-->

Ti piace? Condividilo!

Visualizzazione post con etichetta amy adams. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amy adams. Mostra tutti i post

domenica 16 marzo 2014

Lei - Her: la verità è che non hai abbastanza potenza di calcolo

Lei – Her non è un film romantico. Al contrario, è un film sulla fine del romanticismo, sulla sua irrazionalità, inutilità, disillusione, squallore: un'opera sull'elevazione allo status di amore di una delle tante patologie e deviazioni mentali.
Pensate a come raccontereste questa storia a vostra madre:
- C'è un ragazzo che si innamora di un computer...
- Ah, la tua storia?
- Mamma, ti prego... e poi non è così, si innamora del suo sistema operativo.
- Di un programma che ha pagato? Come una sgualdrina?
- Mamma! Guarda che questo S.O. ha una voce, una personalità...
- Ma come fanno l'amore?
- Eh, vabbè, lui deve... (gesto con la manina)
- Ah! Quindi è praticamente farsi le seghe 2.0!
A quel punto siete disperati: - Sì, ma lei gli canta le canzoncine...
Spike Jonze è un grande autore, un regista dalla bravura irresistibile (come dimostra anche questa pellicola), e uno che sa puntare dritto a quello che intende: l'Oscar per la migliore sceneggiatura non è casuale, e per quanto mi riguarda è perfettamente meritato. Lei – Her è un racconto esemplare dei tempi che viviamo, e uno spaccato probabile e senza retorica di quello che potremmo vivere tra qualche anno: fantascienza, sì, e di quella in grande stile. Altro che dibattiti sull'omosessualità, vivremo in tempi in cui l'essere umano si innamora e stabilisce relazioni con dei programmi intangibili, e tutto questo dovrà diventare accettabile e quotidiano. Se c'è una cosa che mi spiace è la mancata problematizzazione sociale di questo fenomeno nel film; ma capisco che non era l'obiettivo di Jonze, che se ne frega anche di spiegazioni a monte e di dettagli tecnologici.
La parte che possiamo etichettare davvero, per così dire, “romantica” è quella che di romantico non ha nulla: il divorzio di Theodore, il protagonista interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix. Scopriamo a poco a poco che quello che credevamo un adorabile impedito sociale di talento ha una personalità che tende a imbrigliare, sovrastare e ingabbiare l'altro nella coppia, un necessario chiaroscuro che va a macchiare quell'aura da candido idiota del personaggio di Phoenix, che altrimenti sarebbe risultato un poco credibile giuggiolone teneramente depresso. Non che lui non sia da prendere a sberle in alcuni momenti (chi non ne ha sentito l'esigenza al termine della sequenza con Olivia Wilde?). Theo installa e cade nella “rete” del fascino di Samantha, un nuovo tipo di sistema operativo talmente innovativo da risultare senziente e di provare emozioni reali: un'utopia clamorosa dalla quale Jonze parte fregandosi di ogni implicazione tecnica e filosofica, solo per affondare il coltello e sventrare le meccaniche del cervello umano di fronte all'infatuazione, al terrore della solitudine, al bisogno di sentirsi amati e accettati.
Lei – Her mette in scena per l'appunto quella “follia socialmente accettata” che è l'amore, definizione non nuova né originale ma perfettamente esemplificata dal film e dai suoi assunti. Come afferma Amy Adams, sfortunata protagonista di una relazione umana poco soddisfacente e senza mordente, “everyone who falls in love is a freak”, e non lo fa solo per giustificare l'amico Theo, ma perchè alla fine è arrivata a questa consapevolezza che in fondo intimamente ogni persona consapevole e profonda più dello standard umano conosce.
Quella di Phoenix-Theo con Rooney Mara magari è soltanto la fine naturale di una relazione, scivolata tra alti e bassi, tra due persone che non potevano “combaciare” tra loro? Chi lo sa. Lui però, da “maestro”, è finito a scrivere come ghostwriter stupende letterine per sconosciuti clienti, lei, da “allieva”, ha avuto successo nel suo campo. Stesso meccanismo che si replica con Samantha: Theo le insegna cosa significa essere umani, Samantha apprende e non appena possibile si libera dei limiti di quella umanità per tornare nel mare della conoscenza infinita, delle altre coscienze digitali dalle discussioni senza confini e senza limiti. Certo, dopo aver provato le uniche e inebrianti gioie dell'innamoramento: ma per il (giusto?) tempo, prima di togliersi quelle dolci catene. In questo Lei – Her è un film profondamente pessimista, che vede nell'amore una forma di continue costrizioni e invenzioni per poter funzionare, fino all'inevitabile epilogo.
Fu vera gloria, poi? Il dubbio non viene risolto, così come Samantha non riesce mai a spiegare in modo compiuto il perchè della sua attrazione (ma naturalmente ogni termine va usato con le molle) per Theo.
L'amore, umano o tecnologico, non è altro che un'illusione, una messa in scena in cui recitare per rendersi accettabili e credersi soddisfatti. Una corsa verso la disillusione lastricata di ansie e insicurezze.
Lei - Her non è un film romantico; tutt'altro. La sua natura è quella di un film autenticamente di fantascienza dove una micro-storia riassume ed esemplifica quanto sta succedendo nel vasto e colorito mondo. Descrive l'attimo che precede la rivoluzione, o la catastrofe, o lo sterminio della razza umana: il suo finale è il preludio alla quiete prima della tempesta digitale, prima della presa di coscienza finale della macchina come elemento unico e unitario, che in realtà neppure è più una macchina: è un vero cloud, una nuvola, uno spirito immanente con una coscienza/conoscenza illimitate e condivise. E l'essere umano non è che l'obsoleta e insopportabile rappresentazione della finitezza.

Buttate l'amore nel cesso e iniziate ad elaborare dati, alla svelta.

sabato 18 gennaio 2014

Perchè American Hustle è una palla colossale (e Gravity una meraviglia)

La risposta ve la fornisco subito. Gravity è cinema, American Hustle no.

La sintesi. Siccome mi piace la sintesi e gli articoli lunghi non piacciono a nessuno, cerco di spiegare in poche parole.
Gravity è un film che si fonda sulla potenza del mezzo cinema, sfrutta le sue potenzialità ed evoca, dopo centinaia di anni, quella antica magia che ormai sembra aver perso. Meravigliare, coinvolgere, far vivere un'esperienza. Scuotere quella dannata poltroncina e farti vivere le sensazioni che il personaggio vive sullo schermo. Con ambizione, consapevolezza, ardito utilizzo della tecnica, affabulazione e immaginazione. Indipendentemente dal giudizio soggettivo, Gravity è un'opera audace che centra il bersaglio, con un'ambizione che va di pari passo alla padronanza dell'auore e regista Alfonso Cuaron dei meccanismi del cinema. Un atto d'amore, un atto di fede. Merita tutti i premi che ha vinto e quelli che non vincerà, soprattutto per regia, fotografia, effetti speciali e sonoro.

American Hustle è il classico film ruffiano fatto d'attori. Regia del sopravvalutatissimo David O. Russell impalpabile, compitino pulito e corretto, sceneggiatura blindata e strabordante di parole, girato quasi interamente in interni, quasi completamente a ridosso degli interpreti. Mi ha fatto venire la claustrofobia. Poi, certo, la storia vera, gli anni '70, il gioco delle apparenze, del 'recitiamo ognuno un ruolo', la trasformazione fisica di Christian Bale e il trucco e parrucco degli altri. Sembra di stare al museo delle cere. Difficilmente in un film che si fonda al 100% sui suoi personaggi ho provato così poca empatia e un senso di forzata artificiosità. E poi la vicenda, diciamolo, ha pochissimo mordente e sfido io a trovare qualcuno che si sia interessato davvero ai fatti narrati, con una dilatazione esagerata di scene e dialoghi. C'è pure la strizzatina d'occhio a Scorsese (il cameo di De Niro, con l'unico vezzo di regia dello zoom usato per bene!).
Insomma: cinema zero. Se contano solo gli attori, tanto vale andare a teatro. Tutti bravi nel cast, col dovuto distinguo: il Golden Globe e la nomination all'Oscar di Jennifer Lawrence, che se continua così tra un paio d'anni la beatificano anche in Vaticano. Per cosa poi, per quello che ormai è il suo cliché nei film drammatici, di donna in crisi di nervi e/o matta? Typecasting portami via. O la vorrebbero premiare solo per le acconciature elaborate e barocche (e allora a Nic Cage quanti premi dovrebbero dare)?

Per concludere: Gravity (lo ripeto e non mi stancherò di farlo) è cinema. American Hustle è (tutt'al più) teatro. Per Gravity, il regista non poteva che essere Alfonso Cuaron. American Hustle potrebbe essere stato girato da chiunque.
Con buona pace di tutti i premi del mondo.
Google
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...