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mercoledì 4 giugno 2014

Masturbati e vivi a lungo (bruciando qualche neurone?)

Grande subbuglio nella comunità dei pipp webuser curiosi & attivi è stato generato da una serie di articoli (due, in realtà) dai titoli assolutamente fuorvianti del Fatto Quotidiano nel giro di un paio di giorni. Manco a dirlo, riguardavano il sesso. Il sesso e la salute (a quanto pare).

Quel “lontane” non è un refuso (come si poteva pensare leggendo solo il titolo), è proprio un articolo rivolto alle sole donne.
Nel testo, la versione di Betty Dodson, educatrice sessuale 85enne che ha venduto un sacco di libri e ancora oggi si fa pagare per insegnare al gentil sesso come masturbarsi e orgasmare.

Per la Dodson adesso c'è meno libertà sessuale rispetto “ai suoi tempi” (quelli della sex revolution) e quindi viva il giocare col corpo, la pansessualità, la singletudine, e a morte – yawn – l'amore romantico.
Quello che già sanno i ragazzini di oggi a 14 anni senza strombazzarlo in giro, insomma.
Il classico caso (tipicamente maschile, ma qui femminile) di senso d'onnipotenza da parte di chi prende la propria esperienza sessuale e la eleva a regola universale.

Chi esultava ieri (non avendo magari letto altro che il lancio della notizia) oggi è terrorizzato: ma come, quanta materia grigia mi sono bruciato praticando ciò che allunga la vita?

L'articolo non lo spiega (anzi, è abbastanza fumoso) ma accenna, tra una statistica del consumo di YouPorn e l'altra, che chi consuma molto materiale XXX potrebbe avere “una riduzione del volume della materia grigia nelle regioni coinvolte nei meccanismi di ricompensa e motivazione”.

Tradotto, forse sarete un po' meno in grado di dare un certo valore alle cose (ma questo lo chiarisco io che non sono un cervellone). Questo però nella notizia non si dice, ma almeno si ammette che i simpaticoni che portano alto il nome del celebre fisico Max Planck hanno condotto i loro studi su 64 (!!!) maschi adulti tra i 21 e i 45 anni.

64! 64 tedeschi! La nazione, ricordiamolo, che è stata la patria del porno gonzo amatoriale in video, non appena le tecnologie anni '80 lo permisero.
Se a 64 téutoni si sono un po' ridotte la funzioni dovute alla materia grigia perchè guardano VERAMENTE TANTO porno, vi sentite coinvolti?

Bene. Era solo per rassicurare i miei colleghi maschietti.
Non credete troppo ai titoli.

Magari non diventerete ciechi, magari non vi allungherete la vita, magari neppure vi brucerete i neuroni. Penso che possiate continuare a fare quello che volete in completa tranquillità.
Nonostante i bellissimi articoli dei media.

P.S. Un premio all'utente che ha commentato per difendere le sue facoltà cerebrali: “Io guardo un sacco di porno, eppure non voto PD”. 

Sconvolto? Leggiti anche:
- Quelle foto shock che "non si possono ignorare"
- Il commercio di notizie
- Qualche vignetta sulle recenti elezioni europee

venerdì 4 aprile 2014

The secret ingredient for sex is... Nymphomarketing. La recensione di NYMPHOMANIAC vol.1

Neuromarketing, the easy way.
Nymphomaniac (o meglio, Nymph()maniac) è prima di tutto una grande operazione di marketing, perfettamente riuscita – se è vero che il successo di una campagna pubblicitaria si vede anche e soprattutto nella misura in cui viene criticata, imitata, censurata e/o parodiata.
In questo Lars Von Trier è un maestro, prima ancora che di cinema: è un campione di affabulazione, di costruzione d'aspettative. Quello che viene dopo, sono affari nostri (e dei festival, e dei critici, e degli intellettuali con ansie da prestazione).
Lui, la sua parte l'ha già fatta: insinuarci il dubbio, come il serpente nell'Eden.
Per cui, puoi scambiare in perfetta buona fede per arte e genio anche un semplice squadernamento di fatti banali e di sentenze esageratamente pretenziose in un dialogo senza alcuna credibilità.
Sopra: scene che fanno ridere.
E' la magia del cinema. Una materia che l'autore danese padroneggia da sempre con sprezzo del pericolo e del ridicolo, prassi portata alle estreme conseguenze con questo 'primo tempo' di Nymphomaniac. Molto meno scandaloso del previsto e addirittura venato da un'inaspettata, marcata vis comica e satirica, il racconto che la protagonista Joe fa al maturo Seligman, che l'ha raccolta malconcia in un vicolo, non è altro che il film stesso. Film il cui senso Von Trier tenta volutamente di smontare con il controcanto (termine non casuale, essendo i rimandi musicali parte integrante) dello stesso Seligman, personaggio curioso e poco credibile, dalla cultura enciclopedica e dalle ottime e perfettamente azzeccate letture (vedi Poe), un ebreo ateo adorabile, quasi il danese dovesse farsi perdonare l'infelice (ma dove? calcolatissima, irresponsabile, idiota, ma di certo non candida) uscita sulla sua simpatia per Hitler e il suo "capirlo". Ma Lars è così e chi non lo ha capito (tipo il Festival di Cannes) fa soltanto il suo gioco. Un gioco irritante, gioiosamente folle, provocatorio (altro che sesso esplicito!), inquieto e perturbante. 
Nel 2014 per vedere del sesso dobbiamo ancora
sentir parlare d'amore. Bof.
Ho finto con gli aggettivi e riprendo da dove ho smesso ad analizzare il film: è chiaro che Von Trier, parlando di cose che gli stanno molto a cuore, al tempo stesso smonta se stesso e la sua creatura quasi a voler imbeccare ogni possibile chiave di lettura (poetica, antropologica, musicale, numerologica, matematica, zoologica, filosofica, paranoica, nichilista). Insomma c'è tutto: il regista-scrittore si innesca e si disinnesca, espone e si critica da solo, caso più unico che raro nella storia del cinema.
Che poi l'operazione possa dirsi riuscita è un altro conto, ed essendo il primo tassello di un dittico il giudizio è monco. Certo, non mancano trovate intelligenti condite da un ritmo sostenuto e da riflessioni non banali su solitudine, abbandono, necessità, vuoto interiore, squallore e gloria del seguire le pulsioni. Il tutto rimane forse un po' inerte, in questo romanzo di (de)formazione di un'anima in pen(a/e), il cui unico rapporto umano degno di tale nome è con il padre amorevole e affascinante.
La sequela di amanti e amplessi è abbastanza inerte, e i dettagli shock possono forse turbare lo spettatore più borghese: l'aver sottolineato più volte che tutto quello che si vede di esplicito è frutto di protesi e di lavoro di controfigure professioniste dell'hard, con gli attori “famosi” ben alla larga dal sesso, è stata forse l'unica crepa nella gioiosa macchina da guerra promozionale. Ogni possibile disturbo nella percezione dello spettatore è disinnescato dall'elaborato gioco di plastica, lattice, ombre, simulacri e computer grafica: insomma, il brivido manca in una messa in scena studiatissima. Non che il sesso non funzioni: lo fa.
Vi piacerebbe saperlo? Preparate il "Ma vaff..."
Ma è molto più bello ed eloquente l'innocente ed indecente nudo intravisto della splendida Stacy Martin (la nuova Eva Green?) dei dettagli su peni, vagine e sperma che ogni tanto fanno capolino a increspare la piatta routine di “10 uomini al giorno” dell'insaziabile, vuota e tormentata Joe.
Lo stesso racconto della Joe “anziana” (la ieratica Charlotte Gainsbourg) non può che essere messo in dubbio e risultare esageratamente romanzato e fasullo, cosa che verso la fine Seligman arriva a fare, tra una lettura assurda e l'altra di ciò che ascolta: “No”, dice lui “è troppo irreale”, e lei di rimando: “In che modo pensi di trarre il massimo dalla mia storia, credendoci o non credendoci?”
Ecco, la stessa domanda che a quel punto è rivolta a noi.
E' sempre e solo una questione di credere nella storia.

Buon Nymph()maniac a tutti.

martedì 25 marzo 2014

Siamo operai o minion? La Fiat e il balletto di Happy che fa tanto incazzare

Premessa: i video-spoof di Happy di Pharrell hanno già ampiamente scassato i cosiddetti a partire dal giorno dell'arrivo online del video originale, creato apposta per essere, con la solita lungimirante strategia di marketing virale, replicato e ricreato a ogni latitudine del globo.
Con grande solerzia e poca inventiva, un po' chiunque ha cercato di cavalcare il fenomeno per i motivi più disparati (divertimento, autopromozione, vanità, pubblicità...) e quindi, tanto per non farsi mancare nulla, la FIAT ha reso gli operai dello stabilimento di Melfi protagonisti di un WE ARE HAPPY! video che, come al solito non appena di parla di 1. FIAT 2. operai 3. FIAT+operai, ha mandato in fibrillazione il giornalismo, il sindacalismo e l'opinione pubblica italiani.
Per cosa, poi? Per poco più di un minuto e mezzo di video girato e montato con la mano sinistra (che rende il tutto un po' più amateur-familiare) dove alcuni operai, alternati a qualche dirigente e segretaria, si divertono un po' a muoversi sulla base dell'ormai insopportabile tormentone felicemente felice di Cattivissimo me.
Ecco: questi operai della FIAT sono forse come i Minion, assistenti beoti-devoti al padrone?
Per carità. Non facciamo delle letture cattive e maligne.
Lasciamo alla Fiom le incazzature. In giro si leggono dei commenti assurdi.
Atteniamoci al video: ormai c'è, è online, fa discutere e si becca un bel po' di visite, dobbiamo farci i conti. Non è un filmato da Istituto Luce, chi lo dice è in malafede. C'è ancora chi ha lavoro, e un video non sminuisce il dramma della disoccupazione, della cassa integrazione, delle famiglie senza soldi e delle puttanate della famiglia Agnelli.
Ma vi indignavate forse per Jennifer Beals che saldava vestita da stracciona e poi si scatenava sul dancefloor? Provavate compassione per John Travolta nel suo scassato negozio di vernici prima che arrivasse il sabato sera?
No. E a questi operai il ballo non è neppure terreno di riscatto sociale e affermazione artistica. Se questi "fortunati" hanno voglia di ballare un minuto in catena di montaggio per dare l'idea che lì dentro non proprio tutto faccia schifo, lasciate fare.
Le vere battaglie si combattono altrove, andiamo lì a sprecare energie.

domenica 23 marzo 2014

The Immigrant, ovvero: perchè James Gray è davvero grande

Se parlo di James Gray è perchè The Immigrant (da noi C'era una volta a New York, quindi lo chiamerò sempre The Immigrant), è l'opera che tanti fan di questo autore hanno digerito maluccio.
Recap: Gray, newyorkese di origini ebreo-russe, è il regista perfetto per avere dei fan cinefilo-autorevoli perchè artista di nicchia, riluttante al lavoro con le major e comunque sempre rigoroso, intellettuale ed intelligente. Quindi capirete perchè, essendo davvero uno dei migliori in circolazione senza avere un giro grosso di sponsor che urlano come scimmie, può contare anche su fan intransigenti che stanno più o meno dentro il senso delle sue opere.

Gangster, noir, poliziesco, sentimento dostoevskijano: questi finora i generi esplorati in vent'anni di onorata e onorabile carriera da questo ex-ragazzo prodigio che ha esordito a 25 anni, nel 1994, con il superbo Little Odessa che vedeva nel cast gente tipo Tim Roth e Vanessa Redgrave.

Cosa rende i film di James Gray tanto speciali? Semplice: la scrittura che riesce a dare alle opere un grande respiro letterario e drammatico, nell'accezione migliore e cinematografica del termine, e una controllatissima messa in scena, quasi geometrica e mai fredda, che denota un maturo e onesto sguardo d'autore e affascina senza mai apparire compiaciuta.
Poi arriva il recentissimo The Immigrant, che, come detto, rischia di mandare in crisi il sistema.

Primo, per l'apparenza quasi-kolossal che rinuncia ad una consueta cornice frugale e spartana. In realtà, Gray massimizza un budget per niente faraonico per un film in costume sugli anni '20 (poco più di 15 milioni di dollari, fate voi i debiti raffronti).
Secondo, per il temutissimo confronto autoriale con il genere melodramma: terreno impervio per moltissimi, alcuni dei quali ci hanno fatto degli scivoloni mica da ridere, è stato visto dai più alla vigilia come un segnale di rammollimento. Stupide paure preventive, perchè The Immigrant è Gray al 100% con la sua poetica declinata in un'altra dimensione.
Terzo, qualcuno si è “lamentato” del suo eleggere per la prima volta un personaggio femminile a protagonista assoluto del film. Niente di preoccupante, anzi, era l'ora. Senza contare che in Two Lovers c'erano già i segnali di un prossimo film compiuto su una figura di donna complessa, dopo i tanti uomini fragili e tormentati.
Ma basta così. The Immigrant è un grande film.

Marion Cotillard è chiamata ad una intensa e per nulla semplice interpretazione di Ewa, immigrata polacca nell'America del 1921, dove la speranza di una vita migliore s'infrange contro la necessità di sopravvivenza.
Non è la storia in sé che interessa a Gray, tant'è vero che da subito setta i presupposti per giustificare tutto quello che succederà, per poi procedere con l'esplosione dei rapporti umani: Ewa viene separata dalla sorella, messa in quarantena ad Ellis Island, e da lì parte la sua battaglia contro il mondo per ricongiungersi a lei. Sorella che, esattamente come Ewa, non rivedremo più fino alla fine ma evocata ad ogni piè sospinto.

C'è poi la figura di Bruno, il solito maiuscolo Joaquin Phoenix, personaggio che cresce con l'andare dei minuti fino ad un finale che è pura potenza emotiva. Marchio di fabbrica di Gray, senza per questo risultare ripetitivo o scontato, il personaggio dell'elegante e irruento pappone truffatore con la coscienza e il cuore in tumulto è il perfetto essere umano in cui all'autore piace affondare penna e macchina da presa come un bisturi.
Ewa è una donna in balia degli eventi ma al tempo stesso indomabile, quasi sprezzante del suo stesso destino e pur contraddittoria: il suo carattere e la sua volontà si scontrano con quello che è costretta a vivere pur di ottenere quello che vuole (la libertà e sua sorella), ma spesso la espongono anche al rischio di perdere tutto nel tentativo. Orgoglio, ma anche dignità, che Gray mette in scena attraverso gli sguardi e le parole secche della Cotillard.

Qui più che altrove il tema ricorrente nell'autore della religione prende corpo in modo prepotente: Ewa è credente, è costretta a degradarsi e sentirsi condannata, eppure è attraverso una confessione personale che segretamente mette in moto gli eventi che portano al finale. Bruno, già minato nell'animo, è costretto a prendere coscienza e vedere lo squallore della propria condizione, attraverso un amore più profano, certo, ma con un senso di colpa che lo porta ad una sorta di martirio autoinflitto.

E poi c'è Orlando-Jeremy Renner, l'illusionista romantico ma amante del gioco d'azzardo, gentile e di talento ma troppo “salvifico” per essere vero. Incredibile la sfida di Gray alla didascalia nella sua prima apparizione; prima levita come un crocifisso e poi... sconfigge la morte. Personaggio di difficile gestione, da alcuni percepito come semplicistico e superfluo, eppure perfetto per dare quel senso di quasi impercettibile speranza nel deus-ex-machina che deve essere negata dal destino. Senza contare che smaschera le contraddizioni e la precarietà intima di Bruno, chiamato a vivere davvero il suo conflitto invece di limitarsi a recitare e dare ordini a delle ragazze. Con esiti, come si vedranno, tragici.

Una grande storia che travalica i suoi stessi difetti e alcune leggerezze in sede di messa in scena, per un film che sa stregare e avvolgere grazie alla natura dei suoi personaggi e delle loro contraddizioni.

James, non farci aspettare troppo per il prossimo lavoro...

mercoledì 12 marzo 2014

Serial writer: True Detective, come va a finire una serie già di culto

ATTENZIONE: leggere solo se avete visto TUTTA la serie “True Detective”
Non rovinatevi il finale, gente!
***
Ne avevo già scritto qui dopo il primo episodio. Sembra passato pochissimo, e invece siamo già alla fine degli otto episodi della celebrata serie tv della HBO True Detective.
E che finale. Come nella migliore tradizione delle serie “culto” della tv, TD ci saluta con un episodio conclusivo che lascia molti punti di sospensione e smentisce ogni possibile previsione.
La prima nota che sento di dover fare è: solo io ho pensato che questo episodio sia quasi un corpo alieno nella serie e che potrebbe quasi essere un cortometraggio a sè stante? Diamine, se includiamo anche il recap iniziale abbiamo: dialoghi che squadernano in modo preciso il rapporto tra i protagonisti, l'indagine che arriva ad una svolta con un indizio che non c'entra nulla con le indagini svolte in precedenza, una velocissima procedura che porta all'individuazione del colpevole, la caccia al colpevole, lo scontro finale, lo scioglimento e i saluti. Insomma, un mini-film compiuto.
Certo, una volta terminato il gioco degli incastri temporali e dei disvelamenti menzogne raccontate-verità mostrata la serie ha perso un po' di appeal. Era chiaro che lo scrittore (non uso questo termine a caso, adesso ci torno) Nic Pizzolatto non era interessato allo schema del whodunnit e al colpo di scena sul colpevole, ma creare semplicemente un lungo percorso di (de)formazione e redenzione dei protagonisti. Lo fa in maniera piuttosto esplicita e incurante degli stessi misteri che ha fomentato per lunghi tratti negli episodi precedenti: la gestione di questi ultimi minuti dimostra come l'autore sia stato posseduto dal demone della “letterarietà” e molto meno da quello del “genere” di appartenenza, sia esso noir, poliziesco, horror.
Lovecraft, Dante, Chambers, la Genesi: Pizzolatto ha voluto lavorare da solo alle oltre 500 pagine dello script della serie, ci ha infilato moltissime ossessioni personali, in modo evidente, e ripensando a True Detective nel suo complesso emerge tutta questa autorialità, inedita finora in tv, che è sia un punto di forza che un evidente limite.
Se TD è infatti molto coeso e coerente, manca forse di qualche finezza e alla fine le sbavature che un occhio esterno poteva correggere e sottolineare possono inficiare il risultato globale. I misteri accennati e abbandonati, le false piste seminate per poi disinteressarsene, i dettagli scioccanti (e chi si dimentica più la figlia di Hart che mette in scena uno stupro con le bambole?) senza alcun seguito... tutti elementi che contribuiscono all'atmosfera unica, affascinante e anche malsana della serie, certo, ma che finiscono per lasciare con un po' di amaro in bocca.
Non si deve rimanere abbagliati dalle prestazioni maiuscole degli attori e produttori Matthew McConaughey (osannatissimo, e ci sta) e Woody Harrelson (eccelso, che rischia al solito di finire in secondo piano) o dalla regia elegante, precisa e avvolgente di Cary Fukunaga: True Detective è principalmente figlia del suo scrittore, che ha trasferito gran parte di se stesso in Rust Cohle e Martin Hart, due caratteri precisi e umanissimi, antitetici ma speculari e bisognosi l'uno dell'altro. Con un vero, unico, grande, detective.
Non sorprende quindi la superficiale e sbrigativa trattazione dei personaggi femminili, che solo con Michelle Monaghan-Maggie trovano un reale carattere tridimensionale e di un certo spessore, sebbene spesso bistrattato solo in funzione di far risaltare il lato oscuro del “regular guy” Martin Hart. Il resto sono bambine abusate, figlie disfunzionali, prostitute, libertine (sebbene con carattere, vedi la troppo breve apparizione di Alexandra Daddario) scritte forse con tratti troppo sommari. 
Questo vale anche per il resto dei personaggi maschili, figure poco attraenti e interessanti perchè mai davvero dotate di autonomia e vita. I colleghi del dipartimenti, i capi, i cattivi, i poliziotti che interrogano nel presente Rust e Martin: tutto viene fagocitato e spazzato via dalla dimensione archetipica e centripeta dei due protagonisti assoluti che, a scanso di equivoci, sono trattati talmente bene in sede di scrittura nella loro parabola da giustificare la visione anche solo per questo.
Insomma, Pizzolatto ha fatto un ottimo lavoro, ha creduto moltissimo nelle sue capacità e ha vinto la scommessa: gli si perdonano anche certe leggerezze che soprattutto sul finale hanno lasciato un po' di perplessità. Va bene il vortice infernale dantesco in una visione che è anche metafora dell'esistenza, ma uno showdown cruento e cartoonesco come quello che abbiamo visto lo poteva scrivere un ragazzino di 18 anni in pieno delirio pulp. E forse contrasta col tono del resto della serie. Ma ripeto, la visione dell'autore va rispettata e goduta per quello che è. Persino Rust Cohle, il Michael Jordan dei figli di puttana, che abbandona alla fine un po' del suo tormento ed esce a riveder le stelle: “La luce sta vincendo”. Certo, là fuori ci sono ancora molti stupratori di bambini, persino della stessa cricca a cui i due stavano dando la caccia.


Ma True Detective è stata una personale odissea di due uomini alla ricerca di un senso alla propria esistenza e a quel mondo paludoso che li circonda, e non un procedural qualsiasi, non un noir esistenziale, non un'ordalia horror sui serial killer.

mercoledì 30 ottobre 2013

Fabio Volo non è il male, l'Italian Dream sì

“In fondo lui fa quello che piacerebbe fare a tutti, anche a te”.

Ecco come si tronca qualsiasi discussione (inevitabilmente critica) su Fabio Volo. Provate voi a continuare dopo quella frase lapidaria. Devi tacere di fronte a chi ti ha detto, e ci crede fermamente, quelle parole: non avrai mai il suo successo, e ti piacerebbe – è logico che ti piacerebbe! - sia che tu stia aspirando a fare lo scrittore, lo speaker radiofonico, il conduttore tv o il tipo famoso senza particolari meriti (categoria che ahimè sta assumendo dignità professionale).

Sono anni che ogni volta che esce un nuovo libro del simpatico ex panettiere di Calcinate (nato non Volo ma Bonetti), tutti si scatenano nel dibattito “intellettuale” (virgolette d'obbligo). Che è parte invariabile del suo successo. Essenziale, inestimabile: far discutere = vendere. Matematico, anche se chi si scaglia coi dardi fiammeggianti spesso se lo dimentica. Hai un bel dire che quei libri sono fuffa, spremute di banalità, concentrati d'ipocrita paraculismo buonist-cerchiobott-sentimental-generazionale. Continua ad inventare offese creative, azzeccate e squisitamente letterarie. Intanto, ogni minuto che passa, Fabio Volo vende una copia del suo romanzo. 

Fabio Volo non è il problema. Anzi, si merita il suo successo. E' quello che spesso non riesco a spiegare nelle conversazioni, incartandomi nella difesa (non necessaria e ininfluente, spesso deleteria) della “vera” letteratura. Siamo al punto in cui se in una conversazione del genere citi, che so, Ignazio Silone come esempio alto, bello, significativo, giusto e (dunque) migliore di scrittura espressa dal nostro Paese provochi lo sbuffare, il rotear d'occhi e ti guadagni l'etichetta di intellettualoide snob. E' il primo step, poi sei invidioso. E poi fallito.
 
Vediamola con occhio freddo e lucido. Volo è la materializzazione dell'Italian Dram: ottenere soldi e successo “senza fare un cazzo”. Che poi lo sappiamo che non è vero. Lui ha capacità, parlantina, senso degli affari, faccia tosta, curiosità e intuito, roba che milioni di persone là fuori si sognano. Ma, dicevo, l'Italia ha l'Italian Dream poc'anzi esplicitato. E Fabio Volo è la materializzazione di quel sogno. Nell'idea di un sacco di gente lui si diverte spensierato prendendo soldi per fare trasmissioni tv girando il mondo, facendo radio dicendo minchiate, scrivendo libercoli sul niente (vabbè, questo è un po' vero). Quel “non fare un cazzo” con cui ci piace etichettare chi fa un lavoro creativo, di comunicazione o che comunque ha una facciata leggera di cui non vediamo il backstage. Quindi, Volo è l'esempio che fa sbavare perchè, “non fa un cazzo, prende soldi ed è famoso”. Ideale che, a quanto pare, è la massima aspirazione dei nostri conterranei.

C'è poi il fattore empatia. Volo non è troppo bello, non è colto da far paura, non ha addosso troppa spocchia e conserva quell'atteggiamento da amicone che puoi incontrate al bar in ogni momento. Non è un modello inarrivabile, insomma. E' anzi piuttosto raggiungibile. Magari chi guarda a lui non sogna di fare le stesse cose – non pensa di avere le stesse capacità, si imbarazza alla sola idea di stare davanti a un microfono – ma guardando verso di lui si sente rassicurato, capisce che è possibile, nel nostro Paese, anche in queste condizioni, che qualcuno si realizzi facendo ciò che gli piace o comunque cose che non implichino fatica/sudore/impegno/sacrificio. E' una idea che piace, quindi Fabio piace come idea, come persona e come prodotto (lo compro, lo sostengo, mi rassicuro, contribuisco a confermare quest'idea che mi porta a comprarlo e vivere felice).

Da qui ad analizzare il vero problema il passo è breve e, spero, anche comprensibile. Il rischio è che quella letteratura da supermercato che viene prodotta da Volo et similia (perchè mica vogliamo escludere animali da reality/talent, pornostar redente e via discorrendo) venga sempre di più assimilata, da sempre più persone, alla letteratura propriamente detta e come tale considerata. Certo, uno può partire con i paragoni tra fastfood e slowfood, ma il problema è che, trend e clientele specializzate a parte, vediamo sempre più gente andare al Mac piuttosto che dal quattro stelle Michelin. E non è solo questione di soldi. Quello che gli snob chiamano “imbarbarimento” è quello che semplicemente si chiama cambiamento: e come il più forte mangia il debole, nella società la massa ghettizza la minoranza. Quindi, a meno di non voler fare i martiri dell'intellighenzia arroccati nella torre di Mordor, occorre superare la fase della presa per il culo e della scrollatina di spalle verso Fabio Volo e iniziare a capire come affrontare in maniera utile il fenomeno.

Purtroppo non credo che la stragrande maggioranza dei lettori di Volo poi, nel corso di uno/due/tre anni, prenda in mano un libro vero. In questo, i suoi romanzi sono l'equivalente dei film di Vanzina-Pieraccioni-Zalone: c'è un'Italia che legge i libri di Volo e gli altri blockbuster-panettoni di personaggi tv o di scrittori imposti dalla tv, ma che non va oltre. E si parla di numeri altissimi. Non so se a questo punto si possa pronunciare la frase-illusione “Sempre meglio leggere che non leggere” o la variante “Se uno legge merda poi magari passa a qualcosa meno di merda”. Non ci credo più: si legge merda e ci si ferma alla merda. Convinti che sia letteratura. E questo è il dramma.
Il dramma è anche che c'è merda e merda (insomma, non paragonerei mai Sasha Grey a Fabio Volo, per ovvi motivi e per motivi anche meno ovvi) e che la capacità critica dovuta a tempi di approfondimento ed analisi è molto bassa, con la conseguente confusione, carenza di attenzione e caduta nello stesso calderone.
La prossima volta che vi trascinano in una discussione su Fabio Volo, invece di arrampicarvi sugli impervi specchi dell'alta letteratura, fate così: dite “Ha il successo che perfettamente si merita in questa società svuotata di valori, aspirazioni, senso morale e civico. Ma preferisco il romanzo di Sasha Grey”. Lascerete tutti perplessi, poco determinati ad approfondire e avrete spostato il discorso su qualcuno molto più interessante.
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