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lunedì 26 maggio 2014

e-Lezioni europee 2014

Le europee 2014 ci hanno consegnato alcuni risultati significativi, quando non addirittura inaspettati o sorprendenti.
Ci sarà molto di cui riflettere.
Soprattutto per chi fino all'ultimo si è dimostrato convinto di sfondare e non ha sfondato. Ma si sa, tra urla, insulti e minacce, invocare la Forza non rende le cose automaticamente più facili. Anzi, la Forza, magari, si incazza.
Per chi rimane in silenzio, affidandosi a numeri e poesie dopo una raffica di #vinciamopoi strameritati della Rete (che come dà, toglie, ma ahiloro avrebbero dovuto saperlo dato gli piace farsi credere dei guru)... c'è ci gioisce. Ma anche qui, la gioia assume connotati un po' strani e forse non proprio chiarissimi:
Sì, insomma, poi c'è questo assalto alla felicità condivisa da parte anche e soprattutto di chi all'interno dello stesso partito ha avversato duramente e in modo esplicito il neo-reuccio, ma questa è un'altra storia (benchè regolare nella politica).
E infine...

Sarà vera frutta? Ai posteri l'ardua sentenza, che noi il B. l'abbiamo visto alla frutta tante di quelle volte, per poi ripartire dall'antipasto...


Altre cose più (o meno) serie? Puoi leggere:

- Quando alla vigilia delle elezioni il "posteriore" dettava legge
- Giornalismo e commercio di notizie
- Marketing dell'antirazzismo

domenica 11 maggio 2014

Perchè dovrei guardare la serie tv di Gomorra?

Gomorra – La serie è (finalmente) un prodotto italiano di qualità.
Niente di cui stupirsi, arriva dal team che ha portato in tv (su Sky, naturalmente) Romanzo Criminale, a sua volta l'unica fiction di qualità rilevante nel panorama desolato e desolante della televisione italiana (pubblica e privata, ma soprattutto pubblica).
Come non c'è da stupirsi che entrambi questi franchise siano parte della catena libro-cinema-tv, un trinomio vincente che sembra accadere una volta ogni tre-quattro anni (se va bene).
Perchè vederla?
Per rendersi conto, prima di tutto, che con le persone giuste e un po' di coraggio si può rivaleggiare con i prodotti internazionali. Scrittura asciutta e precisa, ritmo serrato, psicologie azzeccate, un pizzico di stereotipi per rendere la narrazione comprensibile e potabile per tutti, e il risultato è raggiunto.
Che poi si parli di criminalità, e si rendano inevitabili protagonisti personaggi dalla morale quantomeno ambigua, è un valore aggiunto. 
I soliti figuri italioti che si sono dimostrati pronti a scandalizzarsi per la 'spettacolarizzazione' della criminalità dovrebbero rivolgere i loro due grammi di cervello su due punti: 1. la fiction è fiction, persino quando parla di fatti reali; 2. la criminalità esiste, ed esiste indipendentemente dalla fiction che può ritrarla quando e come vuole. A Napoli come a Milano.
Solitamente reazioni del genere arrivano quando si toccano nervi scoperti o segreti (appunto) di Pulcinella.
Diversi anni fa un presidente del Consiglio italiano voleva impedire ad un film dal titolo Ladri di biciclette, di un certo Vittorio De Sica, di uscire dai confini nazionali perchè troppo deprimente e perchè le questioni della povertà e della crisi erano panni sporchi da lavare in casa.
Ladri di biciclette è uno dei capolavori del cinema italiano conosciuti nei quattro angoli del globo, l'uomo che ha detto quella stronzata è stato una delle tante figure molto potenti, poco edificanti e troppo discusse del nostro paese.
Gomorra – La serie è stata acquistata in circa 40 paesi del mondo e sarà la prima serie italiana trasmessa in Usa, grazie a Netflix.
Che poi la suscettibilità di quelli che vorrebbero chiudere gli occhi di fronte alle aberrazioni quotidiane che accadono sul nostro suolo abbia giocato a favore del battage pubblicitario, è innegabile. Così come i manifesti pro-Napoli e contro-Gomorra e le esternazioni del sindaco De Magistris. Sì, tipo quelle di Berlusconi quando si scagliò contro La Piovra, uno dei pochi altri “nostri” successi tv capaci di attrarre milioni di telespettatori. La fiction non lede l'immagine di un Paese, i personaggi pubblici e politici corrotti e schifosi, sì, però. Bisognerebbe tenerlo a mente.
I primi due episodi, che hanno bruciato i record d'ascolto della seconda serie di Romanzo Criminale, sono davvero ben scritti, girati e interpretati. Finalmente materiale di qualità capace di tenere testa a serie americane e inglesi: la storia di Ciro, del suo rapporto con il boss Pietro Savastano e suo figlio Gennaro (Genny!), la lotta del clan contro i suoi nemici, la caccia all'infame, gli scontri a fuoco, le vicissitudini quotidiane sono portate sullo schermo con una perizia rara in Italia. 
Seguendo un perfetto schema narrativo, vicende si snodano arricchendosi di dettagli immerse nello sfondo di un ambiente degradato, senza speranza e quasi alieno. Non si può che fare un plauso agli autori per la costruzione di queste prime puntate che, oltre ad intrattenere e incuriosire, gettano le basi per i prossimi 10 episodi in modo solido e con ampio respiro.
Ottima anche la scelta dei volti e del linguaggio quotidiano, forse edulcorato in alcune parti, ma comunque comprensibile senza la necessità di sottotitoli. Una scelta probabilmente obbligata, ma che non inficia la resa finale.
Unico punto a sfavore? Marco D'amore, l'interprete del protagonista Ciro Di Marzio, sembra il gemello bello di Roberto Saviano. Una strizzatina d'occhio superflua all'autore della matrice originale gomorriana?

Ma son dettagli (da ridere) ;-)

Puoi leggere anche:

giovedì 6 marzo 2014

Film d'autore o sega artistoide? Prima parte

Innanzitutto perdonate lo sfottò conclusivo ai cosiddetti film "indie", che spesso brillano in negativo per le loro velleità autoriali ma denunciano soltanto maldestre capacità nelle sceneggiature e/o nella regia. La riflessione nasce naturalmente dalla quantomai attuale e vasta reazione popolare - nel vero senso del termine, per una volta: non nei ristretti ambiti di critichini e criticoni paludati - al premio Oscar La Grande Bellezza, con deragliamenti annessi e connessi.

Ho sentito l'esigenza di mettere su carta (la triste, vecchia e demodé carta) qualche
spunto forse utile a ripensare la critica. Certo, non sarà originale, ma siccome non esiste - vivaddio - un manuale di valutazione dell'opera cinematografica che fissi nella pietra delle coordinate attraverso le quali riconoscere dove sta di casa l'autentico genio e la fuffa ben orchestrata... nemmeno possiamo lasciare che l'alibi della soggettività fagociti e annichilisca tutto il dibattito.

Premesso che per cinema d'autore intendiamo quel cinema che, una volta visto, vissuto e digerito acquista senso in virtù del regista che lo ha partorito (alla luce di opere precedenti, di curriculum, di finalità e ambizioni) e non staremo a dibattere su come anche il cinema di genere sia d'autore (tesi reale e concreta con infiniti esempi).
Allora, ecco un parziale e inelegante contributo su come si possa distinguere un reale lavoro d'autore da qualcosa che gli si avvicina, gli somiglia ma in realtà è pura masturbazione intellettuale. Il lavoro di un autentico autore si può riconoscere da:

1 - Poetica originale. Dove non importa il cosa, ma il come. Un'idea del mondo sviluppata nel proprio animo che si traduce in una visione del mondo sul grande schermo, che può essere attribuita solo e soltanto a quel preciso regista. Un autore può raccontarti mille storie diverse con la stessa poetica, rendendo il suo intero opus cinematografico in qualcosa di coerente, collegato, intenso, inconfondibile.

2 - Stile personale e riconoscibile. Tradurre questa poetica (la "cosa" impalpabile che ti rimane alla fine della visione) con lo strumento della regia vera e propria. La macchina da presa come penna, stiletto, ascia. I movimenti o la staticità, la firma del regista sta nel suo scegliere cosa mostrare del cosa vuole raccontare, attraverso ogni startagemma della grammatica del cinema a sua disposizione. Quando vedi una sequenza e riconosci subito chi l'ha girata, è stile. Puro.

3 - Elementi/Temi ricorrenti. Il corpo, il tormento, la redenzione, la figura del loser, il potere, l'ossessione... Un vero autore ha dei demoni e delle fissazioni che traduce nelle sue opere in modo più o meno marcato, opere tese ad esplorare territori che gli sono congeniali o con i quali si trova ogni volta a fare i conti, consapevolmente o meno.

4 - Coraggio di osare con soluzioni inedite. Certo, è sempre più difficile trovare nuovi modi espressivi, soluzioni visive o espedienti narrativi. Eppure un vero autore spesso ci spiazza e ci sorprende con qualcosa che renderà l'opera memorabile, o magari diabolicamente, deliziosamente controversa.

5 - Fiducia nel potere delle immagini. Occhio, non banale cura formale o iperleziosità della messa in scena: intendo il cinema come potere d'affabulazione. Alle volte impazzisco quando i dialoghi spiegano cosa vediamo, abbiamo visto o addirittura vedremo, o quando si sottolinea con qualche dettaglio un concetto già chiaro nella narrazione. Se, poi, è teatro filmato, non è cinema. L'autore di cinema, che non è uno scrittore nè deve avere velleità letterarie se pure sceneggia, pensa in funzione della ripresa, dell'effetto finale del raccontare per immagini. E ragiona per immagini, fidandosi delle stesse.

6 - Sfida allo spettatore. Lo spettatore, per l'autentico autore, non è un corpo passivo
abbandonato sulla poltrona: deve avere parte attiva, deve essere scaraventato dentro lo schermo, soffrire, gioire, chiedersi che diavolo sta vedendo e trovare cosa si nasconde al di là della piatta proiezione della pellicola (o del video). Un grande regista sa giocare con eleganza con il suo "topo" e portarlo dove vuole, oppure sbatterlo fuori strada, in un (im)possibile rapporto dialettico, paradossale in un mezzo che si fonda sulla semplice visione.

Fine della prima parte. Nella prossima, ci divertiamo a sezionare i segaioli della presunta autorialità cinematografica.
Ciao.

mercoledì 26 febbraio 2014

Arizona junior minds, ovvero: la mia religione è non vendere ai gay

Cosa ho imparato oggi:
La Governatrice Brewer: express yourself
Le leggi antigay servono a tutelare le persone religiose dai gay.
I quali, notoriamente propensi all'esasperazione delle reazioni, se gli dici “no” e li tratti come gli americani facevano con i neri fino a pochi decenni fa, magari nel loro piccolo s'incazzano e ti trascinano in tribunale.
Allora, che facciamo stamani, miei cari parlamentari dell'Arizona? Approviamo una bella legge che punisce chi discrimina?
No.
Il governatore dell’Arizona repubblicana Jan Brewer il 19 febbraio beneplacita il passaggio di una legge che ridisegna i contorni della libertà religiosa e – pepperepé – mette la pistola in mano (figurata, ma tanto siamo in America) ai lavoratori che non vogliono neppure sentir parlare di omosessualità, figuriamoci servire/esaudire i desideri di due persone dello stesso sesso che stanno insieme.
Legalizzate qualcos'altro, néh.
E voi direte: embè? Cavoli loro, perdono dei clienti, fanno meno soldi, il passaparola sarà negativo e tante belle cosine su cui possiamo fare un libro illustrato da colorare coi pastelli.
La verità è che, semplicemente, vince ancora una volta la grossolana ignoranza spacciata per “libertà” e dignità di un credo.
Quante volte ve lo devono ancora ripetere gli americani, per farvelo entrare in testa, che la discriminazione, quando è avallata da un pizzico di religione, è sempre giusta?
Tutto questo casino, nelle ultime ore, per qualcosa che permette ai commercianti di fare obiezione di coscienza e negare a clienti omosessuali i propri servigi, e non avete ancora centrato il punto.
Bravo, Sampei, diglielo coi gessetti!
Lo Stato dell'Arizona deve tutelare i suoi pii e devoti cittadini che, per motivi di credo, non ci pensano neppure a prestare i loro servigi (o vendere qualsivoglia prodotto) a due persone dello stesso sesso. Ma perchè si arriva a questi punti? Semplice, perchè quei malvagi gay odiano sentirsi discriminati e fanno arrivare addirittura in tribunale le personcine che, ne sono sicuro, hanno tanto garbatamente esposto il proprio punto di vista alienandosi dei clienti (che, fossero stati alieni, probabilmente sarebbero stati invece serviti). Cioè, vi rendete conto? Provare a far vincere un principio di civiltà e di umanità, di – oddio, spero non mi sentano i repubblicani e i leghistiapertura mentale attraverso l'ordine costituito? E' troppo. Diamine, LGBT, sparate a quel dannato commerciante omofobo e l'avrete vinta – ma se volete comprare le sue focaccine, beh, vi faranno una legge statale contro.
Contrattacco: lo stai facendo benissimo.
Insomma l'Arizona, come altri Stati USA – tra cui i civilissimi Mississippi, Oklahoma e Tennessee – ha messo in atto, approvando una legge a maggioranza, questa sorta di SCUDO COMMERCIALE ETEROSESSUALE.
Perchè mica vuoi approvare una leggere per rendere la discriminazione un reato? Ehi, non siamo nello spazio col Doctor Who. Sulla Terra lasciateci il nostro modernissimo protezionismo sessuale da difendere con le unghie e con i denti.
Vabbè. Chissà se la governatrice Brewer farà la cosa giusta e metterà il veto tra un paio di giorni, come chiedono molte grandi multinazionali (loro sì che sanno che pecunia non olet e che queste battaglie hanno grande ritorno d'immagine), e persino due grandi repubblicani ex candidati alla Casa Bianca come McCain (no, non quello delle patatine, disattentoni!) e Romney.
La sensazione è che probabilmente si risolverà tutto in una bolla di sapone. Ma il fato che questo tipo di leggi esistano e ancora oggi si tenti di farle entrare in vigore mi fa un po' ridere e piangere.
Anche se sarei curioso di vedere come un negoziante retrogrado sarebbe capace di negare a due bodybuilder che entrano mano nella mano di comprarsi un lecca lecca.

mercoledì 19 febbraio 2014

Quello che ho capito della prima serata di Sanremo dai social dei miei amici

Perchè Sanremo è Sanremo ma soprattutto quelli che criticano Sanremo! In tempo reale, ancor meglio. Ecco, ieri sera sono stato *purtroppo* costretto ad uscire a socializzare (ehm, nel senso "fisico" del termine), divertirmi e conoscere gente interessante, quindi - indovinate un po'? - mi sono perso la prima serata della kermesse canora (adoro questo orribile termine, che calza a pennello) e l'ho vissuta solo a colpi di status, su FB e Twitter, da parte delle mie conoscenze
Ecco l'esperimento: vediamo cosa ci ho capito dopo aver letto centinaia di post, tweet, visto immagini etc etc.

- Il sipario è (metaforicamente) calato ancora prima di essersi alzato.
Sarà un'ottimo espediente retorico da utilizzare negli acuti pezzi riassuntivi in caso di flop.
Il sipario che non si voleva alzare... possiamo farci una fiction, RAI?

- Disoccupati protestano. Fazio scherza. (Scherza, sul serio) Poi non legge, anzi forse legge, ok, legge la lettera. (Però nessuno mi ha scritto i contenuti...)

- La Carrà, a 71 anni, in abbigliamento descritto tra l'Hell's Angel e il metallaro anni '80 che chiede la liberazione dei marò. In pratica, tipo Bono che chiede l'arresto della fame nel mondo agghindato da Renato Zero. Ah, a quanto pare molte donne sui trenta invidiano il fisico della Carrà.

- La Littizzetto l'ho vista in foto e solo e soltanto in costumi ridicoli (uno da Carrà, non versione dark-fetish però). Ha mai avuto un vestito vero addosso?

- Fazio con la barba sta malissimo (e non è che l'impermeabile dell'Ispettore Gadget migliori il quadro).

- La Casta meglio ora che 15 anni fa (Donne per lo più - spiegatemelo)

- C'era Venom sul palco?

- Qualcuno, evidentemente scherzando con pessimo gusto, si è inventato che Ligabue è salito sul palco e ha cantato Crêuza de mä di De Andrè. Per favore, non spariamo cazzate che già sto male al solo pensiero.

Gli evergreen:
Fazio lo pagano troppo.
La Littizzetto la pagano troppo.
Il Festival costa troppo.
Meglio Pippo Baudo (ma quando c'era Baudo voi dov'eravate?)

E, naturalmente, musica non pervenuta se non: le canzoni fanno tutte schifo (tranne sui profili degli artisti: lì qualcuno dice che sono belle)

Aggiungo una cosa: quando c'erano Francesco Salvi e Gigi Sabani in gara, il Festival era davvero un'altra cosa (e soldi ben spesi? LOL). 
Solo che ce ne rendiamo conto solo a guardare questa edizione... 

martedì 11 febbraio 2014

Nebraska: se il road-movie è uno Stato (mentale)

Da Billings, Montana a Lincoln, Nebraska: e nessuno riuscirà a fermarlo. Chi? Ma il vecchio Woody Grant, nome classico scolpito nella roccia come i tratti del suo interprete, quel Bruce Dern reduce da cento battaglie da faccia cult dei seventies. Dirige Alexander Payne, campione del cinema satirico-intelligente con star (Giamatti, Nicholson, Clooney...) che si finge indie, stavolta non sceneggiatore (una mossa molto umile, essendo lui vincitore di due Oscar per la scrittura...) ma coadiuvato dalla penna di Bob Wilson.
Ma dicevo, da Billings a Lincoln: un viaggio attraverso tre stati, da oltre 700 chilometri, che l'anziano testardo è disposto a fare anche a piedi perchè crede di aver vinto un milione di dollari, come recita un volantino che gli hanno spedito. E che invece è il classico espediente per raggirare gli anziani, e spillare soldi attraverso un abbonamento. Ma chi se ne frega: lo spunto è labile, narrativamente, ma Woody ci sta aggrappato con le unghie e con i denti come solo vecchi e bambini sanno fare, e a niente valgono le bonarie, pazienti e sagge parole dei familiari per farlo desistere. Cocciuto come un mulo, il vecchio è disposto a mollare casa, moglie e due figli (grandi, però) e crepare facendosi a piedi l'autostrada. Lo vediamo fin dall'apertura, questo suo simbolico gesto, che ce lo presenta come chiaramente quasi del tutto partito di testa
Attenzione all'analisi banale che poi è la tipologia del film: tutta la pellicola è un viaggio non soltanto fisico, ma anche e soprattutto metaforico, attraverso il quale conosceremo sempre meglio questo scorbutico personaggio sulla soglia della demenza senile. La cosa buona è che Woody-Dern non fagocita tutto, ma lascia spazio alla sua controparte, ovvero il figlio David (Will Forte) triste, sensibile e generoso. A rischio fallimento esistenziale, tale e quale a quello del padre.
Un padre (che poi, padre! Aspettate di sentire l'aneddoto sul concepimento della prole...) che genitore non è mai stato davvero: assente, alcolizzato cronico, rozzo, taciturno, sostanzialmente egoista. Merita tutta la gentilezza e i gesti d’amore che gli vengono riservati dal tenero David?
Payne e Wilson rimangono vaghi, ma la loro posizione è evidente: ci mostra dei figli comunque amorevoli (quindi, presumiamo, mai maltrattati o vittime di torti e traumi), una moglie brontolona ma in fondo protettiva e comprensiva nei suoi confronti, una storia familiare triste alle sue stesse spalle… Woody è un uomo che non riesce a rievocare ricordi felici neppure nella casa della sua infanzia, ma soltanto l’eco delle cinghiate che buscava se osava entrare nelle stanze dei genitori. Che cosa ci dice questo? Il pregio degli autori è di non mettere mai in primo piano o in competizione dettagli simili con il profilo sostanzialmente ambiguo dell’uomo al centro degli eventi.
Se mai, ad emergere è la buffa e tragica meschinità degli ex concittadini di Woody, alcuni sinceramente felici per lui, ma altri prontissimi ad approfittarsi della fantomatica fortuna vinta dall’uomo – e ovviamente i primi in questo caso sono alcuni dei familiari, gli stessi che non hanno esitato ad approfittarsi anni addietro dell’incapacità di Woody di dire di no alle richieste di favori e/o di aiuto.
Curiosa poi la figura dell’ex amico-socio-rivale Ed (uno Stacy Keach azzeccatissimo, che canta pure Elvis al karaoke!) emblematico nel rappresentare l’animo più oscuro, viscido e finto-vittimista delle persone messe di fronte all’occasione che fa l’uomo… millantatore di crediti.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, senza rancori (?): David è cresciuto insicuro, è moderatamente depresso, non ha particolari aspirazioni me è gentile e amorevole. Il fratello maggiore è più indipendente e realizzato, più pratico e meno sentimentale, ma non per questo meno attaccato alla famiglia. Payne, fortunatamente, evita il registro banale e abusato del conflitto familiare e mette in scena una famiglia “normale” (si fa per dire) dove non c’è costante tensione e non si parla per frasi fatte e urlate. Molti sceneggiatori dovrebbero prendere nota dal copione orchestrato da Wilson. Il quale opta per un registro rilassato, sardonico, un umorismo che fonda le sue gag più sull’assurdità degli eventi e la goffaggine del vecchio protagonista (la dentiera perduta in mezzo ai binari, la cocciutaggine che non gli fa sentire ragioni, il non-dialogo con il resto del mondo) che su battute studiate o situazioni strumentali. Tutto fila liscio, tra quadretti irresistibili, vedi i cugini buzzurri e ignoranti come capre, che parlano solo di motori, come però fanno poi in modo demente anche i loro vecchi, riuniti a fissare intontiti il football in tv.

L’incedere della demenza senile di Woody gli fa meritare la concessione delle attenuanti generiche e il perdono finale? È una domanda etica che spunta naturale. La risposta è sospesa e spetta a noi.
Per il resto, Nebraska è un film che merita (soltanto) la candidatura all’Oscar, perché ben scritto e meglio diretto: ma l'insieme risulta forse un po’ troppo costruito per coinvolgere – e soprattutto commuovere – davvero fino in fondo. Ci si diverte, si ghigna amaramente, si assiste in punta di piedi all’ultimo (o penultimo?) atto di una vita forse buttata, e alla sua misera (anzi, nulla) eredità. Nebraska è un film che deve essere visto, perchè è senza dubbio uno dei migliori della stagione: starà poi alla sensibilità di ognuno stabilire se la statura tragicomica del suo protagonista meriti o meno le sperticate lodi che molti gli tributano.

martedì 5 novembre 2013

V per Vendetta o A per Armistizio? Il volto di Guy, di V e del 5 novembre

Un bel faccino. Teneramente imbarazzato.
Remember, remember, the fifth of november...
Sì, un attimo. Cosa ricordiamo davvero? V per Vendetta e il suo protagonista, con i suoi attentati ad un regime orwelliano, o la vera origine della filastrocca, un fallito attentato dinamitardo di inizio 1600 che avrebbe distrutto il parlamento inglese, ucciso il Re ma anche altre migliaia di persone nel raggio di un chilometro?
E per quel motivo dovremmo farlo, scusate? 
 
Guy Fawkes mentre pensa. A cosa, non si sa.
A me non va di ricordare la congiura delle polveri (leggetevela su Wikipedia), più volte cavalcata pretestuosamente in America dalla politica. Mi piace V per Vendetta, è una bella opera (il fumetto, il film meno), mi piace anche come il messaggio si è trasformato, anche se non in tutte le sue sfumature. Sì al pacifismo, no ad azioni criminali. Anonymous e tutti quelli che stanno dietro la maschera di Guy Fawkes, vero colpo di genio degli ultimi vent'anni (la maschera, non Guy Fawkes), non fanno che dimostrare che i simboli sono più potenti di ogni altra cosa. Milioni di persone sanno che quella faccia beffarda significa “anarchia, protesta, anti-establishment, anti-capitalismo” eccetera, ma pochissimi conoscono davvero i messaggi che gli attivisti vogliono veicolare, quando ci sono.
Che io ricordi o che abbia trovato traccia in giro, il primo ad utilizzare l'iconica V e la maschera di Guy Fawkes a fini di protesta politica è stato – udite udite – Beppe Grillo. Uno che di mestiere fa(ceva?) il comico e che ne sa più di marketing virale ed emotivo che di buona educazione.
Yeaaaah! Vaffanculooooooo! FACDESISTEM!
Tra l'altro, per il primo, dichiarato e bellicoso intento di “far saltare il Parlamento” con il Vaffanculo-day e la nota campagna (sacrosanta negli assunti, per carità) Parlamento pulito, il buon Beppe aveva scelto nel 2007 come data simbolica l'8 settembre... ovvero quando, nel 1943, il generale Pietro Badoglio, a capo del governo italiano, proclamò l'armistizio (insomma... gli Alleati lo imposero a suon di bombe, ma vabbè) gettando nel caos la penisola e col re Vittorio Emanuele III che se la diede a gambe. Ma questa è storia, non ci serve! Servono simboli, immediati, riconoscibili, blockbusteriani, replicabili: il faccione di Badoglio, triste come un cocker, non era adatto. Ecco dunque l'americanissimo V, anarchico guerriero contro un regime totalitario. Cioè tutto l'opposto della maschera che indossa, simbolo di Guy Fawkes, ex soldato fervente cristiano che voleva ammazzare quanti più protestanti poteva, assieme al Re (d'Inghilterra, che era dei “loro”). Una congiura che non avrebbe portato lui e i suoi sodali a mettere sul trono Topolino. Era una faida, e tale sarebbe rimasta. 
 
E adesso sono cazzi.
Nel fumetto originale di Alan Moore, scritto nei primi anni '80, V vuole vendicarsi delle torture e dei torti subiti per motivi particolari; è idealista, sì, ma se ne fotte di essere un leader. E' carismatico, ha una visione, ma non la impone – e manca la “discesa in campo” del suo popolo mascherato. Questo succede nel film del 2005, possibile solo perchè creatura degli allora lanciatissimi Wachowski bros nonostante i due vomitevoli sequel di Matrix, e del loro regista-protegee James McTeigue. Un film ad alto budget con messaggio destabilizzante, terroristico,
Badoglio. Non esattamente un volto memorabile.
anarchico... una rarità, a meno che non si consideri, un po' come avvenne con il punk, lo sfruttamento di un sentimento allora emergente ai fini di marketing. Che poi la cosa abbia avuto una grandissima eco (ma ogni maschera venduta, se non tarocca, fa guadagnare la Warner), forse più di quanto immaginato, è certo.

Curioso il caso italiano. Pensate se non ci fosse stato il film americano di V per Vendetta. Avremmo dovuto ripiegare su qualcosa di nostrano sull'8 settembre: ma il meglio che avremmo potuto avere sarebbe stato un low-budget distribuito in tre sale, in costume, con comparse inette e cavalli spelacchiati, grondante di retorica e inamidato come un calzino, girato da Pasquale Squitieri. Probabilmente con la maschera unico elemento ben realizzato da, chessò, Sergio Stivaletti. A come Armistizio. Sfigatooooo....

Ecco. E allora Beppe te lo scordavi il successo. Gli americani stanno sempre troppo avanti. Anche... beh, nell'anarchia organizzata.
Buon 5 novembre...
Google
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