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martedì 16 settembre 2014

Il futuro del lavoro? Continua ricerca, competizione serrata. E il proletariato digitale. #FDR14

Sono andato alla Festa della Rete per seguire alcuni eventi, in particolare quelli targati “economy” dedicati al mondo del lavoro che (è) cambia(to).

Uno di questi aveva come titolo “Il lavoro di domani” (ammesso che domani ci sia ancora lavoro: questa è mia) e ha visto protagonisti Stefano Quintarelli, deputato, imprenditore e pioniere del digitale in Italia, Andrea Santagata, CEO di Banzai Media (dietro a giallozafferano, giovani.it e ilpost) e Carlo Alberto Carnevale, prof alla Bocconi di Milano.


Il valore dei valori - Il dibattito sul (non)lavoro ai tempi del digitale è ampio e difficile, e che da noi (in Italì) poco sia cambiato da dieci anni ha questa parte si capisce anche solo vedendo come i relatori ripropongono dati, grafici e teorie primigenie che ancora si adattano bene al nostro sistema. Tutti però sono concordi nell'affermare che lo stesso web è cambiato moltissimo dai modelli originari di business, anche se spesso solo gli addetti ai lavori se ne accorgono: chi deve utilizzare gli strumenti online a livello “elementare” per fare economia o promozione spesso non sa ancora dare valore specifico ai valori "nuovi", creati dai sistemi digitali, che non sono strettamente legati alla moneta.

I want to fly away – A un certo punto Quintarelli cade nella (ricorrente) trappola dell'esterofilia, nel senso che, anche se giustamente dice che “chi pensa solo ai confini italiani sbaglia perimetro”, poi tira fuori la classica frase tipo “nell'X posto in USA ci sono 25 mila posti, i ragazzi italiani bravissimi dovrebbero pensare a questo”.

Vero, ma fino a una certo punto, e infatti Santagata subito dopo lo riprende sottolineando che “va bene guardare al mercato globale, ma un sistema che obbliga ad emigrare è sbagliato”. Portando il ragionamento un po' più in là, si può aggiungere che le possibilità non dovrebbero essere solo per chi ha portato a compimento i cosiddetti percorsi “d'eccellenza” nello studio – richiesti all'estero – ma per chiunque abbia capacità specifiche e rivendichi il diritto di non essere costretto a lasciare il proprio Paese.

Posto fisso, ciao! - E qui si arriva al nocciolo della questione. Per i giovani notrani – diverse indagini lo hanno confermato per l'ennesima volta - “le Poste sono ancora meglio del digitale”, ovvero la mentalità del posto fisso è imperante. Se vogliamo anche legittima: in fondo, un giovane mica può desiderare di dover cercare e cambiare lavoro per tutta la vita. Anche se stimolante, è un'idea che può creare un po' di leggera ansia se uno sogna una famiglia, no?

Quindi capisco quando Santagata dice “L'idea del posto della vita – che non esiste praticamente più manco alle Poste – è una mentalità che affligge questo paese”, ma ho sentito anche benissimo quando prima ha affermato che il “mercato digitale” non è la soluzione ai problemi di occupazione in Italia (e non lo sarà ancora per molto tempo). Può essere però una grande risorsa, a patto che a monte ci sia un sistema di formazione che ad oggi in Italia è assente.

In poche parole, mancano veri e propri percorsi di studio che permettano ai ragazzi di saper lavorare in ambiti che ormai sono una realtà e un'opportunità, come quello della programmazione, della grafica e delle app. Quando al Sant'Anna di Pisa è stato attivato un master in programmazione di app per mobile, chi lo ha seguito ha trovato quasi immediatamente un'occupazione.

Il lavoro sarà demonetizzato - “Non saremo più pagati per il tempo impiegato su un lavoro, ma per il lavoro stesso, il singolo task”. Così Carnevale introduce il concetto che alla fine porta alla frase evidenziata. Il lavoro sarà “svuotato” del suo valore monetario (in ordine di tempo) per essere valutato e pagato per i risultati.

Ovvero: non sarai più pagato per il tuo tempo, ma per il singolo compito (che pure avrà una scadenza) e sarà affar tuo se sarai più o meno bravo nel “perderci” più o meno ore sopra.

Poi, quando Quintarelli parla di provvedimenti ad hoc che dovrebbero essere presi dalla politica per il mondo del lavoro che sta cambiando grazie al digitale, mi vengono in mente tutte le bellissime azioni che i vari governi hanno intrapreso nei confronti del web e mi sfugge una risatina (isterica).

Cosa mi ha lasciato, quindi, questo incontro? 
Ha peggiorato il senso di inquietudine che avevo rispetto al mondo del lavoro. I salari crolleranno, la ricerca di occupazione sarà continua e la competizione serratissima (“siamo tutti in competizione con l'ultimo degli indiani”, Carnevale dixit), esisteranno sempre meno super-specializzati ricchi e un “proletariato digitale” che vedrà i soldi col binocolo... quasi come nell'era industriale del primo Ottocento.

Siamo sicuri che il web, nell'ambito lavorativo, ci stia davvero facendo progredire, come società?

Se ti va, puoi leggere anche:
- Due o tre cose sui Macchianera Italian Awards

venerdì 25 luglio 2014

Google si "dimentica" 160 mila link: primi effetti del diritto all'oblio

Oltre 160 mila link de-indicizzati.
Ecco i primi risultati del diritto all'oblio stabilito dalla Corte Europea, almeno per quanto riguarda il motore di ricerca numero uno al mondo, Google.
Andate a rileggere qui di cosa si parla (realmente) quando di parla di oblio... il Wall Street Journal riporta che Google ha già fornito dei dati in via ufficiosa alla UE dichiarando di aver "rimosso" migliaia di link dai suoi risultati, accogliendo circa metà delle richieste avanzate dai vari utenti (per un totale di oltre 300 mila). Dunque Mountain View ha preso sul serio la questione, e la mole di lavoro che ne deriva, rispondendo ad oltre 91.000 persone che ritenevano di essere oggetto di informazioni "incomplete e scorrette", dando il via libera in almeno la metà dei casi alla rimozione dell'indicizzazione dei link incriminati.

Questo apre un sacco di interrogativi: sarà uno strumento che alcuni utilizzeranno per far rimuovere (o meglio, far nascondere) informazioni indesiderate su se stessi, negando magari un sacrosanto diritto all'informazione? La verifica della legittimità delle richieste e i criteri secondo i quali queste saranno messe in atto sarà davvero oggettiva e uguale per tutti? 

Di sicuro, al momento, faremmo meglio a tenere tutti gli occhi puntati su Google, che si ritrova - stavolta suo malgrado - a fare da testa di ponte per una rivoluzione tutta europea che presto potrebbe arrivare in altri continenti. 

In chiusura, vediamo i dati che riguardano i vari Paesi: al 18 luglio 2014 guida la "classifica" dei cittadini pro-oblio la Francia, con 17.500 richieste di rimozione, seguita dalla Germania con 16.500, dall'Inghilterra con 12.000, dalla Spagna (8.000) e infine dall'Italia (7.500). Al momento, sembriamo i meno interessati a questo strano modello di protezione della privacy.

martedì 15 luglio 2014

La classe media uccisa dalla finanza (e dal web)

Parlare di economia non è mai semplice. È un argomento importante che spesso spaventa il pubblico. Pensate allora quando il giovane regista Robert Kornbluth è andato in giro cercando finanziamenti per un documentario sulla progressiva sparizione della classe media e l'inasprirsi delle disuguaglianze sociali in America.

Alla fine c'è riuscito con il crowdfunding e con qualche sponsor (tra cui, di sicuro, Mini-BMW) e il lavoro è eccellente. Un film (Inequality for all) la cui visione è consigliata a tutti: rappresenta un saggio di chiarezza espositiva, leggerezza istruttiva nel trattare temi complessi e importanti e, non ultimo, lancia un messaggio positivo non facendo del catastrofismo ma invitando a riflettere. Il successo meritato è arrivato dal Sundance Festival e da moltissima stampa internazionale.

A farci da cicerone in questo breve ma utile viaggio è Robert Reich, brillante professore dell'Università di Berkley in California ed ex ministro del Lavoro nel primo mandato presidenziale di Bill Clinton (amministrazione controversa ma che sotto il profilo del welfare operò bene). Con umiltà, (auto)ironia e intelligenza, Reich – autore del libro che ha ispirato il film - ci spiega in modo sereno cosa è accaduto per ritrovarci a vivere peggio di come stavamo 40 anni fa... tutti tranne l'1% della popolazione.

L'esempio americano non è per niente distante dalla realtà dei Paesi europei, e anche del nostro. Alla fine del dopoguerra e del boom economico, è accaduto qualcosa. Dalla fine degli anni '70, gli stipendi del ceto medio si sono livellati e non sono cresciuti in proporzione al costo della vita in salita costante. Abbiamo assistito a globalizzazione, delocalizzazione, deregulation, meccanizzazione del lavoro.
Il divario sociale si è invece ampliato, da una parte favorendo una minoranza di ricchissimi (a cui le tasse sono state tagliate), dall'altra andando a penalizzare quello che da sempre è stato il propulsore dell'economia mondiale, il grosso dei lavoratori e la loro capacità di spesa.

Non sono i ricchi a produrre posti di lavoro. E' la maggioranza della popolazione, la classe media, attraverso i suoi acquisti, a far girare l'economia, a sostenere la produzione di beni di consumo e quindi a gettare i presupposti per l'imprenditoria e la creazione dei posti di lavoro necessari.

Un equilibrio ben esemplificato nella pellicola, attraverso un chiaro schema che illustra un circolo virtuoso: stipendi adeguati - consumi che salgono – assunzioni - maggiore gettito fiscale - più investimenti pubblici - lavoratori più istruiti - economia in crescita - produttività maggiore.
Mettete a tutti questi fattori il segno opposto, e vedrete la situazione che viviamo da ormai troppo tempo.

Ogni punto meriterebbe un approfondimento, ma basta rilevare come, attraverso i decenni, in alcuni Paesi mondiali una popolazione più istruita ha saputo generare un mercato del lavoro migliore e una capacità dell'individuo di trovare o creare nuovi impieghi. Dunque una società che ha saputo far fronte in modo migliore alla “crisi” che ha investito il mondo negli ultimi anni.

L'ultima parte della pellicola, pur senza catastrofismi, solleva un'importante domanda: come può la politica svolgere serenamente il suo ruolo di soggetto che dovrebbe tutelare tutti i cittadini e in particolare i più esposti ai rischi economici, se ogni anno che passa è sempre più bisognosa lei stessa di soldi e di “appoggi” di ricchi magnati? La realtà delle campagne elettorali americane è lampante, ma anche in Italia, da Berlusconi e Renzi, questo fenomeno è sempre più tangibile.
Il rischio è che la tutela della classe media, dei lavoratori, degli stipendi e delle fasce deboli si riduca soltanto a slogan e a poche, piccole, elemosine.


Ci sono poi le responsabilità del web e del progresso tecnologico, ma di queste parleremo in un prossimo post.

lunedì 16 giugno 2014

I cambiamenti di Dylan Dog e una generazione allo specchio

Sono uno di quelli che è cresciuto con Dylan Dog.

Nel 1986 avevo appena 4 anni, ma non appena superata la decina, ho aggirato i divieti genitoriali e mi sono immerso nella collezione completa dello zio, ricavandone brividi e grandi insegnamenti (anche letterari).

Da mesi il dibattito intorno al secondo fumetto più venduto della Bonelli (e terzo in Italia, dopo Topolino) riguarda l'incombente restyling orchestrato dal creatore (e alter-ego) dell'indagatore dell'incubo, Tiziano Sclavi, e dal nuovo curatore da lui fortemente voluto, Roberto Recchioni.

Come sempre accade quando si va a toccare un personaggio entrato nell'immaginario collettivo di un Paese, si è scatenato il putiferio. Hardcore fans, lettori storici, ma anche acquirenti occasionali per loro stessa ammissione, hanno puntato il dito contro molte delle scelte che dovranno traghettare Dylan nella sua nuova fase (la fase due, appunto).

L'ispettore Bloch in pensione, Dylan e Groucho alle prese con i pc e i telefonini, un linguaggio più moderno... molto è stato detto e scritto (spesso negativamente e a sproposito, dato che su alcune cose ancora non ci sono dettagli precisi) e questo sposta la questione su un grande tema: quello del cambiamento.

Dylan, se ci pensiamo bene, è (editorialmente) quasi un trentenne. Dopo trent'anni di vita e di onorata attività nelle edicola, avrà pure il diritto di cambiare, no? In questo senso le reazioni della stragrande maggioranza (attiva sui social) rispetto al fumetto dell'old boy sono diventate uno specchio della nostra società: impaurita dal cambiamento, intransigente sullo status quo, diffidente verso le novità. Incapace, spesso, di accettare anche solo l'idea di quel necessario salto nel vuoto che i prodotti creativi devono avere (e per esteso, anche il mondo del lavoro, della conoscenza e via dicendo...)

Un personaggio che vive continuamente il presente come Dylan non può pretendere di non veder cambiare il mondo attorno a sè e di adattarsi ad esso. Una perpetua Londra degli anni '80 sarebbe grottesca e ridicola. Le storie prive di un background solido e riconoscibile per i lettori. Per i nostalgici ci sarà una testata appositamente creata (resa o lungimiranza dell'editore? Magari oculata strategia).

Quello che molti stentano anche a capire (e non so perchè) è che è impossibile per un'azienda come la Bonelli prendere anche solo remotamente in considerazione l'idea di vedere le vendite in costante calo o di chiudere la serie. Non si butta via uno dei migliori personaggi dei fumetti, e il suo potenziale, per il rifiuto di molti fan di accettare novità (ma saranno poi molti? O come spesso accade vale la regola della maggioranza silenziosa?)

Da lettore che ha abbandonato la testata al numero 200 e che da poco ha ripreso a leggere, chiedo poche cose a Recchioni e i “suoi” autori. Che poi coincidono con quanto dichiarato dalla Bonelli: un ritorno alle atmosfere poco politicamente corrette, più sottili ed inquietanti. Un Dylan non più predicatorio e bacchettone, schiavo delle sue peculiarità e malinconico, ma curioso, sensibile, brillante ed emotivo come è stato nei suoi momenti migliori.
Splatter e poesia, certo, ma filtrati da quella visione disincantata e ironica del mondo che riusciva ad alleggerire il brutto del mondo (che non è il mostro, ma ciò che gli ruota attorno).
Insomma, tornare al personaggio e al fumetto che ci piace leggere (come, va detto, spesso ha già sottolineato Recchioni: vedremo se l'operazione riuscirà!)

Con buona pace di quelli che pur di non veder cambiare niente preferiscono un lento e doloroso declino.

Poi, beh, ovviamente il fumetto più venduto d'Italia è Tex, l'immutabile per eccellenza. E vende quasi il doppio di Dylan. Fate le vostre riflessioni... (che io non vorrei suonare ridondante e retorico)


Giuda ballerino!

lunedì 26 maggio 2014

e-Lezioni europee 2014

Le europee 2014 ci hanno consegnato alcuni risultati significativi, quando non addirittura inaspettati o sorprendenti.
Ci sarà molto di cui riflettere.
Soprattutto per chi fino all'ultimo si è dimostrato convinto di sfondare e non ha sfondato. Ma si sa, tra urla, insulti e minacce, invocare la Forza non rende le cose automaticamente più facili. Anzi, la Forza, magari, si incazza.
Per chi rimane in silenzio, affidandosi a numeri e poesie dopo una raffica di #vinciamopoi strameritati della Rete (che come dà, toglie, ma ahiloro avrebbero dovuto saperlo dato gli piace farsi credere dei guru)... c'è ci gioisce. Ma anche qui, la gioia assume connotati un po' strani e forse non proprio chiarissimi:
Sì, insomma, poi c'è questo assalto alla felicità condivisa da parte anche e soprattutto di chi all'interno dello stesso partito ha avversato duramente e in modo esplicito il neo-reuccio, ma questa è un'altra storia (benchè regolare nella politica).
E infine...

Sarà vera frutta? Ai posteri l'ardua sentenza, che noi il B. l'abbiamo visto alla frutta tante di quelle volte, per poi ripartire dall'antipasto...


Altre cose più (o meno) serie? Puoi leggere:

- Quando alla vigilia delle elezioni il "posteriore" dettava legge
- Giornalismo e commercio di notizie
- Marketing dell'antirazzismo

domenica 11 maggio 2014

Perchè dovrei guardare la serie tv di Gomorra?

Gomorra – La serie è (finalmente) un prodotto italiano di qualità.
Niente di cui stupirsi, arriva dal team che ha portato in tv (su Sky, naturalmente) Romanzo Criminale, a sua volta l'unica fiction di qualità rilevante nel panorama desolato e desolante della televisione italiana (pubblica e privata, ma soprattutto pubblica).
Come non c'è da stupirsi che entrambi questi franchise siano parte della catena libro-cinema-tv, un trinomio vincente che sembra accadere una volta ogni tre-quattro anni (se va bene).
Perchè vederla?
Per rendersi conto, prima di tutto, che con le persone giuste e un po' di coraggio si può rivaleggiare con i prodotti internazionali. Scrittura asciutta e precisa, ritmo serrato, psicologie azzeccate, un pizzico di stereotipi per rendere la narrazione comprensibile e potabile per tutti, e il risultato è raggiunto.
Che poi si parli di criminalità, e si rendano inevitabili protagonisti personaggi dalla morale quantomeno ambigua, è un valore aggiunto. 
I soliti figuri italioti che si sono dimostrati pronti a scandalizzarsi per la 'spettacolarizzazione' della criminalità dovrebbero rivolgere i loro due grammi di cervello su due punti: 1. la fiction è fiction, persino quando parla di fatti reali; 2. la criminalità esiste, ed esiste indipendentemente dalla fiction che può ritrarla quando e come vuole. A Napoli come a Milano.
Solitamente reazioni del genere arrivano quando si toccano nervi scoperti o segreti (appunto) di Pulcinella.
Diversi anni fa un presidente del Consiglio italiano voleva impedire ad un film dal titolo Ladri di biciclette, di un certo Vittorio De Sica, di uscire dai confini nazionali perchè troppo deprimente e perchè le questioni della povertà e della crisi erano panni sporchi da lavare in casa.
Ladri di biciclette è uno dei capolavori del cinema italiano conosciuti nei quattro angoli del globo, l'uomo che ha detto quella stronzata è stato una delle tante figure molto potenti, poco edificanti e troppo discusse del nostro paese.
Gomorra – La serie è stata acquistata in circa 40 paesi del mondo e sarà la prima serie italiana trasmessa in Usa, grazie a Netflix.
Che poi la suscettibilità di quelli che vorrebbero chiudere gli occhi di fronte alle aberrazioni quotidiane che accadono sul nostro suolo abbia giocato a favore del battage pubblicitario, è innegabile. Così come i manifesti pro-Napoli e contro-Gomorra e le esternazioni del sindaco De Magistris. Sì, tipo quelle di Berlusconi quando si scagliò contro La Piovra, uno dei pochi altri “nostri” successi tv capaci di attrarre milioni di telespettatori. La fiction non lede l'immagine di un Paese, i personaggi pubblici e politici corrotti e schifosi, sì, però. Bisognerebbe tenerlo a mente.
I primi due episodi, che hanno bruciato i record d'ascolto della seconda serie di Romanzo Criminale, sono davvero ben scritti, girati e interpretati. Finalmente materiale di qualità capace di tenere testa a serie americane e inglesi: la storia di Ciro, del suo rapporto con il boss Pietro Savastano e suo figlio Gennaro (Genny!), la lotta del clan contro i suoi nemici, la caccia all'infame, gli scontri a fuoco, le vicissitudini quotidiane sono portate sullo schermo con una perizia rara in Italia. 
Seguendo un perfetto schema narrativo, vicende si snodano arricchendosi di dettagli immerse nello sfondo di un ambiente degradato, senza speranza e quasi alieno. Non si può che fare un plauso agli autori per la costruzione di queste prime puntate che, oltre ad intrattenere e incuriosire, gettano le basi per i prossimi 10 episodi in modo solido e con ampio respiro.
Ottima anche la scelta dei volti e del linguaggio quotidiano, forse edulcorato in alcune parti, ma comunque comprensibile senza la necessità di sottotitoli. Una scelta probabilmente obbligata, ma che non inficia la resa finale.
Unico punto a sfavore? Marco D'amore, l'interprete del protagonista Ciro Di Marzio, sembra il gemello bello di Roberto Saviano. Una strizzatina d'occhio superflua all'autore della matrice originale gomorriana?

Ma son dettagli (da ridere) ;-)

Puoi leggere anche:

martedì 1 aprile 2014

Serie tv e finali "un po' così" pt.2: I SOPRANO

Il 10 giugno del 2007, per molti, sarà sembrato un primo aprile: parlo dei quasi 12 milioni di americani che erano sintonizzati sulla HBO per gustarsi l'attesissimo (a dir poco) episodio finale della serie tv più grandiosa e osannata degli anni Duemila, The Sopranos. Da noi I Soprano, trasmessa in modo punitivo con molta calma da Mediaset.
Continuando a parlare dei finali controversi della storia delle serie tv, non posso non riservare un posto d'onore a quello che è “il finale” per eccellenza.
Un episodio destinato a segnare la cultura popolare e monopolizzare le discussioni su siti, forum, bar e cene tra gli amici degli anni a venire.
Quello del finale dei Soprano è anche e soprattutto un grande atto d'amore per la propria opera e un gesto rivoluzionario del creatore, sceneggiatore e regista David Chase nei confronti di un pubblico che, in gran parte, non desiderava altro, dopo 6 stagioni, che una conclusione tragica e sanguinosa oppure (desiderio sciocco) un'impossibile prosecuzione di una storia ormai arrivata al termine del boss Tony Soprano e della sua famiglia.
Don't stop believin'
Chase, in modo intelligente, nega ogni bassa soddisfazione delle aspettative: rende evidente (sebbene non lo abbia mai ammesso in modo chiaro, per ovvia strategia) che Tony subisca un ultimo, fatale attentato alla vita, ma al tempo stesso, dopo aver creato molteplici segnali sul piano concreto e simbolico, ci nega la vista dell'avvenimento.
Grazie a dettagliatissime e quasi maniacali analisi degli ultimi 5 minuti dell'episodio (anzi, voglio fare il maniaco anche io: 4 minuti e 51 secondi), pare proprio che non ci sia altra lettura: Tony Soprano schiatta, sparato da un sicario che lo becca alle spalle uscendo dal bagno del locale dove è andato a cena con la sua famiglia.
La famiglia, ultimo atto.
In estrema sintesi, la grammatica del montaggio non lascia spazio ad ambiguità: Tony entra nel locale, il diner Holsten's e si siede tranquillo. Arriva sua moglie Carmela, poi arriva il figlio A.J. (emblematica la sua entrata: contemporanea e quasi secondaria rispetto a quello che sarà l'esecutore dell'attentato, il quale vedremo poi in altre inquadrature), e mentre i tre chiacchierano tranquilli e decidono cosa ordinare, attendono l'ultima componente, Meadow. Tony alza lo sguardo ogni volta che qualcuno entra (ingresso segnalato da un campanello) e noi vediamo il suo primo piano e poi il controcampo della porta. Cosa che non avviene all'ultima, attesa entrata: quella di Meadow, che assisterà dunque alla scena dell'uccisione del padre. C'è il primo piano di Tony e poi il nulla. Dieci secondi di schermo nero che hanno fatto la storia della tv recente e che rimarranno per sempre. La più sorprendente rappresentazione della fine della vita – il niente, con lo sparo che produce i suoi effetti ancora prima di essere udito.
Il sicario dalla faccia triste.
Siamo dalle parti del grande cinema, ma più in generale di una grande opera narrativa, e raramente in televisione si è vista una sequenza orchestrata con tanta cura e puntigliosità millimetrica.
Certo, non si vede l'atto dell'uccisione in sé, per cui le obiezioni sono possibili, ma difficilmente ci sono altre letture plausibili. Non avrebbe avuto senso dare sfogo agli istinti punitivi di un massacro, dopo tutta la violenza a cui abbiamo assistito.
E, Chase lo sa bene, non sarebbe stato comunque giusto nei confronti del suo protagonista: come Butch & Sundance, eternamente giovani in quel fotogramma finale del film, Tony Soprano rimane scolpito nell'estremo frame prima di svanire, senza subire lo scempio dell'esibizione della proprio annientamento fisico. E' così che se ne vanno le icone, no?
David Chase, la mente dietro ai Soprano.
Tutto torna nell'orchestrazione di Chase: dagli elementi più evidenti, tipo Tony che in un dialogo precedente definisce la morte “dissolvenza in nero”, a quelli simbolici, vedi la scelta di mostrare Meadow che non riesce a parcheggiare l'auto per due volte (come gli attentati precedenti, falliti, contro suo padre) e poi ce la fa (questo attentato va a segno).
Poi ci sono le cose folli da ultranerd, come gran parte degli avventori del locale che sono personaggi-comparse di altri episodi e avrebbero motivi per volere Tony morto, o i titoli delle canzoni che vediamo nel juke-box che potrebbero suggerire che sia un sogno... ma sono strizzatine d'occhio per confondere le acque.

Riservato.
The Sopranos, con il suo finale, ha saputo vincere la sfida di chiudere in maniera coraggiosa e originale, senza paura di risultare frustrante per gran parte del pubblico. Un capitolo conclusivo che ancora oggi fa discutere, arrabbiare, scrollare le spalle o esaltare, ma che di certo non sarà mai dimenticato. Un modo geniale per calare il sipario su quella che senza ombra di dubbio è una delle serie tv più profonde e importanti mai realizzate.

Curiosità romantica: il diner Holsten's esiste davvero e quando di recente è morto l'attore James Gandolfini, ha posto il cartello "riservato" nel posto dove Tony Soprano era seduto nell'ultima sequenza del telefilm. Well done.


martedì 25 marzo 2014

Siamo operai o minion? La Fiat e il balletto di Happy che fa tanto incazzare

Premessa: i video-spoof di Happy di Pharrell hanno già ampiamente scassato i cosiddetti a partire dal giorno dell'arrivo online del video originale, creato apposta per essere, con la solita lungimirante strategia di marketing virale, replicato e ricreato a ogni latitudine del globo.
Con grande solerzia e poca inventiva, un po' chiunque ha cercato di cavalcare il fenomeno per i motivi più disparati (divertimento, autopromozione, vanità, pubblicità...) e quindi, tanto per non farsi mancare nulla, la FIAT ha reso gli operai dello stabilimento di Melfi protagonisti di un WE ARE HAPPY! video che, come al solito non appena di parla di 1. FIAT 2. operai 3. FIAT+operai, ha mandato in fibrillazione il giornalismo, il sindacalismo e l'opinione pubblica italiani.
Per cosa, poi? Per poco più di un minuto e mezzo di video girato e montato con la mano sinistra (che rende il tutto un po' più amateur-familiare) dove alcuni operai, alternati a qualche dirigente e segretaria, si divertono un po' a muoversi sulla base dell'ormai insopportabile tormentone felicemente felice di Cattivissimo me.
Ecco: questi operai della FIAT sono forse come i Minion, assistenti beoti-devoti al padrone?
Per carità. Non facciamo delle letture cattive e maligne.
Lasciamo alla Fiom le incazzature. In giro si leggono dei commenti assurdi.
Atteniamoci al video: ormai c'è, è online, fa discutere e si becca un bel po' di visite, dobbiamo farci i conti. Non è un filmato da Istituto Luce, chi lo dice è in malafede. C'è ancora chi ha lavoro, e un video non sminuisce il dramma della disoccupazione, della cassa integrazione, delle famiglie senza soldi e delle puttanate della famiglia Agnelli.
Ma vi indignavate forse per Jennifer Beals che saldava vestita da stracciona e poi si scatenava sul dancefloor? Provavate compassione per John Travolta nel suo scassato negozio di vernici prima che arrivasse il sabato sera?
No. E a questi operai il ballo non è neppure terreno di riscatto sociale e affermazione artistica. Se questi "fortunati" hanno voglia di ballare un minuto in catena di montaggio per dare l'idea che lì dentro non proprio tutto faccia schifo, lasciate fare.
Le vere battaglie si combattono altrove, andiamo lì a sprecare energie.

venerdì 21 marzo 2014

Come presentare Nymphomaniac alla tua ragazza

(aka: Von Trier for dummies)

È perfettamente inutile che fai tanto il sofisticato, sai? So benissimo che la tua ragazza (o quella che pensi/vorresti lo sia) considera il tuo interesse per Nymphomaniac soltanto una squallida scusa per vedere del materiale porno su grande schermo. E so che, in effetti, il tuo interesse per il nuovo film di Lars Von Trier è fondato principalmente sulla volontà di vedere attori più o meno noti aggrovigliati in bollenti amplessi espliciti sul grande schermo, invece di accontentarti delle solite pornostar con lo sgranato streaming del tuo pc.
Devi dire alla tua lei di accompagnarti in sala e/o che andrai comunque a vederlo. Ecco dieci umili consigli che potrebbero aiutarti ad affrontare la situazione a testa alta (più o meno).

- Ammetti prima di tutto a te stesso che lei ha perfettamente ragione. Sul fatto che vuoi vedere del sesso esplicito su grande schermo riparandoti dietro la scusa del grande cinema d'autore. Prima riesci ad accettarlo senza farti seghe anche mentali, più credibile e convincente sarai.

- Sfodera l'argomento "autorialtà" come punto d'onore. Diamine, è Lars Von Trier! Ripassati per sicurezza i titoli dei suoi film, i temi e le modalità registiche. Se necessario, di fronte al suo totale disinteresse cinefilo, insisti su quelli con la gente più famosa e "spendibile", tipo Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Emily Watson, Bjork (hint: se lei non non sa chi sia Bjork, consiglio di troncare la relazione). 

- Sfrutta diabolicamente Michael Fassbender (che non c'entra niente, altrimenti che diabolico saresti) e la scia del successo di Shame (nonché le quote rosa). "Piccola, hai presente quel bel film sul tormento interiore di un uomo schiavo del sesso? In pratica questa è la versione al femminile".

- Psicologia tortuosamente inversa e invertita. "In realtà questo è un film dove il sesso viene ritratto in modo assolutamente anticlimatico, distaccato e arido. È un'opera che, se mai, rivela il vuoto e lo squallore del sesso senza sentimento. In pratica è uno spot per l'amore sincero". Imparate a memoria questa frase, ripetetela allo specchio rimanendo serissimi: pronti per l'Oscar il prossimo anno.

- “È una commedia, ha molti momenti divertenti”. Alta probabilità di funzionare, asserzione falsa ma non ipocrita (ci sono effettivamente diversi momenti beffardi). Se te la senti di presentare quello di Von Trier come un film di Pierino, vai con Dio.

- Gioca la carta Shia Labeouf. Cacchio, immagino legga le riviste femminili, no? Con le ultime bravate e questo film in uscita si è fatto una rinnovata nomea maudit (= coglione, ma tant'è). Se poi lui le piace - e qui si aprirebbe una capitolo doloroso per te, sul quale sorvolo - dille senza mezzi termini che c'è il suo pisello bene in vista. Non è una bugia, anche se in realtà sono robe di gomma e attrezzi di pornoattori che lo controfigurano.

- La citazione shock. “Non si può ingabbiare l'arte, non si può mettere sotto processo l'artista per quello che racconta. Perché non è lui che inventa la realtà che racconta, la realtà esiste. L'arte, anche quella più provocatoria, non deve essere censurata per paura che mostri dei lati spiacevoli, oscuri, anche sbagliati, del mondo, deve servire proprio come segnale di quello che non va”. Citazione attribuita a Vasco Rossi. Se usate questa, siete dei vincitori morali.

- Perché alla fine tutto si può buttare in politica (e non solo). Se lei è nazista/antisemita/psicologa ricordale la celebre uscita di Lars a Cannes sul fatto che capisce Hitler e prova simpatia per lui. Vale anche l'inverso, spronando la tipa appartenente al vasto mondo della sinistra/paladina dei diritti umani/mangiabambini a confrontarsi (termine ti pone subito in superiorità morale incontestabile) con l'opera di un grande artista anche controverso e non giudicarla a priori.

- Pietosa menzogna senza ritegno. “Tutti quei faccioni orgasmanti sulle locandine e le immagini-scandalo su internet? Ma no, è solo marketing per far andare gente in sala... figurati! In realtà è un film che rasenta il dramma da camera, verboso, statico, usa il sesso per parlare di altro: rapporti familiari, tecniche di pesca, alberi, animali, musica e polifonia, numerologia, matematica, Fibonacci...” Anche nella pietosa menzogna puoi mettere delle verità sui contenuti del volume 1 del film, no?

- Quando uscirete dal cinema e lei ti offenderà umiliandoti al grido di "Che film del c****, bei gusti che hai, non trascinarmi mai più a vedere roba simile", non discutere. Non provarci nemmeno. Dalle ragione e festa finita. Sarà anche la reazione più sincera e spontanea che avrai, nel 99% dei casi.

Fammi sapere com'è andata...

venerdì 7 marzo 2014

Buonanotte Fiorell(in)o: se Mario crea il supergruppo BiaJovaSini

Ti chiami Mario Bartolozzi e Laura Pausini, Biagio Antonacci e Jovanotti ti dedicano una canzone.
Cavolo, sei uno importante!
No.
Ti ha investito Fiorello col motorino.
Vabbè, però (almeno per il classico quarto d'ora) quello famoso sei anche tu.
Certo, Fiore ti ha troncato una gamba e rotto il bacino (più varie ed eventuali) superando da destra la fila di auto che si era fermata per farti attraversare la strada sulle strisce pedonali, ma ora vuoi pure lamentarti?
Sei vivo, sei su tutti i media, Fiorello non pensa che a te e adesso tre dei più famosi cantanti italiani ti dedicano... no, non la dedicano a te, ok, però anche a te! E poi, lo sai, quando c'è la salute c'è tutto, quando non c'è, c'è la canzoncina nata perchè ti ha investito uno famoso.
Ma non pensare, Mario, che io sia cinico: tutt'altro. In Italia ne succederanno a decine di episodi come questi, magari anche chi ci sta leggendo ha superato a destra col motorino o fatto altre minchiate del genere e gli è andata bene. Finora.
Il tuo sacrificio ci ricorda che anche da pedoni dobbiamo stare attentissimi.
E non te la prendere se l'ultimo degli imbecilli su Facebook ha fatto dell'ironia cretina e Beppe Severgnini usa la vostra sventura per dire stronzate sull'internet (che brutto invecchiare, raga, ce ne sarebbe da dire sull'ennesima superficialità di parlare della Rete ma soprassiedo): Fiore pensa a te, è pentito e preoccupato, ti incontrerà e magari da ora in avanti ti citerà spesso e volentieri nei suoi aneddoti pubblici e privati.
Mario, hai 73 anni e sei l'indiretta causa di un supergruppo!
La Pausini, che per chi non lo sapesse dato che nessuno lo ha raccontato, è a NY al Madison Square Garden per quei concerti giganteschi e pacchiani stile USA, si è trovata con l'ospite Biagio Antonacci e lo spettatore Lorenzo Jovanotti nel suo camerino per comporre una canzoncina molto italiana, dedicata all'amico Fiore. Ma anche a te, è ovvio. Ma anche a tutti quelli che non stanno proprio benissimo, già che ci siamo.
(L'idea, manco a dirlo, è di Jova).
La loro fama e fortuna giustifica in pieno la buona fede dell'atto.
Questi tre artisti non hanno alcun bisogno, dato il successo planetario (vabbè: della Pausini, quello di Jova è vagamente intercontinentale e Biagio pare sia molto venduto nello Sri Lanka), di promuoversi in questo modo.
Certo, mica devono promuovere la loro opera. Promuovono la loro immagine.
Insomma, se un amico ha un incidente puoi mandargli una canzoncina via mail, un saluto via skype o un biglietto d'auguri cantato in ospedale... ma perchè un video su YouTube alla portata di chiunque nel mondo?
Semplice, ed è lo stesso motivo che da sempre muove le iniziative benefiche dei vip: far vedere quanto le star sono buone, gentili ed empatiche.
Intendiamoci, io credo all'assoluta buona fede del terzetto. Però c'è sempre 'sto fastidioso autocompiacimento di fondo, questa gara alla simpatia, questo volemose bene così smaccato...
E poi, ma è trascurabile naturalmente, c'è l'articolo su ogni giornale online e cartaceo, ognuno con centinaia di condivisioni. E se ne parla persino su qualche stupido blog.


Diamine, sig. Mario Bartolozzi, non puoi davvero lamentarti del tuo (indiretto) successo!
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