato per sempre la nostra vita, il mondo della tecnologia, del marketing e dell'impresa, ma sono anche persone che hanno piegato il mondo e le persone ai propri scopi, rubando idee e tentando di distruggersi a vicenda. Niente di cui scandalizzarsi, sia chiaro: la base del progresso è spazzare via chi non “vede” il futuro e l'utilità degli strumenti che ha sotto il naso (e magari inventato). Vince chi sa cambiare, osare, prendere dei rischi, anche a spese altrui.

Aneddoti spettacolari e veri: il dirigente della HP che dice a Steve Wozniak, socio di Jobs (rifiutando il progetto del Mac-1): “Ma cosa se ne fa la gente di un pc a casa?” e la storica riunione di Gates con il colosso IBM, dove costruì la sua fortuna vendendo un sistema operativo che ancora non aveva (il DOS, acquistato dalla sua Microsoft a due spicci da un altro produttore) e mantenendone la proprietà, concedendolo in licenza.
Persino la IBM pensava che i soldi arrivassero solo dai pc, e non dal software... un po' come quando Lucas gettò le basi del suo impero andando oltre il cinema e assicurandosi i proventi del marchandising alla faccia della 20th Century Fox.

Certo, ai Pirati della Silicon Valley adesso servirebbe un sequel su cosa è successo (ed è successo moltissimo!) dopo il 1999. Anche se in realtà il film si ferma dopo il 1985, e riassume il resto in 3 didascalie negli ultimi 30 secondi...

Due parole sugli interpreti: Noah Wyle è un ottimo Steve Jobs, lodato persino dal papà di Apple che pure odiò il film. Jobs chiamò addirittura Wyle a introdurre, vestito come lui, la conferenza del MacWorld 1999.


Anthony Michael Hall è un odioso Bill Gates, ingobbito e introverso, anche lui molto bravo. Due prove di attori che sostengono e danno un valore maggiore a questa opera.


Puoi leggere anche:
- Halt and catch fire, la serie tv sullo sviluppo dei pc negli anni '80
- La prima stagione di House of Cards
- Il social marketing applicato al Mondiale

domenica 6 luglio 2014

Halt and catch fire: ecco l'erede di Mad Men, in salsa nerd anni '80

Catturare la vostra attenzione per parlare di Halt and Catch Fire?
Si gioca tutto su una semplice operazione matematica: Mad Men + The Social Network + nostalgia targata 1980.
E sulla sigla iniziale, strepitosa:




Ci siete ancora? Questo vuol dire che la nuova serie del canale americano AMC (sì, proprio lo stesso di Mad Men) può fare al caso vostro. Arrivata a metà della corsa (5 episodi su 10 della prima stagione) è il momento di parlare di questa giovane creatura che potrebbe avere un lungo e luminoso futuro. 
Come specificato in apertura, la formula con la quale si può grossolanamente bollare la serie creata da Christopher Cantwell e Christopher Rogers è quella del patchwork di successi legati a effetto-nostalgia, sfide tecnologiche e ambizione.

Ricostruzione d'epoca, lettura “epica” di un contesto storico e dei suoi protagonisti, classica struttura romanzata per incollare lo spettatore allo schermo. 
Siamo nel 1983, IBM domina il mercato dei computer: uno spregiudicato e misterioso ex dipendente del colosso informatico si presenta alla posta della società Cardiff Electric e si fa assumere, grazie al suo curriculum e la sua parlantina. E' Joe McMillan (Lee Pace), giovane e rampante agente commerciale, che nel giro di un paio di giorni “incastra” i suoi nuovi boss seguendo un proprio visionario progetto: battere la IBM sul suo stesso terreno, la produzione di computer.
E' un terremoto. Joe è arrivato lì seguendo gli articoli di un ingegnere della Cardiff, Gordon Clark (Scoot McNairy), scottato da precedenti fallimenti nel progettare dispositivi e mettersi in proprio, ma con il fuoco che ancora brucia sotto la cenere.

Con una incredibile maratona di reverse-engineering, i due compilano il BIOS delle macchine IBM e si apprestano all'operazione di clonazione, prima passo verso un azzardato progetto di miglioramento tecnico e di abbattimento dei costi.
Peccato che la IBM non stia con le mani in mano: sfidata dallo stesso McMillan che – a quanto pare – sembra sapere il fatto suo, mette in campo decine di avvocati ma non riesce a fermarli, al contempo costringendo la Cardiff ad andare avanti nell'idea di Joe. Ritirarsi sarebbe ammettere di aver copiato.
La guerra andrà avanti in modo sanguinoso, e non solo a colpi di attentati aziendali. Gordon ha una famiglia e mettendosi in gioco vede tutto a rischio: la moglie, intelligentissima impiegata della Texas Instruments (Carry Bishé), e le due piccole figlie. Quale futuro potranno avere?

Tra Joe e Gordon c'è il terzo incomodo, incarnato da una splendida studentessa ventiduenne che coniuga la figura del genio problematico e del punk asociale: Cameron Howe (Mackenzie Davis), fisico da modella e capelli alla Twiggy in versione The Clash. Personaggio dalla credibilità pari a zero (donna, bellissima, ribelle, appassionata di codice binario: un po' troppe comode coincidenze) che però funziona perché utilizzato col contagocce e contrapposto a due uomini “ordinari” che mettono a nudo le loro fragilità – Gordon insicuro e irrequieto, Joe bugiardo e dall'oratoria fatta di slogan da venditore.

La scrittura della serie è eccellente per quanto riguarda la struttura drammatica, a partire dalla scelta di mettere un carismatico imbroglione come McMillan al centro della storia: è lui a spiegare tutte le mosse più ostiche agli altri, e al tempo stesso allo spettatore, con linguaggio semplice e di stampo pubblicitario.
A lui si contrappongono Gordon, introverso, taciturno e caratterialmente debole e la complessa Cameron, sempre in bilico tra la macchietta disadattata e la ragazza profondamente sensibile.

E Joe, misterioso, affascinante, consumato dal “sacro fuoco” della visionarietà, come figura è ancora in bilico tra il magnifico millantatore e il sognatore disincantato. Di certo è un tipo disposto a tutto per raggiungere i suoi obiettivi e capace di utilizzare qualsiasi persona come strumento. Non per questo riesce sempre a uscire come vorrebbe dai casini che crea, e il suo atteggiamento gli farà da subito pagare caro alcune leggerezze.
Le ombre gettate sul suo passato (l'impiego precedente, l'anno in cui è sparito, il padre...) potranno sicuramente reggere sul lungo termine se ben giocate. Per adesso suonano molto come “paletti narrativi” già sentiti, ma siamo pronti a farci stupire.

Gli anni '80 del secolo scorso sono più evocati che mostrati, esattamente come in Mad Men: si gioca sugli interni, su case e uffici, abbigliamento, capigliature e tecnologie assortite (batticuore per il cameo del Grillo Parlante della Texas Instruments!). L'effetto, oltre che esageratamente generoso verso un decennio che ha visto cose allucinanti nell'estetica, è anche un pochino blando, però non me la sento di dire che il setting è anonimo. Alla fine, quello che conta è il risultato finale e, sommati tutti gli elementi, posso dire che il contesto storico risulta abbastanza credibile.

Halt and catch fire è una serie che promette di coinvolgere ed emozionare tutti, dagli appassionati di storia dell'informatica a quelli che cercano un drama sofisticato e con personaggi sfaccettati.
Bel lavoro. Adesso attendiamo il resto della stagione per tirare le somme.

mercoledì 2 luglio 2014

The Leftovers, recensione del pilot

C'erano una volta i telefilm misteriosi. Poi arrivò Lost e tutto cambiò.
Per qualche anno ci eravamo convinti che l'accumulo di cliffhanger narrativi, domande senza risposta, paradossi temporali e avvenimenti assurdi potessero reggere un'intera serie tv. E invece, arrivati a tirare le somme, tutto è crollato svelando il piano diabolico: buttare là stranezze e poi navigare a vista.

Il problema del genere mystery-drama è sempre quello: puoi anche avere una bella idea iniziale, ma se non sai bene come giustificarla o spiegarla quando arriverai all'atto finale, è meglio che inizi da subito a spremerti le meningi.

Ora, non so come gli autori hanno intenzione (se ce l'hanno, cosa non secondaria) di spiegare la sparizione del 2% della popolazione mondiale da un momento all'altro, ma è meglio che comincino ad attrezzarsi nella maniera migliore, se vogliono tenere saldo il timone di questa nave che si chiama The Leftovers.

Fattore inquietante: uno degli ideatori e showrunner è il famigerato Damon Lindelof, uno del team Lost (non proprio una garanzia) e sceneggiatore del mio odiato Prometheus. Fattore mitigante: l'altro è Tom Perrotta, l'uomo che ha scritto il libro da cui la serie è tratta. Libro = storia compiuta e di sicuro strutturata in modo decente.

I 10 episodi di The Leftovers, come suggerisce il titolo, andranno a scandagliare le vite tormentate dei “lasciati indietro”, coloro che sono rimasti, nella piccola comunità di Mapleton. Ognuno, in qualche modo, ha perso qualcuno importante, si batte per la verità o semplicemente per sostenere il dibattito tra religione (subito, inevitabilmente, scomodata per questa possibile “assunzione in cielo”) e la scienza.

Peter Berg alla regia del pilot è una garanzia (Cose molto cattive, Hancock, Lone Survivor) ed in effetti regala le cose migliori dell'episodio. La sceneggiatura fa il suo dovere, presentando l'evento sconvolgente all'inizio e poi solleticando la nostra curiosità con flashback che riguardano i personaggi principali. Non ci sono sussulti particolati, se non in un paio di casi, e si cerca piuttosto di puntare sull'intensità delle interpretazioni attoriali, da un azzeccato Justin Theroux ad una catatonica (ma capiremo perchè) Liv Tyler. Ci aspettiamo grandi cose da Christopher Eccleston, che qui compare pochi secondi.

Chi sono davvero gli inquietanti e silenziosi Guilty Remnants? Il “santone” Wayne sarà un visionario o un cialtrone che ha fondato l'ennesima setta? E gli animali, come al solito, saranno i portatori di risposte?

Tutto sta nel vedere se la serie si svilupperà con il risaputo schema dei “misteri su misteri” tanto caro ai creatori di Lost, che lo hanno portato al punto di non ritorno, oppure se saprà dire qualcosa di originale anche a livello di struttura e non soltanto di semplici colpi di scena.

Così com'è, questo pilot è un oggetto inclassificabile e anche oscuro su quella che sarà la futura direzione dell'opera. Staremo a vedere.


Intanto, possiamo godercelo in lingua originale con sottotitoli il 3 luglio e il 10 luglio in versione doppiata su Sky Atlantic.

venerdì 27 giugno 2014

The Raid 2, la recensione: più mazzate e meno trama, grazie!

Qual è la quintessenza del cinema d'azione di arti marziali?
La gioia delle mazzate nei denti, ovvio. Quand'è, quindi, che un prodotto diventa il migliore della sua categoria? Ad occhio e croce, quando le mazzate sono talmente tante e ben coreografate da rendere superfluo tutto il resto.

Questo era The Raid (2011). Non appena uscito, il film indonesiano del gallese Gareth Evans è diventato immediatamente un cult: trama poca o nulla, lo spettacolo del pencak silat, l'arte marziale del suo protagonista Iko Uwais, un'ora e mezzo di azione senza sosta e stuntman pazzi che prendevano botte da orbi e volavano giù dalle scale atterrando di schiena sui balconi. Il pretesto di un assalto di una squadra della polizia all'edificio di un boss locale si trasformava in una mattanza a mani nude claustrofobica e vertiginosa.

Insomma: il futuro del cinema d'azione si è spostato in Indonesia, dopo un occidente ripulito da sangue e cattiveria e Giappone e Cina/HK vittime di un funambolismo sterile.

Dopo il successo in patria e anche all'estero, complice la distribuzione americana con le musiche di Mike Shinoda, per The Raid era inevitabile l'arrivo di un sequel, che prende le mosse da un progetto precedente di Evans, in stand-by perché troppo ambizioso: Berandal, divenuto dunque il sottotitolo di The Raid 2.

Che sia un progetto ambizioso si capisce subito. Ambiente criminale e faide tra clan di razze diverse, scontri generazionali familiari, tradimenti, poliziotti infiltrati. Roba da John Woo, Johnnie To e perfino Scorsese. Per fortuna Evans non si sopravvaluta e mantiene l'azione al centro di tutto. Purtroppo, questo centro traballa molto perché sottoposto a diverse scosse telluriche: quelle di una trama abbastanza banale e allungata, di scene superflue e di personaggi macchiettistici.

Intendiamoci: The Raid 2 impone di credere ad un universo dove le armi da fuoco sono praticamente bandite e tutto si risolve utilizzando armi bianche e mani nude. E fin qui va bene. Ma puntare due ore e mezzo di film sullo stravisto schema del figlio ingrato e arrivista e del poliziotto sotto copertura è un azzardo. Per non parlare di due personaggi che spuntano dal nulla (e rimangono nel nulla) troppo ridicoli per risultare interessanti: Hammer Girl e Baseball Bat Boy – non hanno nomi – oltre a non essere grandi combattenti sono veramente troppo sopra le righe per non risultare goffi tentativi di omaggiare il cinema di altri paesi orientali o Tarantino. Altra ingenuità, l'incredibile fanservice con le lunghe sequenze con Yayan Ruhian (il leggendario Mad Dog del primo film), che sebbene siano belle e spettacolari, poco aggiungono al resto della pellicola e appesantiscono la durata.

Ciò detto, mi ricollego all'incipit: le mazzate ci sono, e sono epocali. Praticamente ogni scena di lotta è da antologia. Tranne le brevi sequenze mirate solo a destare lo spettatore dalle troppe scene di raccordo, tutto il resto umilia il cinema d'azione contemporaneo: dalla mega rissa nel fango in prigione, alla sequenza sull'auto, ai combattimenti finali contro i due mocciosi antipatici e il braccio destro del boss cattivo (quest'ultimo il top del film).


Iko Uwais è in formissima, gli avversari non gli sono da meno. Il risultato è il miglior cinema d'azione che si sia visto dai tempi di... The Raid. Se siete disposti a sopportare qualche scena statica di troppo e una trama per niente originale, avrete di che godere. 

Fargo, la prima stagione tv colpisce ma non stupisce

La serie tv di Fargo è arrivata alla fine.
Il giudizio è complesso: grande qualità e intrattenimento di alta classe, certo, ma anche una miniserie in 10 episodi che ha faticato a trovare un'identità ed una coerenza interna.

L'andamento rapsodico legato soltanto dal sottile filo dell'indagine della caparbia Molly Solverson (Allison Tolman) sull'ambiguo Lester Nygaard (Martin Freeman) ha finito per essere un palcoscenico per l'istrionico Billy Bob Thronton nei panni dell'assassino multiforme Lorne Malvo.
Una figura archetipica, fortemente metaforica (come i fratelli Coen insegnano) ma forse un po' troppo compiaciuta e irrisolta, sebbene dal forte carisma.

Fargo è un prodotto che si è fin da subito rivelato molto legato al prototipo cinematografico, e che ha confermato pregi e difetti del voler trasportare una filosofia prettamente da grande schermo come quella dei Coen (una storia esemplare e circolare in due ore) su quello piccolo.
Non tutto è perfetto. Soprattutto quando si cercano di portare nella serialità le ellissi e i paradossi coeniani, con il risultato che certi personaggi rimangono in sospeso (il killer sordomuto), meccanici e banali (Bill), superflui e irritanti (i due agenti dell'FBI).

La serie, nello spirito, rimane fedele e rispecchia quello strisciante nichilismo e il pessimismo che erano proprio del Fargo cinematografico.
I soldi e l'avidità rovinano la vita, il delitto comporta sempre un castigo, le circostanze rendono l'uomo gretto e spietato, la redenzione è quasi impossibile, la violenza chiama sempre altra violenza in una spirale dolorosa e paradossale.
Al tempo stesso, la serie esalta le qualità della “gente comune” e dipinge un microcosmo dove chi rimane fedele alle proprie idee e ai propri valori, soprattutto quelli semplici ed essenziali, ne esce vincitore (o comunque vivo).

Un esperimento di connubio cinema-tv interessante, perché non si limita ad essere un semplice sequel o remake (sebbene ci sia una strizzatina d'occhio ad una continuity con la pellicola, per chi la becca), ma un'opera che dialoga in modo interessante con il modello di riferimento.
Opera di alta tv che non raggiunge l'eccellenza ma intrattiene con grande intelligenza, cercando coraggiosamente di premere qualche tasto che mina la classica struttura televisiva: vedi le digressioni narrative, il gusto del racconto di aneddoti, le frasi e le situazioni non spiegate ma affidate all'interpretazione soggettiva dello spettatore.


Cast superbo e affiatato, regia puntuale e geometrica, scrittura eccellente hanno fatto il resto: da vedere, con la consapevolezza che forse si troverà l'insieme al di sotto del valore delle sue singole componenti.

E adesso? Puoi leggere anche:

sabato 14 giugno 2014

Gomorra finisce bene (la prima stagione) [SPOILER]

A volte si fa presto a gridare al capolavoro.
In Italia, poi, è ancora più facile, considerato il panorama desolante delle serie tv.
Eppure lanciarsi in lodi sperticate di Gomorra – La Serie è assolutamente doveroso: 12 episodi senza cali di tensione, senza sbavature. Compatti, emozionanti, sceneggiati e diretti magnificamente.

Il prodotto di Stefano Sollima, supervisionato dallo stesso Roberto Saviano, ha finalmente dimostrato (perchè, purtroppo, nel nostro Paese c'è sempre bisogno di dimostrare) che si può e si deve produrre fiction di altissima qualità senza ridursi a famiglie buoniste, nonni rincoglioniti, preti simpaticoni e bellocci/e inespressivi. Che il pubblico è pronto a premiare queste opere con ascolti altissimi. Che forse è sempre stato pronto, ma non gli è mai stato proposto un prodotto all'altezza dei concorrenti internazionali.

Adesso non ci sono più alibi. Certo, Gomorra – La Serie è stato uno sforzo titanico: quasi tre anni per pianificare, scrivere, trovare gli attori e girare la prima serie. Tutto nel nome di un verismo che è la vera formula magica del successo, dalla scelta di girare nei luoghi reali a quella di non romanzare troppo vicende e personaggi. Lo spettacolo c'è, eppure è tutto molto credibile. Certo, Shakespeare è dietro l'angolo, alcune soluzioni sono ovviamente tese a dare carisma ai protagonisti, ma il fatto che lo spettatore si ritrovi immerso in un universo dove tutti sono rappresentanti del male, senza vie di scampo o possibilità di identificarsi in un modello positivo qualunque, è importante e decisivo.

Tutti, in Gomorra, sono ammorbati da egocentrismo, ambizione, violenza, sopraffazione, rabbia, paranoia, assenza di scrupoli: nessun personaggio principale ne esce con un briciolo di dignità e di umanità. Persino chi, all'inizio, sembra essere il meno peggio si rivela essere il più spietato. Questo rende il telefilm un concentrato di tensione che cresce fino ad un finale orchestrato benissimo.

Una regia calibrata, una fotografia che cattura ed esalta ogni singolo dettaglio, un cast di volti sconosciuti perfettamente credibile e facce prese dalla strada di una bravura sorprendente. Tra queste ultime, il giovanissimo Danielino, ovvero Vincenzo, protagonista dei due episodi più emotivamente forti, che nella vita vera ha lasciato la scuola e poi è stato arrestato. Cose che alimentano polemiche, forse, ma che in quei luoghi sono all'ordine del giorno e confermano, se vogliamo, la necessità di mostrare certe aberrazioni che quotidianamente accadono sotto il cielo di Napoli (e non solo).

Dalla lotta per il potere agli agguati, dalle vendette alle estorsioni, dai figli indegni dei genitori ai giovani che non sanno cos'è il rispetto, dalle faide interne agli accordi trasversali per le scissioni. Non manca niente, in questa prima stagione di Gomorra, che si permette di terminare con un picco narrativo di una sparatoria durante una recita scolastica, un evento che altrove sarebbe potuto risultare esagerato ma che qui funziona perfettamente.


Adesso, col clan dei Savastano decimato dalla direzione impulsiva e inadeguata del figlio Gennaro (Genny!) - ferito gravemente ma non ucciso dal traditore Ciro di Marzio - e il ritorno dal capo don Pietro, sfuggito con un massacro al 41/bis, le cose si faranno ancora più serie. Il boss rivale, Salvatore Conte, avrà di fronte un avversario agonizzante ma non domo: e Ciro, che si è bruciato da entrambe le parti, che fine farà? Attendere sarà sfiancante, ma diamo piena fiducia al team di Gomorra per una seconda stagione all'altezza delle aspettative.

giovedì 12 giugno 2014

A Hard Day's Night, i Beatles e il cinema che inventa il videoclip

I Fab Four... Tutti per uno, come il titolo che all'epoca (correva il 1964) fu affibbiato in Italia alla prima pellicola dei Beatles.
Beatles che, all'interno di A Hard Day's Night, anarchico film del bravissimo regista Richard Lester, non vengono mai chiamati Beatles.

Se c'è un grande merito da riconoscere alla regia di Lester - che aveva 32 anni, una decina in più dei suoi protagonisti - è quella di essere assolutamente in anticipo sui tempi, frenetica ma sempre puntuale, precisa e anarchica, come il ritmo stesso della pellicola.

In pratica, Lester ha inventato con il cinema il linguaggio dei videoclip del futuro. Vedere per credere: tutto quello che è venuto prima (e moltissimo di ciò che seguirà) sembra paleolitico e ammuffito.

Grazie al montaggio dell'abile John Frenzy Jympson, il regista si sbizzarrisce in inquadrature sbilenche, dettagli in primissimo piano, salti logici, giochi con il fuoco, immagini che durano lo spazio di un battito di ciglia. Muore la noia e nasce uno stile.




Il resto è storia: pellicola con trama esile, collage di gag, che documenta e certifica la nascita della Beatlemania, che sfrutta narrativamente una trasferta londinese per un concerto, dopo il primo tour americano della band. A Hard Day's Night è anche un film girato in piena libertà ma scritto benissimo (da Alun Owen), con battute fulminanti e un uso dell'improvvisazione eccellente. Senza contare il bianco e nero più che mai brillante di Gilbert Taylor, che avrebbe poi lavorato con i più grandi registi dell'epoca.

Snobbato dalla critica, fu un clamoroso successo al botteghino (costo: mezzo milione di sterline, incasso: dodici milioni) e conquisto due nomination agli Oscar, senza contare l'acquisizione dello status di cult. 
E poi, beh, è un film dei Beatles.

I Fab Four sono perfettamente a loro agio, anche se Paul si dimostra al solito il più smaliziato. Lennon gioca al ruolo dell'anticonformista sognante e sopra le righe, George è il bravo ragazzo con la testa tra le nuvole e Ringo... è Ringo, sorridente, positivo, malinconico all'occorrenza. Bravissimo anche il cast di supporto di veri attori, tra cui il terribile "nonno di Paul" irlandese, irriverente, pronto a insultare i poliziotti, seminare zizzania nel gruppo e frodare le fan dei loro amici (Wilfrid Brambell).


Ma tantissime scene sono da antologia: oltre ad alcuni siparietti nonsense e surreali, da citare almeno la scena in cui George viene scambiato per un suo sosia e introdotto da un produttore senza scrupoli che vuole usarlo come testimonial per convincere i ragazzi a comprare delle camicie orrende. Quando il losco figuro cita una sua collaboratrice e beniamina, una che di lavoro fa la trendsetter (non vi suona già nelle orecchie fashion blogger?) George risponde: ma noi quella la prendiamo per i fondelli, è noiosa, è falsa. Stavo per commuovermi in sala: all'epoca gli idoli pop potevano permettersi - almeno sullo schermo - di criticare quello che i loro omologhi sono costretti a fare, cinquan'tanni dopo.



Infine, vedere i ragazzi di Liverpool giocare a quattro cantoni sulle note di Can't buy me love regala allo spettatore di oggi quella
consapevolezza dolceamara di un'innocenza ad un passo dal perdersi del tutto: era sul pianerottolo un successo incontrastabile che avrebbe cambiato ogni cosa.

Le canzoni del film: A Hard Day's Night, I Should Have Known Better, If I Fell, I'm Happy Just to Dance with You, And I Love Her, Tell Me Why, Can't Buy Me Love, I Wanna Be Your Man, Don't Bother Me, All My Loving, Ringo's Theme (This Boy) e She Loves You.  

venerdì 6 giugno 2014

Game of Thrones - S4E08 a fumetti :-)

The Mountain and the Viper... eh. Eh. (Tristezza).
L'attesa era tutta per il big match, tanto che il mio primo commento è stato:

Invece non è vero. Succedono cose ed è meglio che ce ne freghi. Tipo un personaggio che finalmente si rivela meno ebete di quanto è stato finora:

Poi. Beh, poi c'è - finalmente - LA ROTTURA. Dopo un tormentato rapporto a senso unico, Jorah viene scaricato (senza che manco fosse mai stato caricato, o si fosse scaricato in altri sensi che non fossero artigianali). E quindi un nuovo sfigato deve emergere, e tocca al povero Verme Grigio.

Dopodichè ci catapultiamo al Nord, dove Ramsay il bastardo (non di nascita, di qualità!) conquista senza sforzo (facendo il bastardo spergiuro) la fortezza di Moat Cailin e impressiona suo papà. Scatta il pensierino:
Ed ecco la parte più interessante (non ho detto più eccitante, eh!) dell'episodio, il criptico-allegorico dialogo tra Tyrion - in procinto di conoscere il suo destino by combat - e il fratello Jaime... sugli scarafaggi schiacciati:

Giunse quindi il momento tanto atteso, lo scontro al vertice tra il rancoroso Oberyn Martell e l'assassino di sua sorella Elia, ovvero Gregor Clegane aka La Montagna: con il più classico degli espedienti sadici, ciccio Martin ci fa battere il cuore motivando abbestia il principe di Dorne, portandolo ad un passo dal trionfo, per poi farlo soccombere a causa del suo orgoglioso proposito di avere una confessione plateale. Attraverso un inevitabile, ovvio monologo al pubblico (di King's Landing e di casa) che tradizionalmente porta sempre sfiga:

Siamo arrivati all'epilogo dell'ottavo episodio! Sangue, orrore, tensione: il destino di Tyrion è segnato? Rimangono due palpitanti episodi, nel frattempo se vi è piaciuto 'sto post condividetelo all around the world e scambiamo due chiacchiere su Twitter!
Alla prossima settimana...

Nelle puntate precedenti...

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