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giovedì 6 marzo 2014

Film d'autore o sega artistoide? Prima parte

Innanzitutto perdonate lo sfottò conclusivo ai cosiddetti film "indie", che spesso brillano in negativo per le loro velleità autoriali ma denunciano soltanto maldestre capacità nelle sceneggiature e/o nella regia. La riflessione nasce naturalmente dalla quantomai attuale e vasta reazione popolare - nel vero senso del termine, per una volta: non nei ristretti ambiti di critichini e criticoni paludati - al premio Oscar La Grande Bellezza, con deragliamenti annessi e connessi.

Ho sentito l'esigenza di mettere su carta (la triste, vecchia e demodé carta) qualche
spunto forse utile a ripensare la critica. Certo, non sarà originale, ma siccome non esiste - vivaddio - un manuale di valutazione dell'opera cinematografica che fissi nella pietra delle coordinate attraverso le quali riconoscere dove sta di casa l'autentico genio e la fuffa ben orchestrata... nemmeno possiamo lasciare che l'alibi della soggettività fagociti e annichilisca tutto il dibattito.

Premesso che per cinema d'autore intendiamo quel cinema che, una volta visto, vissuto e digerito acquista senso in virtù del regista che lo ha partorito (alla luce di opere precedenti, di curriculum, di finalità e ambizioni) e non staremo a dibattere su come anche il cinema di genere sia d'autore (tesi reale e concreta con infiniti esempi).
Allora, ecco un parziale e inelegante contributo su come si possa distinguere un reale lavoro d'autore da qualcosa che gli si avvicina, gli somiglia ma in realtà è pura masturbazione intellettuale. Il lavoro di un autentico autore si può riconoscere da:

1 - Poetica originale. Dove non importa il cosa, ma il come. Un'idea del mondo sviluppata nel proprio animo che si traduce in una visione del mondo sul grande schermo, che può essere attribuita solo e soltanto a quel preciso regista. Un autore può raccontarti mille storie diverse con la stessa poetica, rendendo il suo intero opus cinematografico in qualcosa di coerente, collegato, intenso, inconfondibile.

2 - Stile personale e riconoscibile. Tradurre questa poetica (la "cosa" impalpabile che ti rimane alla fine della visione) con lo strumento della regia vera e propria. La macchina da presa come penna, stiletto, ascia. I movimenti o la staticità, la firma del regista sta nel suo scegliere cosa mostrare del cosa vuole raccontare, attraverso ogni startagemma della grammatica del cinema a sua disposizione. Quando vedi una sequenza e riconosci subito chi l'ha girata, è stile. Puro.

3 - Elementi/Temi ricorrenti. Il corpo, il tormento, la redenzione, la figura del loser, il potere, l'ossessione... Un vero autore ha dei demoni e delle fissazioni che traduce nelle sue opere in modo più o meno marcato, opere tese ad esplorare territori che gli sono congeniali o con i quali si trova ogni volta a fare i conti, consapevolmente o meno.

4 - Coraggio di osare con soluzioni inedite. Certo, è sempre più difficile trovare nuovi modi espressivi, soluzioni visive o espedienti narrativi. Eppure un vero autore spesso ci spiazza e ci sorprende con qualcosa che renderà l'opera memorabile, o magari diabolicamente, deliziosamente controversa.

5 - Fiducia nel potere delle immagini. Occhio, non banale cura formale o iperleziosità della messa in scena: intendo il cinema come potere d'affabulazione. Alle volte impazzisco quando i dialoghi spiegano cosa vediamo, abbiamo visto o addirittura vedremo, o quando si sottolinea con qualche dettaglio un concetto già chiaro nella narrazione. Se, poi, è teatro filmato, non è cinema. L'autore di cinema, che non è uno scrittore nè deve avere velleità letterarie se pure sceneggia, pensa in funzione della ripresa, dell'effetto finale del raccontare per immagini. E ragiona per immagini, fidandosi delle stesse.

6 - Sfida allo spettatore. Lo spettatore, per l'autentico autore, non è un corpo passivo
abbandonato sulla poltrona: deve avere parte attiva, deve essere scaraventato dentro lo schermo, soffrire, gioire, chiedersi che diavolo sta vedendo e trovare cosa si nasconde al di là della piatta proiezione della pellicola (o del video). Un grande regista sa giocare con eleganza con il suo "topo" e portarlo dove vuole, oppure sbatterlo fuori strada, in un (im)possibile rapporto dialettico, paradossale in un mezzo che si fonda sulla semplice visione.

Fine della prima parte. Nella prossima, ci divertiamo a sezionare i segaioli della presunta autorialità cinematografica.
Ciao.

domenica 9 febbraio 2014

REwind - PASSION - De Palma, natural born thriller (al femminile)

Rachel McAdams e Noomi Rapace si baciano, si sfidano, si odiano, si amano, forse si ammazzano, e poi, forse ma dico forse, vivono due volte. Morboso? Barocco? Hitchcockiano? E chi altri se non Brian De Palma poteva realizzare questa pellicola, figlia diretta dei suoi capolavori del passato?
Su Wikipedia dicono del budget 30 milioni di dollari, ma chi ci crede? Girato in digitale in meno di due mesi, co-produzione con soldi francesi, tedeschi e spagnoli, girato a Berlino, dubito che si arrivi anche solo a meno della metà, anche per ciò che si vede sullo schermo. Il product placement (Apple, anyone?) è talmente esibito da essere una strizzata d'occhio: il Maestro non è più gradito in quel di Hollywood, e si arrabatta come può vendendo il suo nome per girare come vuole e rimanere se stesso. Non che sia un male, in questo senso. La recitazione elementare quando non imbarazzante del cast svela tutta la natura dell'operazione: quello di De Palma è il classico thriller che passa sopra alla forma, più interessato alla sostanza e all' “eleganza del gesto”, per così dire. La fotografia da fiction televisiva poi non aiuta, anche se la prima parte, marcatamente anonima quando non addirittura sciatta, viene riscattata da una seconda dove il regista si sbizzarrisce a creare un'atmosfera malsana con inquadrature sghembe, ombre espressioniste e pare del suo repertorio visivo. Lo spartiacque è la sequenza in split-screen (e cosa se no?) dell'omicidio, che da lì in poi darà il via ad un meccanismo di doppi e tripli salti mortali. Ovviamente esagerati, ovviamente non credibili, ovviamente... De Palma. A cui interessa solo creare l'atmosfera morbosa e dare allo spettatore quei sottili messaggi che piacciono a cinefili e psichiatri. E qui ce ne sono.
Il che può essere un bene come un male. Perchè se questo è un De Palma al cento per cento, è anche un De Palma che rifà il suo cinema, che ricalca quanto detto in passato e lo eleva all'ennesima potenza, che fa sfoggio di tecnica narrativa e di grammatica filmica, depistaggi, doppie e triple letture degli elementi. Sicchè, può risultare tanto genuino ed esaltante quanto stucchevole e vecchio.
Per gli amanti del cinema come tecnica espressiva, Passion è come una visita al museo: De Palma c'è tutto, è ancora vivo, è sempre se stesso. Che poi sia fuori dal tempo può essere, ovviamente, preso sia con amore che con una scrollata di spalle.
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