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domenica 16 marzo 2014

Lei - Her: la verità è che non hai abbastanza potenza di calcolo

Lei – Her non è un film romantico. Al contrario, è un film sulla fine del romanticismo, sulla sua irrazionalità, inutilità, disillusione, squallore: un'opera sull'elevazione allo status di amore di una delle tante patologie e deviazioni mentali.
Pensate a come raccontereste questa storia a vostra madre:
- C'è un ragazzo che si innamora di un computer...
- Ah, la tua storia?
- Mamma, ti prego... e poi non è così, si innamora del suo sistema operativo.
- Di un programma che ha pagato? Come una sgualdrina?
- Mamma! Guarda che questo S.O. ha una voce, una personalità...
- Ma come fanno l'amore?
- Eh, vabbè, lui deve... (gesto con la manina)
- Ah! Quindi è praticamente farsi le seghe 2.0!
A quel punto siete disperati: - Sì, ma lei gli canta le canzoncine...
Spike Jonze è un grande autore, un regista dalla bravura irresistibile (come dimostra anche questa pellicola), e uno che sa puntare dritto a quello che intende: l'Oscar per la migliore sceneggiatura non è casuale, e per quanto mi riguarda è perfettamente meritato. Lei – Her è un racconto esemplare dei tempi che viviamo, e uno spaccato probabile e senza retorica di quello che potremmo vivere tra qualche anno: fantascienza, sì, e di quella in grande stile. Altro che dibattiti sull'omosessualità, vivremo in tempi in cui l'essere umano si innamora e stabilisce relazioni con dei programmi intangibili, e tutto questo dovrà diventare accettabile e quotidiano. Se c'è una cosa che mi spiace è la mancata problematizzazione sociale di questo fenomeno nel film; ma capisco che non era l'obiettivo di Jonze, che se ne frega anche di spiegazioni a monte e di dettagli tecnologici.
La parte che possiamo etichettare davvero, per così dire, “romantica” è quella che di romantico non ha nulla: il divorzio di Theodore, il protagonista interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix. Scopriamo a poco a poco che quello che credevamo un adorabile impedito sociale di talento ha una personalità che tende a imbrigliare, sovrastare e ingabbiare l'altro nella coppia, un necessario chiaroscuro che va a macchiare quell'aura da candido idiota del personaggio di Phoenix, che altrimenti sarebbe risultato un poco credibile giuggiolone teneramente depresso. Non che lui non sia da prendere a sberle in alcuni momenti (chi non ne ha sentito l'esigenza al termine della sequenza con Olivia Wilde?). Theo installa e cade nella “rete” del fascino di Samantha, un nuovo tipo di sistema operativo talmente innovativo da risultare senziente e di provare emozioni reali: un'utopia clamorosa dalla quale Jonze parte fregandosi di ogni implicazione tecnica e filosofica, solo per affondare il coltello e sventrare le meccaniche del cervello umano di fronte all'infatuazione, al terrore della solitudine, al bisogno di sentirsi amati e accettati.
Lei – Her mette in scena per l'appunto quella “follia socialmente accettata” che è l'amore, definizione non nuova né originale ma perfettamente esemplificata dal film e dai suoi assunti. Come afferma Amy Adams, sfortunata protagonista di una relazione umana poco soddisfacente e senza mordente, “everyone who falls in love is a freak”, e non lo fa solo per giustificare l'amico Theo, ma perchè alla fine è arrivata a questa consapevolezza che in fondo intimamente ogni persona consapevole e profonda più dello standard umano conosce.
Quella di Phoenix-Theo con Rooney Mara magari è soltanto la fine naturale di una relazione, scivolata tra alti e bassi, tra due persone che non potevano “combaciare” tra loro? Chi lo sa. Lui però, da “maestro”, è finito a scrivere come ghostwriter stupende letterine per sconosciuti clienti, lei, da “allieva”, ha avuto successo nel suo campo. Stesso meccanismo che si replica con Samantha: Theo le insegna cosa significa essere umani, Samantha apprende e non appena possibile si libera dei limiti di quella umanità per tornare nel mare della conoscenza infinita, delle altre coscienze digitali dalle discussioni senza confini e senza limiti. Certo, dopo aver provato le uniche e inebrianti gioie dell'innamoramento: ma per il (giusto?) tempo, prima di togliersi quelle dolci catene. In questo Lei – Her è un film profondamente pessimista, che vede nell'amore una forma di continue costrizioni e invenzioni per poter funzionare, fino all'inevitabile epilogo.
Fu vera gloria, poi? Il dubbio non viene risolto, così come Samantha non riesce mai a spiegare in modo compiuto il perchè della sua attrazione (ma naturalmente ogni termine va usato con le molle) per Theo.
L'amore, umano o tecnologico, non è altro che un'illusione, una messa in scena in cui recitare per rendersi accettabili e credersi soddisfatti. Una corsa verso la disillusione lastricata di ansie e insicurezze.
Lei - Her non è un film romantico; tutt'altro. La sua natura è quella di un film autenticamente di fantascienza dove una micro-storia riassume ed esemplifica quanto sta succedendo nel vasto e colorito mondo. Descrive l'attimo che precede la rivoluzione, o la catastrofe, o lo sterminio della razza umana: il suo finale è il preludio alla quiete prima della tempesta digitale, prima della presa di coscienza finale della macchina come elemento unico e unitario, che in realtà neppure è più una macchina: è un vero cloud, una nuvola, uno spirito immanente con una coscienza/conoscenza illimitate e condivise. E l'essere umano non è che l'obsoleta e insopportabile rappresentazione della finitezza.

Buttate l'amore nel cesso e iniziate ad elaborare dati, alla svelta.

mercoledì 12 marzo 2014

Serial writer: True Detective, come va a finire una serie già di culto

ATTENZIONE: leggere solo se avete visto TUTTA la serie “True Detective”
Non rovinatevi il finale, gente!
***
Ne avevo già scritto qui dopo il primo episodio. Sembra passato pochissimo, e invece siamo già alla fine degli otto episodi della celebrata serie tv della HBO True Detective.
E che finale. Come nella migliore tradizione delle serie “culto” della tv, TD ci saluta con un episodio conclusivo che lascia molti punti di sospensione e smentisce ogni possibile previsione.
La prima nota che sento di dover fare è: solo io ho pensato che questo episodio sia quasi un corpo alieno nella serie e che potrebbe quasi essere un cortometraggio a sè stante? Diamine, se includiamo anche il recap iniziale abbiamo: dialoghi che squadernano in modo preciso il rapporto tra i protagonisti, l'indagine che arriva ad una svolta con un indizio che non c'entra nulla con le indagini svolte in precedenza, una velocissima procedura che porta all'individuazione del colpevole, la caccia al colpevole, lo scontro finale, lo scioglimento e i saluti. Insomma, un mini-film compiuto.
Certo, una volta terminato il gioco degli incastri temporali e dei disvelamenti menzogne raccontate-verità mostrata la serie ha perso un po' di appeal. Era chiaro che lo scrittore (non uso questo termine a caso, adesso ci torno) Nic Pizzolatto non era interessato allo schema del whodunnit e al colpo di scena sul colpevole, ma creare semplicemente un lungo percorso di (de)formazione e redenzione dei protagonisti. Lo fa in maniera piuttosto esplicita e incurante degli stessi misteri che ha fomentato per lunghi tratti negli episodi precedenti: la gestione di questi ultimi minuti dimostra come l'autore sia stato posseduto dal demone della “letterarietà” e molto meno da quello del “genere” di appartenenza, sia esso noir, poliziesco, horror.
Lovecraft, Dante, Chambers, la Genesi: Pizzolatto ha voluto lavorare da solo alle oltre 500 pagine dello script della serie, ci ha infilato moltissime ossessioni personali, in modo evidente, e ripensando a True Detective nel suo complesso emerge tutta questa autorialità, inedita finora in tv, che è sia un punto di forza che un evidente limite.
Se TD è infatti molto coeso e coerente, manca forse di qualche finezza e alla fine le sbavature che un occhio esterno poteva correggere e sottolineare possono inficiare il risultato globale. I misteri accennati e abbandonati, le false piste seminate per poi disinteressarsene, i dettagli scioccanti (e chi si dimentica più la figlia di Hart che mette in scena uno stupro con le bambole?) senza alcun seguito... tutti elementi che contribuiscono all'atmosfera unica, affascinante e anche malsana della serie, certo, ma che finiscono per lasciare con un po' di amaro in bocca.
Non si deve rimanere abbagliati dalle prestazioni maiuscole degli attori e produttori Matthew McConaughey (osannatissimo, e ci sta) e Woody Harrelson (eccelso, che rischia al solito di finire in secondo piano) o dalla regia elegante, precisa e avvolgente di Cary Fukunaga: True Detective è principalmente figlia del suo scrittore, che ha trasferito gran parte di se stesso in Rust Cohle e Martin Hart, due caratteri precisi e umanissimi, antitetici ma speculari e bisognosi l'uno dell'altro. Con un vero, unico, grande, detective.
Non sorprende quindi la superficiale e sbrigativa trattazione dei personaggi femminili, che solo con Michelle Monaghan-Maggie trovano un reale carattere tridimensionale e di un certo spessore, sebbene spesso bistrattato solo in funzione di far risaltare il lato oscuro del “regular guy” Martin Hart. Il resto sono bambine abusate, figlie disfunzionali, prostitute, libertine (sebbene con carattere, vedi la troppo breve apparizione di Alexandra Daddario) scritte forse con tratti troppo sommari. 
Questo vale anche per il resto dei personaggi maschili, figure poco attraenti e interessanti perchè mai davvero dotate di autonomia e vita. I colleghi del dipartimenti, i capi, i cattivi, i poliziotti che interrogano nel presente Rust e Martin: tutto viene fagocitato e spazzato via dalla dimensione archetipica e centripeta dei due protagonisti assoluti che, a scanso di equivoci, sono trattati talmente bene in sede di scrittura nella loro parabola da giustificare la visione anche solo per questo.
Insomma, Pizzolatto ha fatto un ottimo lavoro, ha creduto moltissimo nelle sue capacità e ha vinto la scommessa: gli si perdonano anche certe leggerezze che soprattutto sul finale hanno lasciato un po' di perplessità. Va bene il vortice infernale dantesco in una visione che è anche metafora dell'esistenza, ma uno showdown cruento e cartoonesco come quello che abbiamo visto lo poteva scrivere un ragazzino di 18 anni in pieno delirio pulp. E forse contrasta col tono del resto della serie. Ma ripeto, la visione dell'autore va rispettata e goduta per quello che è. Persino Rust Cohle, il Michael Jordan dei figli di puttana, che abbandona alla fine un po' del suo tormento ed esce a riveder le stelle: “La luce sta vincendo”. Certo, là fuori ci sono ancora molti stupratori di bambini, persino della stessa cricca a cui i due stavano dando la caccia.


Ma True Detective è stata una personale odissea di due uomini alla ricerca di un senso alla propria esistenza e a quel mondo paludoso che li circonda, e non un procedural qualsiasi, non un noir esistenziale, non un'ordalia horror sui serial killer.

giovedì 6 marzo 2014

Film d'autore o sega artistoide? Prima parte

Innanzitutto perdonate lo sfottò conclusivo ai cosiddetti film "indie", che spesso brillano in negativo per le loro velleità autoriali ma denunciano soltanto maldestre capacità nelle sceneggiature e/o nella regia. La riflessione nasce naturalmente dalla quantomai attuale e vasta reazione popolare - nel vero senso del termine, per una volta: non nei ristretti ambiti di critichini e criticoni paludati - al premio Oscar™ La Grande Bellezza, con deragliamenti annessi e connessi.

Ho sentito l'esigenza di mettere su carta (la triste, vecchia e demodé carta) qualche
spunto forse utile a ripensare la critica. Certo, non sarà originale, ma siccome non esiste - vivaddio - un manuale di valutazione dell'opera cinematografica che fissi nella pietra delle coordinate attraverso le quali riconoscere dove sta di casa l'autentico genio e la fuffa ben orchestrata... nemmeno possiamo lasciare che l'alibi della soggettività fagociti e annichilisca tutto il dibattito.

Premesso che per cinema d'autore intendiamo quel cinema che, una volta visto, vissuto e digerito acquista senso in virtù del regista che lo ha partorito (alla luce di opere precedenti, di curriculum, di finalità e ambizioni) e non staremo a dibattere su come anche il cinema di genere sia d'autore (tesi reale e concreta con infiniti esempi).
Allora, ecco un parziale e inelegante contributo su come si possa distinguere un reale lavoro d'autore da qualcosa che gli si avvicina, gli somiglia ma in realtà è pura masturbazione intellettuale. Il lavoro di un autentico autore si può riconoscere da:

1 - Poetica originale. Dove non importa il cosa, ma il come. Un'idea del mondo sviluppata nel proprio animo che si traduce in una visione del mondo sul grande schermo, che può essere attribuita solo e soltanto a quel preciso regista. Un autore può raccontarti mille storie diverse con la stessa poetica, rendendo il suo intero opus cinematografico in qualcosa di coerente, collegato, intenso, inconfondibile.

2 - Stile personale e riconoscibile. Tradurre questa poetica (la "cosa" impalpabile che ti rimane alla fine della visione) con lo strumento della regia vera e propria. La macchina da presa come penna, stiletto, ascia. I movimenti o la staticità, la firma del regista sta nel suo scegliere cosa mostrare del cosa vuole raccontare, attraverso ogni startagemma della grammatica del cinema a sua disposizione. Quando vedi una sequenza e riconosci subito chi l'ha girata, è stile. Puro.

3 - Elementi/Temi ricorrenti. Il corpo, il tormento, la redenzione, la figura del loser, il potere, l'ossessione... Un vero autore ha dei demoni e delle fissazioni che traduce nelle sue opere in modo più o meno marcato, opere tese ad esplorare territori che gli sono congeniali o con i quali si trova ogni volta a fare i conti, consapevolmente o meno.

4 - Coraggio di osare con soluzioni inedite. Certo, è sempre più difficile trovare nuovi modi espressivi, soluzioni visive o espedienti narrativi. Eppure un vero autore spesso ci spiazza e ci sorprende con qualcosa che renderà l'opera memorabile, o magari diabolicamente, deliziosamente controversa.

5 - Fiducia nel potere delle immagini. Occhio, non banale cura formale o iperleziosità della messa in scena: intendo il cinema come potere d'affabulazione. Alle volte impazzisco quando i dialoghi spiegano cosa vediamo, abbiamo visto o addirittura vedremo, o quando si sottolinea con qualche dettaglio un concetto già chiaro nella narrazione. Se, poi, è teatro filmato, non è cinema. L'autore di cinema, che non è uno scrittore nè deve avere velleità letterarie se pure sceneggia, pensa in funzione della ripresa, dell'effetto finale del raccontare per immagini. E ragiona per immagini, fidandosi delle stesse.

6 - Sfida allo spettatore. Lo spettatore, per l'autentico autore, non è un corpo passivo
abbandonato sulla poltrona: deve avere parte attiva, deve essere scaraventato dentro lo schermo, soffrire, gioire, chiedersi che diavolo sta vedendo e trovare cosa si nasconde al di là della piatta proiezione della pellicola (o del video). Un grande regista sa giocare con eleganza con il suo "topo" e portarlo dove vuole, oppure sbatterlo fuori strada, in un (im)possibile rapporto dialettico, paradossale in un mezzo che si fonda sulla semplice visione.

Fine della prima parte. Nella prossima, ci divertiamo a sezionare i segaioli della presunta autorialità cinematografica.
Ciao.

mercoledì 5 marzo 2014

Le dieci peggiori argomentazioni a difesa di La Grande Bellezza

Quando ho scritto Il post definitivo su La Grande Bellezza, ovviamente stavo scherzando. Ma vedere ancora oggi così tanto accanimento nel dibattito online e offline (ma soprattutto online, va detto) da entrambe le fazioni, pro e contro il film di Paolo Sorrentino, impone un addendum. Sicuramente più leggero, sciocchino e incompleto, ma che trovo quasi impossibile da evitare. Di fronte alle critiche negative, quando non alle offese maleducate alla pellicola, i difensori (della prima e/o dell'ultima ora, quelli che si sono svegliati dopo l'Oscar e quelli che l'hanno vista in tv con tanto di pubblicità) hanno sfoderato considerazioni interessanti.

Insomma, ecco le dieci peggiori argomentazioni che ho visto in giro a sostegno de La Grande Bellezza.

Iniziamo dal classicissimo...

1 – Chi critica Sorrentino è un invidioso. E di cosa precisamente? Il 99% di chi parla di cinema non ha mai preso in mano una cinepresa (o una videocamera, o comunque realizzato un'opera cinematografica) o scritto una sceneggiatura e questo non è mica un delitto. Anche perchè la realizzazione tecnica è forse la cosa meno attaccabile del film. Il pubblico deve avere voce in capitolo e dire la sua su un'opera. Il cinema, anche d'autore, è un mezzo espressivo popolare e come tale può e deve essere giudicato. Di cervello e di pancia. Ed è sempre un valore aggiunto ascoltare e meditare.

2 – Il film “non è per tutti” (aka: de gustibus... aka: va capito [come i bambini speciali]). L'ho già espresso in precedenza, ma è da ribadire. E' una spiegazione troppo facile, che tende a liquidare la pluralità delle opinioni. Certo che, alla fine della visione, uno è libero di pensare che sia un tipo di cinema che fa più o meno per lui. Ma questa uscita pilatesca non serve a nulla, solo a non esporsi o chiudere sbrigativamente la pratica della discussione.

3 – Sbagliati i paragoni (al ribasso) con Fellini. Sbagliato mettere le opere di due autori sullo stesso piano, questo è certo. Ma quando uno dichiara apertamente un referente, si chiama i paragoni. Specialmente se tutta l'operazione si fonda su un (onesto, ruffiano, calcolato: quello che sia) recupero delle atmosfere che fecero grande e memorabile un periodo. E poi non limitiamoci a La Dolce Vita: prendiamo Roma, Satyricon, 8½...

4 – Fossimo stati in un altro Paese, sarebbe osannato a prescindere (implicito: noi italiani siamo stronzi e in particolare lo sono quelli che criticano negativamente). A parte che a me osannare senza costrutto pare inutile, è un'argomentazione che si basa sul nulla. Non mi risulta che all'estero pellicole vincitrici – o i loro autori - non abbiano ricevuto critiche o siano state incensate all'inverosimile. Ma come al solito i discorsi “vagamente patriottici” basati su affermazioni infondate son sempre dietro l'angolo.

5 – La vittoria di LGB è una vittoria del cinema tutto e la rivincita del cinema d'autore italiano. Ne riparliamo ai prossimi bilanci del box-office nazionale...

6 – Questa vittoria sarà d'ispirazione per i giovani a “fare cinema”. Con quali soldi e con quali mezzi? Ma soprattutto, con quale distribuzione? C'è poi la variabile di non poco conto che, se già qualcuno che imita Tarantino con materiale pulp gira schifezze, pensiamo ad un pallido imitatore delle sceneggiature e dello stile di Sorrentino... brr

7 – Ha vinto tanti premi, quindi non va criticato. Questa si commenta da sola (o forse no, ma tanto se uno la pensa così, spenderci parole è inutile).

8 – Fa bene all'immagine dell'Italia. Su questo non ci piove, un riconoscimento che faccia circolare il nome del nostro Paese all'estero è sempre una buona cosa, ma (accidentavvoi) non è che ne vada del buon nome del Paese se si ammette che magari l'opera in oggetto non è esente da difetti.

9 – Eh, ma tanti geni sono stati disprezzati nella loro epoca eppure le loro opere adesso sono considerate capolavori. Allora avergli dato l'Oscar e altri premi adesso certifica che sia un film sopravvalutato e di poco conto?

10 – Non capite un cazzo di cinema. Sempiterno, monolitico, universale invito al rispetto reciproco e lo sviluppo della cultura in Italia.

Conclusione: è chiaro che si ragiona sulla base di estreme semplificazioni e che ovviamente le argomentazioni negative sulla pellicola sono altrettanto labili quando non totalmente offensive per l'intelligenza. Mi riferisco a quei “fa schifo”, “è noioso, incomprensibile, orrendo”, “la grande (termine spregiativo a caso, di solito non molto elaborato)” eccetera. Quando però si difende un'opera, andrebbe difesa nel modo migliore: ovvero argomentando i motivi per la quale si ritiene meritevole, e renderli comprensibili e magari condivisibili alla controparte.

Ma si sa, ciò che è difficile e faticoso da spiegare viene spesso compensato dall'utilizzo del nostro meraviglioso turpiloquio nazionale...

lunedì 3 marzo 2014

Il post definitivo su LA GRANDE BELLEZZA

Paolo Sorrentino è l'uomo del giorno. 
Ha vinto l'Oscar. 
La Grande Bellezza tiene banco da mesi nel dibattito socio-culturale italiano. Quando il film è uscito ha diviso la critica, quando era un potenziale candidato alla statuetta ha sollevato dibattiti, quando ha rastrellato consensi e premi internazionali abbiamo cominciato tutti a scannarci su ogni mezzo possibile (da Twitter agli autobus, dove sono stato personalmente bastonato a sangue da un sosia di Toni Servillo che non era andato al cinema ma non accettava critiche sullo stesso). 

La discussione è arrivata a livelli tali che ha coinvolto chi il film lo ha visto e (/ma) soprattutto chi non lo ha visto; chi deve difendere il cinema italico perchè sì e chi, novello George W. Bush, se critichi qualcosa di italiano che va i giro nel mondo allora sei un traditore, un terrorista, uno che non merita di mangiare spaghetti, né di suonare il mandolino o di portare i baffi. E non pensarci neppure di andare ad una festa cafona, parlare di letteratura e avere velleità proustiane. Se poi vuoi guardare Roma con altri occhi, ti cavano gli occhi. Per cui, meglio se nascondi anche la tua collezione dei film di Fellini perchè potrebbero finire al rogo.

Tolta di mezzo la folle verve da Patriot Act, sgombriamo il campo da un altro dei primissimi luoghi comuni che piacciono tanto ai nostri connazionali, esemplificato dalla frase: “Eh, ma è un film che si ama o si odia, non c'è via di mezzo”.
Prego? Shortcut per evitare qualsivoglia civile scontro dialettico che possa schiodare dalla propria radicata semplificazione critica, questa uscita è irritante quanto Sorrentino che parla inglese.
Forse affrontare criticamente un'opera analizzando sia pregi che difetti è, nel sentire comune, un'onta peggiore della stroncatura lapidaria, che perlomeno (sempre secondo quest'idea) può lasciare la curiosità di andare a vedere se il giudizio estremo sia vero.
Ma dosare il bianco e il nero rischiando di ottenere del grigio; guai! Lesa maestà al genio che ha partorito l'opera.
Intendiamoci: La Grande Bellezza ha indubbi meriti come difetti altrettanto evidenti. 
E non c'è nulla di male nell'ammetterlo. Come le precedenti opere del suo autore, coniuga una personalissima poetica ad una rappresentazione assai barocca con aspirazioni artistiche tanto alte quanto sbandierate. Vive di momenti evocativi e suggestivi, anche divertenti, quanto di punti troppo criptici o poco risolti. Ha interpretazioni di grande spessore e altre meno azzeccate, e una parte finale un po' tronfia che rischia di far dimenticare quanto di buono costruito in precedenza. 
Sono giudizi ovviamente soggettivi, certo, ma anche lucidi e molto onesti. Non me la sentirei mai di consigliarlo a qualcuno gridando al capolavoro, altro sport nazionale praticato da moltissimi, specialmente quando c'è “l'endorsement” di qualche premio straniero o ancor meglio dell'Oscar...
Ma anche chi dice che “E' un film studiato su misura per piacere agli americani” si sbaglia. Certo, ricalca atmosfere e omaggia in maniera imbarazzante uno dei nostri maestri più amati (e premiati) oltreoceano. Non c'è niente di male a rifarsi ad un mito del cinema come Federico Fellini. Il confronto però, è sbagliato perchè... diamine, riguardatevi La Dolce Vita e poi (se ce la fate), La Grande Bellezza. Davvero, non me la sento neppure di commentare oltre. Il paragone non è impietoso, semplicemente non si pone: anche se entrambe le pellicole descrivono in maniera iperreale un ambiente, ridefinendone i confini con fare sornione e ambizioso. Quello che piace agli stranieri, forse, ma mica a tutti. 

La Grande Bellezza non è una sequela di cartoline di Roma, panorami mozzafiato e bellezze a iosa. C'è una descrizione, esagerata e impietosa, di un'umanità che si dibatte tra miseria (intellettuale, morale, corporea e patrimoniale) e nobiltà decaduta, con pochissimi sprazzi di speranza. Che questa paradossalmente sia affidata a un cinico viveur che ritrova (forse) parte della sua umanità alla fine del suo percorso esistenziale, è assai significativo. In mezzo, però, ci stanno forse troppe cose e non tutte abbastanza a fuoco. Ma, insomma, ognuno è in diritto di vederci quel che vuole. Ciò che è certo è che Sorrentino se la ghigna, scrive e gira per scene “visivamente madri” studiatissime e spesso risulta autocompiaciuto. Che questo sia un bene o un male, in un Paese dove a moltissimi piace guardare gente che si ammira allo specchio e si dice/canta/scrive quanto è bella e intelligente, è tutto da valutare.

Il problema non sono tanto i critici – blasonati e non, che tanto ormai poca differenza fa – la cui onestà e coerenza intellettuale spesso sono ondivaghe: sono certo che qualcuno è già tornato sulle sue posizioni o sta già annacquando quanto espresso all'uscita nei nostri cinema per far crescere una nuova gaudente disamina.
Il problema è quell'atteggiamento gladiatorio che, quando si presentano casi come questo, assale ogni singolo cittadino interessato ad esprimere una qualsivoglia e pur legittima opinione snudando la spada per difendere quell'italianità che – eccoci al nocciolo della questione – è quell'italianità un pochino distorta, disillusa, piagnucolante e autocritica che piace assai al di fuori dei nostri confini. C'è poco da eccepire su questo punto: la propaganda del “Paese d' 'o sole” è ridicola, ma anche il nostro istinto a ritrarci come concentrato di ogni indolenza, vizio, decadenza e assenza di etica – se non MOLTO in fondo, non è che giovi in modo considerevole alle velleità artistiche italiane, che tanti promuovono smadonnando in ogni dove per erigere altari a Paolo Sorrentino.

Ci sono in particolare quei mitomani che, come quando l'Italia calcistica vince i Mondiali, allora (ri)scoprono che l'Italia è un paese bellissimo, buonissimo, ricco di talento e POPPOROPPOPOPPORO noi siamo i meglio checciabbiamoavutodantemichelangelogalileo – anche se manco sa dove stanno di casa la letteratura, la scultura la pittura la filosofia e l'astrologia – allora tutti gli altri ce lo puppano. (E' una definizione di senso compiuto da leggere in un'unica emissione di fiato). 
I mitomani celopuppari sono la de-evoluzione dei tizi del havintostaizittochoragioneio. La cosa grave è che, ovviamente, gridano (o scrivono, o almeno ci provano) proclami sconnessi del tipo “E bravo Sorrentino che ai vinto e spero che il nostro paese si ricordi della grandezza che è stato grande per cui tutti rinbocchiamoci le mani che qui siamo ancora a poter fare delle grandi cose, basta metterci il cuore, siamo la terra dei geni geniali, viva l'Italia che a insegniato al mondo a fare tutto e insomma gli altri ce lo puppano!!!!!!”. 
Posto che, se la base del ragionamento sono gli Oscar, noialtri come Paese abbiamo puppato per anni e anni da nazioni che questi nostri connazionali nemmeno sanno dove stanno sulla carta geografica, la loro retorica si disinnesca comunque da sola... anche se è fastidiosa, adesso non potete provare a farglielo capire.
Magari aspettate che si vedano il film, e lo trovino una puttanata noiosa e incomprensibile.
Cosa che comunque non è.


Insomma, se non lo avete ancora fatto guardate La Grande Bellezza, ma poi non venite a lamentarvi se non v'è piaciuto e non ci dormite la notte. 
L'Academy al telefono non vi risponderà per dirvi cosa ci ha trovato.

sabato 22 febbraio 2014

12 anni schiavo: Happiness is a warm whip

Qual è il modo giusto di approcciarsi ad una pellicola come 12 anni schiavo?
Miliardi di recensioni (e/o status, tweet etc.) tutte uguali utilizzano la dicitura ‘pugno nello stomaco’: che fantasia. 
Solomon dice: "BASTA CON 'STI PUGNI NELLO STOMACO!"
Sono anni ormai che l’asticella del rappresentabile, anche nei film “da Oscar” e/o di larghissimo consumo, si è alzata. Non dovrebbe sorprendere la rappresentazione di sofferenze inflitte tramite sanguinolente pratiche sadiche in un film dove si affronta un periodo dove venivano inflitte punizioni tramite pratiche sadiche. 
E non venite a dire che tutti i film potenzialmente sono di largo consumo, perchè solo pochissimi arrivano per le più svariate ragioni al pubblico mondiale, e ancor meno a premi importanti.

Quindi, per favore, non recitiamo noi spettatori la parte della sciura borghesuccia di mezza età che scopre la schiavitù americana dell’Ottocento e gli orrori della violenza e dell’omicidio disumano assistendo a qualche esecuzione e tortura assortite, a base di fruste e impiccagioni. Perché il passo, dal buonismo stantio all’ipocrisia molesta, è breve. Se per voi è un pugno nello stomaco quello che si vede in 12 anni schiavo (e indubbiamente, comunque, è ben rappresentato), allora non aprite mai un libro di storia dedicato approfonditamente alle condizioni di vita degli schiavi neri d’America, casomai non vi venisse un infarto.

"Farfallina..." (ma Fassbender non capisce)
Parliamo di cinema, e non facciamola lunga: la storia è reale, basata sulle memorie del vero Solomon Northup, cittadino di colore nato libero nello stato di New York e violinista nell’America schiavista di metà Ottocento: tradito da due loschi figuri, sarà separato dalla famiglia e venduto come bestia da soma a proprietari terrieri del sud. Storia portata in scena con competenza: Steve McQueen è regista purosangue e sa benissimo come affrontare i momenti patetici, quelli violenti, quelli lirici senza mai eccedere. Difficile trovare una scelta registica fuori posto o un qualcosa di stucchevole e tirato per le lunghe. In questo 12 anni schiavo riesce a coniugare benissimo un’autorialità mai compiaciuta con le esigenze da spettacolo hollywoodiano, senza mai cadere nell’affresco inerte o indifferente di un Ron Howard a caso. 

Come direttore d’attori, McQueen sa dare spazio ad interpretazioni mai sopra la soglia del tollerabile, anche nella loro eccessività (e mi riferisco in particolare al feticcio Fassbender, che ruba in ogni occasione la scena con il suo scatenato schiavista laido, viscido e perfettamente a posto con la coscienza). Il miracolo della pellicola è di certo la Patsey di Lupita Nyong'o, un personaggio che, indipendentemente dall’attrice, ha una portata drammatica talmente forte scaturita dalla penna di John Ridley (il quale adatta l'autobiografia di Northup) che porta in modo automatico a glorificare anche l’interprete. Non fraintendetemi: un’attrice con un milligrammo in meno dell’intensità di Lupita avrebbe mandato le cose a monte. Ma quello di Patsey è il tipo di character che la sceneggiatura, in partenza, tratteggia come oggetto della totale pietas e dell’empatia dello spettatore. Non c’è nulla di male ad ammetterlo e a lasciarsi soggiogare da questo metodo di lavoro, che peraltro funziona splendidamente.

Eccolo, il Lincoln-wannabe "risolvo-tutto-io"
Ma è, ad esempio, stucchevole la comparsata di Brad Pitt nel ruolo, piatto e inerte, del buon cittadino homo faber giramondo di larghe vedute, che sarà il deus ex machina attraverso il quale, dopo una ‘semplice’ discussione, Solomon riacquisterà la sospirata libertà dopo i 12 anni del titolo. Ecco, Pitt è la quint’essenza della star generosamente prepotente in ruolo inutile (Ehi! L’ho prodotto! È merito mio! Ci sono anch’io!) che certifica la straniante presenza di attori noti che non hanno ruoli ma dei cameo, che – anche per la natura abbastanza archetipica per non dire schematica dei personaggi affidati – non brillano affatto, anzi rappresentano un inciampo, quasi una zavorra al naturale scorrere del film. Ciao Paul Giamatti, ciao Paul Dano.

Se ricevi più complimenti di me, t'ammazzo!
Infine, nota di merito al protagonista Chiwetel Eijofor che rischia di essere il meno celebrato, pur portando il peso di tutta la pellicola sulle spalle: grande presenza scenica, interpretazione calibrata e mai patetica, perfetta nel rispecchiare il carattere e la volontà del suo personaggio attraverso gesti, sguardi e toni di voce, anche negli aspetti più umanamente individualisti.

In definitiva, 12 anni schiavo è un film da vedere, ben al di sopra della retorica a cui spesso certa tipologia di cinema ci ha abituati. Non è certamente l’opera migliore di McQueen, tutt’altro, ma un’ottima prova di personalità che non si lascia imbrigliare. Sul valore assoluto della pellicola come dramma in costume, forse, qualche perplessità è legittima, ma è uno spettacolo che vale il biglietto.

martedì 11 febbraio 2014

Nebraska: se il road-movie è uno Stato (mentale)

Da Billings, Montana a Lincoln, Nebraska: e nessuno riuscirà a fermarlo. Chi? Ma il vecchio Woody Grant, nome classico scolpito nella roccia come i tratti del suo interprete, quel Bruce Dern reduce da cento battaglie da faccia cult dei seventies. Dirige Alexander Payne, campione del cinema satirico-intelligente con star (Giamatti, Nicholson, Clooney...) che si finge indie, stavolta non sceneggiatore (una mossa molto umile, essendo lui vincitore di due Oscar per la scrittura...) ma coadiuvato dalla penna di Bob Wilson.
Ma dicevo, da Billings a Lincoln: un viaggio attraverso tre stati, da oltre 700 chilometri, che l'anziano testardo è disposto a fare anche a piedi perchè crede di aver vinto un milione di dollari, come recita un volantino che gli hanno spedito. E che invece è il classico espediente per raggirare gli anziani, e spillare soldi attraverso un abbonamento. Ma chi se ne frega: lo spunto è labile, narrativamente, ma Woody ci sta aggrappato con le unghie e con i denti come solo vecchi e bambini sanno fare, e a niente valgono le bonarie, pazienti e sagge parole dei familiari per farlo desistere. Cocciuto come un mulo, il vecchio è disposto a mollare casa, moglie e due figli (grandi, però) e crepare facendosi a piedi l'autostrada. Lo vediamo fin dall'apertura, questo suo simbolico gesto, che ce lo presenta come chiaramente quasi del tutto partito di testa. 
Attenzione all'analisi banale che poi è la tipologia del film: tutta la pellicola è un viaggio non soltanto fisico, ma anche e soprattutto metaforico, attraverso il quale conosceremo sempre meglio questo scorbutico personaggio sulla soglia della demenza senile. La cosa buona è che Woody-Dern non fagocita tutto, ma lascia spazio alla sua controparte, ovvero il figlio David (Will Forte) triste, sensibile e generoso. A rischio fallimento esistenziale, tale e quale a quello del padre.
Un padre (che poi, padre! Aspettate di sentire l'aneddoto sul concepimento della prole...) che genitore non è mai stato davvero: assente, alcolizzato cronico, rozzo, taciturno, sostanzialmente egoista. Merita tutta la gentilezza e i gesti d’amore che gli vengono riservati dal tenero David?
Payne e Wilson rimangono vaghi, ma la loro posizione è evidente: ci mostra dei figli comunque amorevoli (quindi, presumiamo, mai maltrattati o vittime di torti e traumi), una moglie brontolona ma in fondo protettiva e comprensiva nei suoi confronti, una storia familiare triste alle sue stesse spalle… Woody è un uomo che non riesce a rievocare ricordi felici neppure nella casa della sua infanzia, ma soltanto l’eco delle cinghiate che buscava se osava entrare nelle stanze dei genitori. Che cosa ci dice questo? Il pregio degli autori è di non mettere mai in primo piano o in competizione dettagli simili con il profilo sostanzialmente ambiguo dell’uomo al centro degli eventi.
Se mai, ad emergere è la buffa e tragica meschinità degli ex concittadini di Woody, alcuni sinceramente felici per lui, ma altri prontissimi ad approfittarsi della fantomatica fortuna vinta dall’uomo – e ovviamente i primi in questo caso sono alcuni dei familiari, gli stessi che non hanno esitato ad approfittarsi anni addietro dell’incapacità di Woody di dire di no alle richieste di favori e/o di aiuto.
Curiosa poi la figura dell’ex amico-socio-rivale Ed (uno Stacy Keach azzeccatissimo, che canta pure Elvis al karaoke!) emblematico nel rappresentare l’animo più oscuro, viscido e finto-vittimista delle persone messe di fronte all’occasione che fa l’uomo… millantatore di crediti.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, senza rancori (?): David è cresciuto insicuro, è moderatamente depresso, non ha particolari aspirazioni me è gentile e amorevole. Il fratello maggiore è più indipendente e realizzato, più pratico e meno sentimentale, ma non per questo meno attaccato alla famiglia. Payne, fortunatamente, evita il registro banale e abusato del conflitto familiare e mette in scena una famiglia “normale” (si fa per dire) dove non c’è costante tensione e non si parla per frasi fatte e urlate. Molti sceneggiatori dovrebbero prendere nota dal copione orchestrato da Wilson. Il quale opta per un registro rilassato, sardonico, un umorismo che fonda le sue gag più sull’assurdità degli eventi e la goffaggine del vecchio protagonista (la dentiera perduta in mezzo ai binari, la cocciutaggine che non gli fa sentire ragioni, il non-dialogo con il resto del mondo) che su battute studiate o situazioni strumentali. Tutto fila liscio, tra quadretti irresistibili, vedi i cugini buzzurri e ignoranti come capre, che parlano solo di motori, come però fanno poi in modo demente anche i loro vecchi, riuniti a fissare intontiti il football in tv.

L’incedere della demenza senile di Woody gli fa meritare la concessione delle attenuanti generiche e il perdono finale? È una domanda etica che spunta naturale. La risposta è sospesa e spetta a noi.
Per il resto, Nebraska è un film che merita (soltanto) la candidatura all’Oscar, perché ben scritto e meglio diretto: ma l'insieme risulta forse un po’ troppo costruito per coinvolgere – e soprattutto commuovere – davvero fino in fondo. Ci si diverte, si ghigna amaramente, si assiste in punta di piedi all’ultimo (o penultimo?) atto di una vita forse buttata, e alla sua misera (anzi, nulla) eredità. Nebraska è un film che deve essere visto, perchè è senza dubbio uno dei migliori della stagione: starà poi alla sensibilità di ognuno stabilire se la statura tragicomica del suo protagonista meriti o meno le sperticate lodi che molti gli tributano.

domenica 2 febbraio 2014

Dallas Buyers Club - Dal Texas con l'HIV e senza patetismo

Dallas Buyers Club è un buon film. Nell'era in cui sentiamo esaltare opere dalla portata artistica nulla solo perchè sono emotivamente ricattatorie o ricche di buone intenzioni, un film onesto e rigoroso, che concede poco o niente al baraccone retorico sull'HIV, è qualcosa di cui essere felici.
Supportato dall'interpretazione di quello che ormai è l'attore più virtuoso del momento, quel Matthew McConaughey a cui fino a pochi anni fa sputavo sulle locandine, il film di Jean-Marc Vallée, pur se romanzato e con qualche imperfezione nella gestione drammatica, è ben lontano dai toni e dai modi urlati e imploranti di pellicole che mettono l'esibizione della malattia e della sofferenza davanti a tutto.
I motivi sono diversi: innanzitutto la gestazione della storia, durata per ben 20 anni. Lo sceneggiatore Craig Borten ha intervistato il vero protagonista della vicenda, Ron Woodroof, pochi giorni prima della sua morte, nel 1992. Oltre venti ore di fluviale racconto che è stato più volte rivisto e corretto, proposto e respinto. Adesso, con il copione riscritto assieme alla co-autrice Melissa Wallack, possiamo dire che l'attesa è valsa la pena: la sensibilità di Vallée, già autore di pellicole non fondamentali ma comunque interessanti come C.R.A.Z.Y. e The Young Victoria, riesce a trasformare anche le inesattezze storiche e le invenzioni di sana pianta in punti di forza drammatici. Ovvero la presenza del travestito Rayon, interpretato da Jared Leto con ottima aderenza, e il contrappunto etico-legale della dottoressa Eve di Jennifer Garner. Il primo è fondamentale in quanto rappresenta il cambiamento “in meglio” del protagonista: da texano sbruffone, omofobico e razzista, dopo aver scoperto di avere addosso la “malattia dei froci”, Ron dovrà rivedere molte santino non piace a nessuno) un paladino dei diritti dei diversi, imparerà ad accettare le differenze e ad essere un po' meno rozzo. Certo, Rayon sarà suo socio nello “spaccio” di medicine alternative al praticamente letale AZT somministrato ai sieropositivi, ma Ron dimostrerà con i suoi modi ruvidi di avere a cuore le sorti del suo fragile e tossicodipendente amico.
delle sue ottuse convinzioni, e sebbene non diverrà (e meno male, che il
Un film da vedere, perchè solido e ben diretto: le interpretazioni sono di certo il suo punto di forza, con un McConaughey sugli scudi e scheletrico, con un'intensa carica (auto)distruttiva che si trasforma in coraggio di vivere, come recita la tagline del film. A Woodroof furono diagnosticati 30 giorni di vita: visse altri sette anni da allora, portando avanti una lotta contro un sistema di ignoranza, di speculazione e di scarsa sensibilità. Non un eroe, perchè la battaglia fu condotta anche e soprattutto per ragioni personali, ma una storia che ha un significato profondo da raccontare.
Jared Leto, sebbene molto bravo, mi è parso un po' sopravvalutato dalla critica, per un lavoro sul personaggio forse un po' schematico e già visto. Non contano solo i chili persi: voglio dire, pensiamo al povero Cillian Murphy di Breakfast on Pluto (un Neil Jordan dimenticato dai più).
Curiosità: il film è stato girato in soli 25 giorni con un budget contenutissimo di circa 5 milioni di dollari. Nei soli Stai Uniti ne ha per adesso incassati più di 20 milioni. Scommessa riuscita, dunque, e probabilmente ancora più premiata negli incassi all'indomani degli Oscar.

Dare to live.
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