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sabato 26 luglio 2014

The Lottery: vinci un bambino nell'era infertile [#otptv]

I bambini non nascono più. La specie umana è a rischio estinzione.

Sto parlando di I figli degli uomini, il bel film del 2006 di Alfonso Cuaron? No, di The Lottery, serie tv appena iniziata del canale americano Lifetime, che ne mutua in pratica le premesse iniziali.

Una distopia, dunque, creata per il piccolo schermo da Timothy J. Sexton, uno degli adattatori del romanzo originale della scrittrice P.D. James alla base del film. Come dire... di una buona idea non si butta via niente, anzi, si ricicla.

Il tema è interessante: se davvero il genere umano non potesse più riprodursi e non si trovassero delle spiegazioni, che cosa avverrebbe? 
A differenza di I figli degli uomini, dove il problema era già considerato irrisolvibile e la missione del protagonista aveva un sapore messianico, in questa serie tv scienza e politica, si capisce fin da subito, la faranno da padrone.

Niente per cui gridare al miracolo, intendiamoci: come ogni pilot l'episodio è schiacciato dall'esigenza di presentare tutti i personaggi e dare un'infarinatura del contesto sociale. A pochi anni da adesso, dopo la catastrofe che ha sconvolto il mondo, la dottoressa Alison Lennon riesce a fecondare 100 ovuli. Come ringraziamento, la Casa Bianca la licenzia e si appropria del laboratorio, ma lei, ovviamente, tenterà di agire per conto suo.

Nel frattempo, Kyle Walker, padre single di uno degli ultimi bambini nati sul pianeta, è costretto a rapire il suo prezioso figlio dalle grinfie del Governo che glielo vuole portare via... ah, il piccoletto si chiama Elvis.

Ci sono poi il Presidente degli Stati Uniti, che si affretta a dichiarare una lotteria rivolta alle donne americane per definire a chi saranno impiantati gli ovuli fecondati, la sua consigliera Vanessa Keller e un losco figuro politicante che, capiamo subito, è il primo dei "cattivi" che vedremo agire nell'ombra.

Un primo episodio abbastanza standard, per una serie che potrebbe giovare della necessità di dire qualcosa di originale nello spazio delle 10 puntate previste.
Le idee non sono male, e la fantascienza sociale è pur sempre affascinante: resta da capire dove vuole andare a parare questa opera. Speriamo che sappia evitare le secche del banale thriller sentimentale e metta altra carne al fuoco.

giovedì 3 luglio 2014

House of Cards, prima stagione: il fascino discreto della strategia (politica)

La politica, questa sconosciuta. 
Per quanto il cinema, la letteratura e la tv da decenni continuino a ritrarla come la più sporca, falsa, orribile attività umana, la realtà riesce a fare sempre di peggio.
Nonostante questo, gran parte del pubblico è sempre pronta a meravigliarsi, quando si va a mostrare con la macchina da presa – o la penna - quello che accade dietro le quinte del teatrino perbene e rispettabile della politica. O almeno, di quella politica che ancora almeno un teatrino di facciata ce l'ha, non come accade in Italia...

E' arrivata da noi, trasmessa da Sky, la prima stagione di House of Cards, tratta da un celebre romanzo di Michael Dobbs (datato 1989) già tradotto per la tv nel lontano 1990 dalla BBC inglese. A tirare le fila c'è Beau Willimon, uomo di teatro e autore del testo alla base di Le Idi di Marzo, bel thriller politico di George Clooney. L'opera ha sconvolto il panorama della serialità, essendo prodotta da un certo David Fincher per il canale online di streaming Netflix, ormai vero e proprio concorrente delle tv “vecchio stile”.

A partire dal testo di Dobbs (di esperienze repubblicane) gli autori di House of Cards mettono in scena le macchinazioni del capogruppo al Congresso del Partito Democratico Frank Underwood e della sua lenta, inesorabile e articolata “vendetta” nei confronti del Presidente degli Stati Uniti, reo di non averlo nominato da subito Segretario di Stato.

Una storia personale, quindi, alla quale solo qualche volta si affaccia la descrizione dell'attività politica a tutto tondo, sempre e comunque strettamente legata a ciò che Underwood si propone di fare (oppure ottenere). Esigenze narrative a parte, sembra infatti che Frank riesca a dedicarsi a tempo pieno alle sue losche trame senza lavorare mai per il Congresso. Ma questi sono dettagli: anche perché, per lo spettatore, lo spettacolo è assicurato, i colpi di scena ben assestati e la soddisfazione di vedere quanto la strategia a lungo termine dà i suoi frutti è un elemento che rende la serie un gioiello.

Cosa ci insegna House of Cards, al di là delle ovvie esagerazioni e delle strizzatine d'occhio al pubblico? Esattamente quello che ci insegna Game of Thrones: i cattivi vincono o riescono comunque a mantenere il potere, mentre chi è onesto, chi è fragile e di buon cuore o chi cerca la verità nel migliore dei casi è una pedina e deve ingoiare rospi, mentre nel peggiore finisce stritolato dal sistema, se non addirittura in una cassa da morto.

Barack Obama ha pregato i suoi milioni di follower di non spoilerare niente e di lasciargli vedere la serie in pace (ergo: piacere narrativo), qualcuno a casa nostra invece ha suggerito ai suoi uomini di studiarsela come scuola di politica (ergo: testo formativo). 

Al di là dell'idiozia della seconda ipotesi, è chiaro che House of Cards, se mai, rappresenta tutto ciò che la politica NON dovrebbe diventare.
Inseguire il potere per il potere, giocare con le vite e le carriere altrui per arrivismo personale, la totale assenza di scrupoli per raggiungere i propri obiettivi... sono quello che spesso la politica è e che invece non dovrebbe essere. House of Cards in alcuni tratti è pura fantapolitica e risolve le situazioni in maniera semplice, ma non si può non pensare cosa accadrebbe se davvero la maggior parte di chi si dedica alla carriera pubblica agisse in certi modi machiavellici.

Come nel caso dell'Alex di Arancia Meccanica, in questa serie siamo chiamati a subire il fascino di un protagonista assolutamente negativo (narcisista, amorale, bugiardo, manipolatore) ma dalla chiare, ammirevoli qualità (dedizione, visione d'insieme, carisma, intelligenza).

La cosa si fa ancora più difficile perché Frank Underwood, interpretato da un attore gigantesco come Kevin Spacey (che da solo vale la visione) ci interpella direttamente. Qui si vede la provenienza teatrale di Willimon: Frank rompe spesso e volentieri la quarta parete, ci guarda, ci sorride, ci mostra i denti, ci spiega cosa pensa e quali sono i “segreti” del mondo della politica. Che sia in mezzo ad un colloquio, ad una cerimonia, alla Casa Bianca, non importa: il tempo si ferma e lui ci parla come fossimo lì con lui.

Espediente ruffiano, facilone e potenzialmente pericoloso, capace di far deragliare la credibilità dello show, e che invece si rivela la carta vincente. Oltre all'altissima qualità della messa in scena, la scrittura e la sapiente scelta di interpellare lo spettatore per dare più spessore emotivo ad un personaggio spesso freddo, cinico e distaccato si rivela il colpo che mette K.O. la concorrenza. House of Cards è Kevin Spacey, non ce ne vogliano gli altri attori.

Robin Wright è Claire, la moglie di Frank, e i due sembrano legati da un accordo di reciproca convenienza che viene da lontano, nonostante tra loro esista davvero un forte sentimento. Anche lei non è certo una bella persona, basti vedere cosa combina con la sua no-profit CWI, eppure ci conquista, sebbene non come il marito.

Altro personaggio importante è Zoe Barnes (Kate Mara), giovane giornalista ambiziosa che vive l'intera parabola che va dal sogno alla disillusione nel corso della stagione. Prima profeta del giornalismo web contro la vecchia carta stampata, poi strumento (inconsapevole) di Frank e sua amante, infine minaccia alle macchinazioni del politico grazie alle indagini da reporter d'assalto. A differenza di Underwood, agisce senza scrupoli per combattere le sue battaglie senza ragionare troppo (registrare un'offesa del capo e metterla sui social network) e dimostra di essere abbastanza immatura, sebbene la sua consapevolezza cresca con l'andare degli episodi.

Del deputato Peter Russo (Corey Stoll), non voglio dire troppo perché è la figura più umana di tutta la serie e quella verso la quale proveremo i sentimenti più forti: vedere per credere (e soffrire).

Ho scritto un po' troppe parole, e forse altre ne servirebbero, ma la conclusione è ovvia: House of Cards è un prodotto imperdibile ed è entrato di diritto nel gotha delle serie tv memorabili e da seguire assolutamente.

Intrattenimento d'alta scuola e decine di spunti di riflessione sul mondo della politica e su come ce lo raccontano: che volete di più?

E adesso? Puoi leggere:
- Il pilot del "misterioso" The Leftovers

- Fargo, la recensione della prima stagione
- Giudizio sulla stagione 1 di Gomorra

mercoledì 2 luglio 2014

The Leftovers, recensione del pilot

C'erano una volta i telefilm misteriosi. Poi arrivò Lost e tutto cambiò.
Per qualche anno ci eravamo convinti che l'accumulo di cliffhanger narrativi, domande senza risposta, paradossi temporali e avvenimenti assurdi potessero reggere un'intera serie tv. E invece, arrivati a tirare le somme, tutto è crollato svelando il piano diabolico: buttare là stranezze e poi navigare a vista.

Il problema del genere mystery-drama è sempre quello: puoi anche avere una bella idea iniziale, ma se non sai bene come giustificarla o spiegarla quando arriverai all'atto finale, è meglio che inizi da subito a spremerti le meningi.

Ora, non so come gli autori hanno intenzione (se ce l'hanno, cosa non secondaria) di spiegare la sparizione del 2% della popolazione mondiale da un momento all'altro, ma è meglio che comincino ad attrezzarsi nella maniera migliore, se vogliono tenere saldo il timone di questa nave che si chiama The Leftovers.

Fattore inquietante: uno degli ideatori e showrunner è il famigerato Damon Lindelof, uno del team Lost (non proprio una garanzia) e sceneggiatore del mio odiato Prometheus. Fattore mitigante: l'altro è Tom Perrotta, l'uomo che ha scritto il libro da cui la serie è tratta. Libro = storia compiuta e di sicuro strutturata in modo decente.

I 10 episodi di The Leftovers, come suggerisce il titolo, andranno a scandagliare le vite tormentate dei “lasciati indietro”, coloro che sono rimasti, nella piccola comunità di Mapleton. Ognuno, in qualche modo, ha perso qualcuno importante, si batte per la verità o semplicemente per sostenere il dibattito tra religione (subito, inevitabilmente, scomodata per questa possibile “assunzione in cielo”) e la scienza.

Peter Berg alla regia del pilot è una garanzia (Cose molto cattive, Hancock, Lone Survivor) ed in effetti regala le cose migliori dell'episodio. La sceneggiatura fa il suo dovere, presentando l'evento sconvolgente all'inizio e poi solleticando la nostra curiosità con flashback che riguardano i personaggi principali. Non ci sono sussulti particolati, se non in un paio di casi, e si cerca piuttosto di puntare sull'intensità delle interpretazioni attoriali, da un azzeccato Justin Theroux ad una catatonica (ma capiremo perchè) Liv Tyler. Ci aspettiamo grandi cose da Christopher Eccleston, che qui compare pochi secondi.

Chi sono davvero gli inquietanti e silenziosi Guilty Remnants? Il “santone” Wayne sarà un visionario o un cialtrone che ha fondato l'ennesima setta? E gli animali, come al solito, saranno i portatori di risposte?

Tutto sta nel vedere se la serie si svilupperà con il risaputo schema dei “misteri su misteri” tanto caro ai creatori di Lost, che lo hanno portato al punto di non ritorno, oppure se saprà dire qualcosa di originale anche a livello di struttura e non soltanto di semplici colpi di scena.

Così com'è, questo pilot è un oggetto inclassificabile e anche oscuro su quella che sarà la futura direzione dell'opera. Staremo a vedere.


Intanto, possiamo godercelo in lingua originale con sottotitoli il 3 luglio e il 10 luglio in versione doppiata su Sky Atlantic.

venerdì 27 giugno 2014

Fargo, la prima stagione tv colpisce ma non stupisce

La serie tv di Fargo è arrivata alla fine.
Il giudizio è complesso: grande qualità e intrattenimento di alta classe, certo, ma anche una miniserie in 10 episodi che ha faticato a trovare un'identità ed una coerenza interna.

L'andamento rapsodico legato soltanto dal sottile filo dell'indagine della caparbia Molly Solverson (Allison Tolman) sull'ambiguo Lester Nygaard (Martin Freeman) ha finito per essere un palcoscenico per l'istrionico Billy Bob Thronton nei panni dell'assassino multiforme Lorne Malvo.
Una figura archetipica, fortemente metaforica (come i fratelli Coen insegnano) ma forse un po' troppo compiaciuta e irrisolta, sebbene dal forte carisma.

Fargo è un prodotto che si è fin da subito rivelato molto legato al prototipo cinematografico, e che ha confermato pregi e difetti del voler trasportare una filosofia prettamente da grande schermo come quella dei Coen (una storia esemplare e circolare in due ore) su quello piccolo.
Non tutto è perfetto. Soprattutto quando si cercano di portare nella serialità le ellissi e i paradossi coeniani, con il risultato che certi personaggi rimangono in sospeso (il killer sordomuto), meccanici e banali (Bill), superflui e irritanti (i due agenti dell'FBI).

La serie, nello spirito, rimane fedele e rispecchia quello strisciante nichilismo e il pessimismo che erano proprio del Fargo cinematografico.
I soldi e l'avidità rovinano la vita, il delitto comporta sempre un castigo, le circostanze rendono l'uomo gretto e spietato, la redenzione è quasi impossibile, la violenza chiama sempre altra violenza in una spirale dolorosa e paradossale.
Al tempo stesso, la serie esalta le qualità della “gente comune” e dipinge un microcosmo dove chi rimane fedele alle proprie idee e ai propri valori, soprattutto quelli semplici ed essenziali, ne esce vincitore (o comunque vivo).

Un esperimento di connubio cinema-tv interessante, perché non si limita ad essere un semplice sequel o remake (sebbene ci sia una strizzatina d'occhio ad una continuity con la pellicola, per chi la becca), ma un'opera che dialoga in modo interessante con il modello di riferimento.
Opera di alta tv che non raggiunge l'eccellenza ma intrattiene con grande intelligenza, cercando coraggiosamente di premere qualche tasto che mina la classica struttura televisiva: vedi le digressioni narrative, il gusto del racconto di aneddoti, le frasi e le situazioni non spiegate ma affidate all'interpretazione soggettiva dello spettatore.


Cast superbo e affiatato, regia puntuale e geometrica, scrittura eccellente hanno fatto il resto: da vedere, con la consapevolezza che forse si troverà l'insieme al di sotto del valore delle sue singole componenti.

E adesso? Puoi leggere anche:

sabato 14 giugno 2014

Gomorra finisce bene (la prima stagione) [SPOILER]

A volte si fa presto a gridare al capolavoro.
In Italia, poi, è ancora più facile, considerato il panorama desolante delle serie tv.
Eppure lanciarsi in lodi sperticate di Gomorra – La Serie è assolutamente doveroso: 12 episodi senza cali di tensione, senza sbavature. Compatti, emozionanti, sceneggiati e diretti magnificamente.

Il prodotto di Stefano Sollima, supervisionato dallo stesso Roberto Saviano, ha finalmente dimostrato (perchè, purtroppo, nel nostro Paese c'è sempre bisogno di dimostrare) che si può e si deve produrre fiction di altissima qualità senza ridursi a famiglie buoniste, nonni rincoglioniti, preti simpaticoni e bellocci/e inespressivi. Che il pubblico è pronto a premiare queste opere con ascolti altissimi. Che forse è sempre stato pronto, ma non gli è mai stato proposto un prodotto all'altezza dei concorrenti internazionali.

Adesso non ci sono più alibi. Certo, Gomorra – La Serie è stato uno sforzo titanico: quasi tre anni per pianificare, scrivere, trovare gli attori e girare la prima serie. Tutto nel nome di un verismo che è la vera formula magica del successo, dalla scelta di girare nei luoghi reali a quella di non romanzare troppo vicende e personaggi. Lo spettacolo c'è, eppure è tutto molto credibile. Certo, Shakespeare è dietro l'angolo, alcune soluzioni sono ovviamente tese a dare carisma ai protagonisti, ma il fatto che lo spettatore si ritrovi immerso in un universo dove tutti sono rappresentanti del male, senza vie di scampo o possibilità di identificarsi in un modello positivo qualunque, è importante e decisivo.

Tutti, in Gomorra, sono ammorbati da egocentrismo, ambizione, violenza, sopraffazione, rabbia, paranoia, assenza di scrupoli: nessun personaggio principale ne esce con un briciolo di dignità e di umanità. Persino chi, all'inizio, sembra essere il meno peggio si rivela essere il più spietato. Questo rende il telefilm un concentrato di tensione che cresce fino ad un finale orchestrato benissimo.

Una regia calibrata, una fotografia che cattura ed esalta ogni singolo dettaglio, un cast di volti sconosciuti perfettamente credibile e facce prese dalla strada di una bravura sorprendente. Tra queste ultime, il giovanissimo Danielino, ovvero Vincenzo, protagonista dei due episodi più emotivamente forti, che nella vita vera ha lasciato la scuola e poi è stato arrestato. Cose che alimentano polemiche, forse, ma che in quei luoghi sono all'ordine del giorno e confermano, se vogliamo, la necessità di mostrare certe aberrazioni che quotidianamente accadono sotto il cielo di Napoli (e non solo).

Dalla lotta per il potere agli agguati, dalle vendette alle estorsioni, dai figli indegni dei genitori ai giovani che non sanno cos'è il rispetto, dalle faide interne agli accordi trasversali per le scissioni. Non manca niente, in questa prima stagione di Gomorra, che si permette di terminare con un picco narrativo di una sparatoria durante una recita scolastica, un evento che altrove sarebbe potuto risultare esagerato ma che qui funziona perfettamente.


Adesso, col clan dei Savastano decimato dalla direzione impulsiva e inadeguata del figlio Gennaro (Genny!) - ferito gravemente ma non ucciso dal traditore Ciro di Marzio - e il ritorno dal capo don Pietro, sfuggito con un massacro al 41/bis, le cose si faranno ancora più serie. Il boss rivale, Salvatore Conte, avrà di fronte un avversario agonizzante ma non domo: e Ciro, che si è bruciato da entrambe le parti, che fine farà? Attendere sarà sfiancante, ma diamo piena fiducia al team di Gomorra per una seconda stagione all'altezza delle aspettative.

giovedì 13 marzo 2014

Le serie tv con i finali "un po' così" (prima puntata)

Dopo la conclusione di True Detective (vedi qui) non potevo esimermi dal rimembrare quelli che sono stati i finali delle serie tv che più ci hanno lasciati basiti, interdetti e/o incazzati. Certo, anche qui bisogna operare un distinguo: ci sono stati finali che sono stati pianificati, preparati e pensati così come sono stati girati e abbiamo visto, altri invece indotti o rimasti "in sospeso" a causa della repentina chiusura/cancellazione della serie stessa.
Voglio prendere in considerazione il primo caso: quello cioè in cui gli autori, con tutto il tempo a disposizione per meditare e capire come concludere serie amate dal pubblico, hanno deciso di farlo in modo quantomeno controverso.
Trattandosi di un post sui finali, inutile ribadire l'ovvio SPOILER ALERT.

X-FILES
L'agonia di questa serie è leggendaria solo quanto la strepitosa qualità delle sue prime stagioni: dalla sesta (guarda caso preceduta dal primo, inconcludente film per il cinema diretto dal creatore Chris Carter), che deraglia lasciando quasi da parte la mitologia e diventando una sitcom fantasy, fino alla nona e conclusiva, assistiamo a dei WTF da antologia, anche se, va detto, ci sono sempre dei momenti e degli episodi che riscattano il polpettone in cui si stava finendo. Certo, X-Files, con i suoi continui e stratificati misteri fittissimi, il suo vedo-non-vedo e dico-non-dico, il suo irritante tira e molla sugli alieni tirati in ballo solo quando utili a creare un po' di tensione, è stato il precursore di Lost in quanto ad impossibilità di chiudere il cerchio fornendo risposte soddisfacenti a quanto costruito. Mulder e Scully hanno vissuto praticamente 10 vite in una nell'arco di pochi anni: chiaro dunque che, al termine della nona e ultima serie, i fan siano rimasti senza ben oltre la metà delle risposte alle domande in sospeso. Dopotutto, quando hai visto cloni, gente che muore due volte e resuscita, malattie che vanno e vengono, sparizioni e apparizioni, non è che riesci più a prendere per credibile quello che viene detto. Una sola soddisfazione: l'Uomo che fuma, il Darth Vader della situazione, perlomeno se ne va col botto. A rileggere oggi quello che scrivevano all'epoca i fan, mi viene da piangere ^__^



LOST
(Risata forte, fortissima, isterica, folle)
L'unica serie che finisce esattamente come chiunque aveva ipotizzato dopo i primi episodi.
Dalle serie: "Ciccio, è impossibile spiegare in maniera plausibile tutte 'ste stronzate: tiriam fuori la spiegazione metaforico-trascendentale al cartoccio con contorno di good vs. evil arrosto, che va bene per tutte le stagioni". Una serie che è un tripudio e un trionfo dell'affabulazione e dell'intrattenimento per accumulo, partorita da una writing room di nerd attenti ad ogni microscopico incastro che partisse da una base assolutamente inspiegabile e incomprensibile. Lost è stata la quintessenza, del "che ti frega, ficca dentro che fa brodo" ad altissimo livello, un modo di fare che però mai si è avvicinato alle bizzarrie affascinanti di un David Lynch (ma so che è sparare in alto) pur funzionando alla grandissima per quel lasso di tempo in cui ha tenuto botta. Però, alla resa dei conti, ha calato le braghe. E 'sta gente ce la siamo ritrovata su Star Trek (diventato il Bayside School nello spazio) e quell'indecenza di Prometheus (urgh, i conati di vomito). Aiuto.



TWIN PEAKS
E qualcuno dirà: alt! La serie è stata cancellata in corso d'opera per gli ascolti precipitati a picco, quindi non vale come finale "compiuto". Vero, ma è vero anche che David Lynch, Mark Frost & soci ebbero tutto il tempo per scrivere e riscrivere l'episodio finale (il 22 della seconda stagione, altresì detto il 29 della serie completa). Quello che è uscito fuori invece è lo sberleffo finale di un autore troppo autore e troppo cinematografico per stare in tv, un David Lynch che scatenò la sua anima visionaria ed ermetica negli ultimi minuti all'interno dell'infernale Loggia Nera, ancora oggi incubo di molti spettatori. Il nano ballerino che parla al contrario, il gigante, BOB, Laura Palmer innocente e poi demoniaca, Windom Earle il nemico giurato dell'angelico agente Dale Cooper, profezie, possessioni, morti e sparizioni: di tutto e di più per un calderone che ha agitato le notti a venire dei fan. E naturalmente, Lynch decise di concludere con il cliffhanger irrisolto che ha provocato più infarti, traumi e incazzature nella storia della televisione.
"Fottetevi", ci ha detto Lynch, "Nella realtà il male vince". Come ha poi confermato anche con il successivo film Fuoco cammina con me, del quale ricordo pochissimo, se non David Bowie che balla e dice frasi sconnesse, l'uomo senza un braccio che manda affanculo gente a caso, e una conclusione che ri-azzerava tutto. Anche qui Lynch è stato un genio: la pellicola era un prequel che era al tempo stesso un sequel . Un elegantissimo e colto modo di prendere per il culo onestamente il pubblico ingrato.


Appuntamento alla seconda puntata, dove - sì, certo - si parlerà anche della adorata serie tv dei Soprano e della sua conclusione, che probabilmente è davvero quella più controversa, dibattuta e amata/odiata della storia delle serie tv.

giovedì 6 marzo 2014

Film d'autore o sega artistoide? Prima parte

Innanzitutto perdonate lo sfottò conclusivo ai cosiddetti film "indie", che spesso brillano in negativo per le loro velleità autoriali ma denunciano soltanto maldestre capacità nelle sceneggiature e/o nella regia. La riflessione nasce naturalmente dalla quantomai attuale e vasta reazione popolare - nel vero senso del termine, per una volta: non nei ristretti ambiti di critichini e criticoni paludati - al premio Oscar™ La Grande Bellezza, con deragliamenti annessi e connessi.

Ho sentito l'esigenza di mettere su carta (la triste, vecchia e demodé carta) qualche
spunto forse utile a ripensare la critica. Certo, non sarà originale, ma siccome non esiste - vivaddio - un manuale di valutazione dell'opera cinematografica che fissi nella pietra delle coordinate attraverso le quali riconoscere dove sta di casa l'autentico genio e la fuffa ben orchestrata... nemmeno possiamo lasciare che l'alibi della soggettività fagociti e annichilisca tutto il dibattito.

Premesso che per cinema d'autore intendiamo quel cinema che, una volta visto, vissuto e digerito acquista senso in virtù del regista che lo ha partorito (alla luce di opere precedenti, di curriculum, di finalità e ambizioni) e non staremo a dibattere su come anche il cinema di genere sia d'autore (tesi reale e concreta con infiniti esempi).
Allora, ecco un parziale e inelegante contributo su come si possa distinguere un reale lavoro d'autore da qualcosa che gli si avvicina, gli somiglia ma in realtà è pura masturbazione intellettuale. Il lavoro di un autentico autore si può riconoscere da:

1 - Poetica originale. Dove non importa il cosa, ma il come. Un'idea del mondo sviluppata nel proprio animo che si traduce in una visione del mondo sul grande schermo, che può essere attribuita solo e soltanto a quel preciso regista. Un autore può raccontarti mille storie diverse con la stessa poetica, rendendo il suo intero opus cinematografico in qualcosa di coerente, collegato, intenso, inconfondibile.

2 - Stile personale e riconoscibile. Tradurre questa poetica (la "cosa" impalpabile che ti rimane alla fine della visione) con lo strumento della regia vera e propria. La macchina da presa come penna, stiletto, ascia. I movimenti o la staticità, la firma del regista sta nel suo scegliere cosa mostrare del cosa vuole raccontare, attraverso ogni startagemma della grammatica del cinema a sua disposizione. Quando vedi una sequenza e riconosci subito chi l'ha girata, è stile. Puro.

3 - Elementi/Temi ricorrenti. Il corpo, il tormento, la redenzione, la figura del loser, il potere, l'ossessione... Un vero autore ha dei demoni e delle fissazioni che traduce nelle sue opere in modo più o meno marcato, opere tese ad esplorare territori che gli sono congeniali o con i quali si trova ogni volta a fare i conti, consapevolmente o meno.

4 - Coraggio di osare con soluzioni inedite. Certo, è sempre più difficile trovare nuovi modi espressivi, soluzioni visive o espedienti narrativi. Eppure un vero autore spesso ci spiazza e ci sorprende con qualcosa che renderà l'opera memorabile, o magari diabolicamente, deliziosamente controversa.

5 - Fiducia nel potere delle immagini. Occhio, non banale cura formale o iperleziosità della messa in scena: intendo il cinema come potere d'affabulazione. Alle volte impazzisco quando i dialoghi spiegano cosa vediamo, abbiamo visto o addirittura vedremo, o quando si sottolinea con qualche dettaglio un concetto già chiaro nella narrazione. Se, poi, è teatro filmato, non è cinema. L'autore di cinema, che non è uno scrittore nè deve avere velleità letterarie se pure sceneggia, pensa in funzione della ripresa, dell'effetto finale del raccontare per immagini. E ragiona per immagini, fidandosi delle stesse.

6 - Sfida allo spettatore. Lo spettatore, per l'autentico autore, non è un corpo passivo
abbandonato sulla poltrona: deve avere parte attiva, deve essere scaraventato dentro lo schermo, soffrire, gioire, chiedersi che diavolo sta vedendo e trovare cosa si nasconde al di là della piatta proiezione della pellicola (o del video). Un grande regista sa giocare con eleganza con il suo "topo" e portarlo dove vuole, oppure sbatterlo fuori strada, in un (im)possibile rapporto dialettico, paradossale in un mezzo che si fonda sulla semplice visione.

Fine della prima parte. Nella prossima, ci divertiamo a sezionare i segaioli della presunta autorialità cinematografica.
Ciao.

mercoledì 5 marzo 2014

Le dieci peggiori argomentazioni a difesa di La Grande Bellezza

Quando ho scritto Il post definitivo su La Grande Bellezza, ovviamente stavo scherzando. Ma vedere ancora oggi così tanto accanimento nel dibattito online e offline (ma soprattutto online, va detto) da entrambe le fazioni, pro e contro il film di Paolo Sorrentino, impone un addendum. Sicuramente più leggero, sciocchino e incompleto, ma che trovo quasi impossibile da evitare. Di fronte alle critiche negative, quando non alle offese maleducate alla pellicola, i difensori (della prima e/o dell'ultima ora, quelli che si sono svegliati dopo l'Oscar e quelli che l'hanno vista in tv con tanto di pubblicità) hanno sfoderato considerazioni interessanti.

Insomma, ecco le dieci peggiori argomentazioni che ho visto in giro a sostegno de La Grande Bellezza.

Iniziamo dal classicissimo...

1 – Chi critica Sorrentino è un invidioso. E di cosa precisamente? Il 99% di chi parla di cinema non ha mai preso in mano una cinepresa (o una videocamera, o comunque realizzato un'opera cinematografica) o scritto una sceneggiatura e questo non è mica un delitto. Anche perchè la realizzazione tecnica è forse la cosa meno attaccabile del film. Il pubblico deve avere voce in capitolo e dire la sua su un'opera. Il cinema, anche d'autore, è un mezzo espressivo popolare e come tale può e deve essere giudicato. Di cervello e di pancia. Ed è sempre un valore aggiunto ascoltare e meditare.

2 – Il film “non è per tutti” (aka: de gustibus... aka: va capito [come i bambini speciali]). L'ho già espresso in precedenza, ma è da ribadire. E' una spiegazione troppo facile, che tende a liquidare la pluralità delle opinioni. Certo che, alla fine della visione, uno è libero di pensare che sia un tipo di cinema che fa più o meno per lui. Ma questa uscita pilatesca non serve a nulla, solo a non esporsi o chiudere sbrigativamente la pratica della discussione.

3 – Sbagliati i paragoni (al ribasso) con Fellini. Sbagliato mettere le opere di due autori sullo stesso piano, questo è certo. Ma quando uno dichiara apertamente un referente, si chiama i paragoni. Specialmente se tutta l'operazione si fonda su un (onesto, ruffiano, calcolato: quello che sia) recupero delle atmosfere che fecero grande e memorabile un periodo. E poi non limitiamoci a La Dolce Vita: prendiamo Roma, Satyricon, 8½...

4 – Fossimo stati in un altro Paese, sarebbe osannato a prescindere (implicito: noi italiani siamo stronzi e in particolare lo sono quelli che criticano negativamente). A parte che a me osannare senza costrutto pare inutile, è un'argomentazione che si basa sul nulla. Non mi risulta che all'estero pellicole vincitrici – o i loro autori - non abbiano ricevuto critiche o siano state incensate all'inverosimile. Ma come al solito i discorsi “vagamente patriottici” basati su affermazioni infondate son sempre dietro l'angolo.

5 – La vittoria di LGB è una vittoria del cinema tutto e la rivincita del cinema d'autore italiano. Ne riparliamo ai prossimi bilanci del box-office nazionale...

6 – Questa vittoria sarà d'ispirazione per i giovani a “fare cinema”. Con quali soldi e con quali mezzi? Ma soprattutto, con quale distribuzione? C'è poi la variabile di non poco conto che, se già qualcuno che imita Tarantino con materiale pulp gira schifezze, pensiamo ad un pallido imitatore delle sceneggiature e dello stile di Sorrentino... brr

7 – Ha vinto tanti premi, quindi non va criticato. Questa si commenta da sola (o forse no, ma tanto se uno la pensa così, spenderci parole è inutile).

8 – Fa bene all'immagine dell'Italia. Su questo non ci piove, un riconoscimento che faccia circolare il nome del nostro Paese all'estero è sempre una buona cosa, ma (accidentavvoi) non è che ne vada del buon nome del Paese se si ammette che magari l'opera in oggetto non è esente da difetti.

9 – Eh, ma tanti geni sono stati disprezzati nella loro epoca eppure le loro opere adesso sono considerate capolavori. Allora avergli dato l'Oscar e altri premi adesso certifica che sia un film sopravvalutato e di poco conto?

10 – Non capite un cazzo di cinema. Sempiterno, monolitico, universale invito al rispetto reciproco e lo sviluppo della cultura in Italia.

Conclusione: è chiaro che si ragiona sulla base di estreme semplificazioni e che ovviamente le argomentazioni negative sulla pellicola sono altrettanto labili quando non totalmente offensive per l'intelligenza. Mi riferisco a quei “fa schifo”, “è noioso, incomprensibile, orrendo”, “la grande (termine spregiativo a caso, di solito non molto elaborato)” eccetera. Quando però si difende un'opera, andrebbe difesa nel modo migliore: ovvero argomentando i motivi per la quale si ritiene meritevole, e renderli comprensibili e magari condivisibili alla controparte.

Ma si sa, ciò che è difficile e faticoso da spiegare viene spesso compensato dall'utilizzo del nostro meraviglioso turpiloquio nazionale...

lunedì 3 marzo 2014

Il post definitivo su LA GRANDE BELLEZZA

Paolo Sorrentino è l'uomo del giorno. 
Ha vinto l'Oscar. 
La Grande Bellezza tiene banco da mesi nel dibattito socio-culturale italiano. Quando il film è uscito ha diviso la critica, quando era un potenziale candidato alla statuetta ha sollevato dibattiti, quando ha rastrellato consensi e premi internazionali abbiamo cominciato tutti a scannarci su ogni mezzo possibile (da Twitter agli autobus, dove sono stato personalmente bastonato a sangue da un sosia di Toni Servillo che non era andato al cinema ma non accettava critiche sullo stesso). 

La discussione è arrivata a livelli tali che ha coinvolto chi il film lo ha visto e (/ma) soprattutto chi non lo ha visto; chi deve difendere il cinema italico perchè sì e chi, novello George W. Bush, se critichi qualcosa di italiano che va i giro nel mondo allora sei un traditore, un terrorista, uno che non merita di mangiare spaghetti, né di suonare il mandolino o di portare i baffi. E non pensarci neppure di andare ad una festa cafona, parlare di letteratura e avere velleità proustiane. Se poi vuoi guardare Roma con altri occhi, ti cavano gli occhi. Per cui, meglio se nascondi anche la tua collezione dei film di Fellini perchè potrebbero finire al rogo.

Tolta di mezzo la folle verve da Patriot Act, sgombriamo il campo da un altro dei primissimi luoghi comuni che piacciono tanto ai nostri connazionali, esemplificato dalla frase: “Eh, ma è un film che si ama o si odia, non c'è via di mezzo”.
Prego? Shortcut per evitare qualsivoglia civile scontro dialettico che possa schiodare dalla propria radicata semplificazione critica, questa uscita è irritante quanto Sorrentino che parla inglese.
Forse affrontare criticamente un'opera analizzando sia pregi che difetti è, nel sentire comune, un'onta peggiore della stroncatura lapidaria, che perlomeno (sempre secondo quest'idea) può lasciare la curiosità di andare a vedere se il giudizio estremo sia vero.
Ma dosare il bianco e il nero rischiando di ottenere del grigio; guai! Lesa maestà al genio che ha partorito l'opera.
Intendiamoci: La Grande Bellezza ha indubbi meriti come difetti altrettanto evidenti. 
E non c'è nulla di male nell'ammetterlo. Come le precedenti opere del suo autore, coniuga una personalissima poetica ad una rappresentazione assai barocca con aspirazioni artistiche tanto alte quanto sbandierate. Vive di momenti evocativi e suggestivi, anche divertenti, quanto di punti troppo criptici o poco risolti. Ha interpretazioni di grande spessore e altre meno azzeccate, e una parte finale un po' tronfia che rischia di far dimenticare quanto di buono costruito in precedenza. 
Sono giudizi ovviamente soggettivi, certo, ma anche lucidi e molto onesti. Non me la sentirei mai di consigliarlo a qualcuno gridando al capolavoro, altro sport nazionale praticato da moltissimi, specialmente quando c'è “l'endorsement” di qualche premio straniero o ancor meglio dell'Oscar...
Ma anche chi dice che “E' un film studiato su misura per piacere agli americani” si sbaglia. Certo, ricalca atmosfere e omaggia in maniera imbarazzante uno dei nostri maestri più amati (e premiati) oltreoceano. Non c'è niente di male a rifarsi ad un mito del cinema come Federico Fellini. Il confronto però, è sbagliato perchè... diamine, riguardatevi La Dolce Vita e poi (se ce la fate), La Grande Bellezza. Davvero, non me la sento neppure di commentare oltre. Il paragone non è impietoso, semplicemente non si pone: anche se entrambe le pellicole descrivono in maniera iperreale un ambiente, ridefinendone i confini con fare sornione e ambizioso. Quello che piace agli stranieri, forse, ma mica a tutti. 

La Grande Bellezza non è una sequela di cartoline di Roma, panorami mozzafiato e bellezze a iosa. C'è una descrizione, esagerata e impietosa, di un'umanità che si dibatte tra miseria (intellettuale, morale, corporea e patrimoniale) e nobiltà decaduta, con pochissimi sprazzi di speranza. Che questa paradossalmente sia affidata a un cinico viveur che ritrova (forse) parte della sua umanità alla fine del suo percorso esistenziale, è assai significativo. In mezzo, però, ci stanno forse troppe cose e non tutte abbastanza a fuoco. Ma, insomma, ognuno è in diritto di vederci quel che vuole. Ciò che è certo è che Sorrentino se la ghigna, scrive e gira per scene “visivamente madri” studiatissime e spesso risulta autocompiaciuto. Che questo sia un bene o un male, in un Paese dove a moltissimi piace guardare gente che si ammira allo specchio e si dice/canta/scrive quanto è bella e intelligente, è tutto da valutare.

Il problema non sono tanto i critici – blasonati e non, che tanto ormai poca differenza fa – la cui onestà e coerenza intellettuale spesso sono ondivaghe: sono certo che qualcuno è già tornato sulle sue posizioni o sta già annacquando quanto espresso all'uscita nei nostri cinema per far crescere una nuova gaudente disamina.
Il problema è quell'atteggiamento gladiatorio che, quando si presentano casi come questo, assale ogni singolo cittadino interessato ad esprimere una qualsivoglia e pur legittima opinione snudando la spada per difendere quell'italianità che – eccoci al nocciolo della questione – è quell'italianità un pochino distorta, disillusa, piagnucolante e autocritica che piace assai al di fuori dei nostri confini. C'è poco da eccepire su questo punto: la propaganda del “Paese d' 'o sole” è ridicola, ma anche il nostro istinto a ritrarci come concentrato di ogni indolenza, vizio, decadenza e assenza di etica – se non MOLTO in fondo, non è che giovi in modo considerevole alle velleità artistiche italiane, che tanti promuovono smadonnando in ogni dove per erigere altari a Paolo Sorrentino.

Ci sono in particolare quei mitomani che, come quando l'Italia calcistica vince i Mondiali, allora (ri)scoprono che l'Italia è un paese bellissimo, buonissimo, ricco di talento e POPPOROPPOPOPPORO noi siamo i meglio checciabbiamoavutodantemichelangelogalileo – anche se manco sa dove stanno di casa la letteratura, la scultura la pittura la filosofia e l'astrologia – allora tutti gli altri ce lo puppano. (E' una definizione di senso compiuto da leggere in un'unica emissione di fiato). 
I mitomani celopuppari sono la de-evoluzione dei tizi del havintostaizittochoragioneio. La cosa grave è che, ovviamente, gridano (o scrivono, o almeno ci provano) proclami sconnessi del tipo “E bravo Sorrentino che ai vinto e spero che il nostro paese si ricordi della grandezza che è stato grande per cui tutti rinbocchiamoci le mani che qui siamo ancora a poter fare delle grandi cose, basta metterci il cuore, siamo la terra dei geni geniali, viva l'Italia che a insegniato al mondo a fare tutto e insomma gli altri ce lo puppano!!!!!!”. 
Posto che, se la base del ragionamento sono gli Oscar, noialtri come Paese abbiamo puppato per anni e anni da nazioni che questi nostri connazionali nemmeno sanno dove stanno sulla carta geografica, la loro retorica si disinnesca comunque da sola... anche se è fastidiosa, adesso non potete provare a farglielo capire.
Magari aspettate che si vedano il film, e lo trovino una puttanata noiosa e incomprensibile.
Cosa che comunque non è.


Insomma, se non lo avete ancora fatto guardate La Grande Bellezza, ma poi non venite a lamentarvi se non v'è piaciuto e non ci dormite la notte. 
L'Academy al telefono non vi risponderà per dirvi cosa ci ha trovato.
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