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giovedì 3 luglio 2014

House of Cards, prima stagione: il fascino discreto della strategia (politica)

La politica, questa sconosciuta. 
Per quanto il cinema, la letteratura e la tv da decenni continuino a ritrarla come la più sporca, falsa, orribile attività umana, la realtà riesce a fare sempre di peggio.
Nonostante questo, gran parte del pubblico è sempre pronta a meravigliarsi, quando si va a mostrare con la macchina da presa – o la penna - quello che accade dietro le quinte del teatrino perbene e rispettabile della politica. O almeno, di quella politica che ancora almeno un teatrino di facciata ce l'ha, non come accade in Italia...

E' arrivata da noi, trasmessa da Sky, la prima stagione di House of Cards, tratta da un celebre romanzo di Michael Dobbs (datato 1989) già tradotto per la tv nel lontano 1990 dalla BBC inglese. A tirare le fila c'è Beau Willimon, uomo di teatro e autore del testo alla base di Le Idi di Marzo, bel thriller politico di George Clooney. L'opera ha sconvolto il panorama della serialità, essendo prodotta da un certo David Fincher per il canale online di streaming Netflix, ormai vero e proprio concorrente delle tv “vecchio stile”.

A partire dal testo di Dobbs (di esperienze repubblicane) gli autori di House of Cards mettono in scena le macchinazioni del capogruppo al Congresso del Partito Democratico Frank Underwood e della sua lenta, inesorabile e articolata “vendetta” nei confronti del Presidente degli Stati Uniti, reo di non averlo nominato da subito Segretario di Stato.

Una storia personale, quindi, alla quale solo qualche volta si affaccia la descrizione dell'attività politica a tutto tondo, sempre e comunque strettamente legata a ciò che Underwood si propone di fare (oppure ottenere). Esigenze narrative a parte, sembra infatti che Frank riesca a dedicarsi a tempo pieno alle sue losche trame senza lavorare mai per il Congresso. Ma questi sono dettagli: anche perché, per lo spettatore, lo spettacolo è assicurato, i colpi di scena ben assestati e la soddisfazione di vedere quanto la strategia a lungo termine dà i suoi frutti è un elemento che rende la serie un gioiello.

Cosa ci insegna House of Cards, al di là delle ovvie esagerazioni e delle strizzatine d'occhio al pubblico? Esattamente quello che ci insegna Game of Thrones: i cattivi vincono o riescono comunque a mantenere il potere, mentre chi è onesto, chi è fragile e di buon cuore o chi cerca la verità nel migliore dei casi è una pedina e deve ingoiare rospi, mentre nel peggiore finisce stritolato dal sistema, se non addirittura in una cassa da morto.

Barack Obama ha pregato i suoi milioni di follower di non spoilerare niente e di lasciargli vedere la serie in pace (ergo: piacere narrativo), qualcuno a casa nostra invece ha suggerito ai suoi uomini di studiarsela come scuola di politica (ergo: testo formativo). 

Al di là dell'idiozia della seconda ipotesi, è chiaro che House of Cards, se mai, rappresenta tutto ciò che la politica NON dovrebbe diventare.
Inseguire il potere per il potere, giocare con le vite e le carriere altrui per arrivismo personale, la totale assenza di scrupoli per raggiungere i propri obiettivi... sono quello che spesso la politica è e che invece non dovrebbe essere. House of Cards in alcuni tratti è pura fantapolitica e risolve le situazioni in maniera semplice, ma non si può non pensare cosa accadrebbe se davvero la maggior parte di chi si dedica alla carriera pubblica agisse in certi modi machiavellici.

Come nel caso dell'Alex di Arancia Meccanica, in questa serie siamo chiamati a subire il fascino di un protagonista assolutamente negativo (narcisista, amorale, bugiardo, manipolatore) ma dalla chiare, ammirevoli qualità (dedizione, visione d'insieme, carisma, intelligenza).

La cosa si fa ancora più difficile perché Frank Underwood, interpretato da un attore gigantesco come Kevin Spacey (che da solo vale la visione) ci interpella direttamente. Qui si vede la provenienza teatrale di Willimon: Frank rompe spesso e volentieri la quarta parete, ci guarda, ci sorride, ci mostra i denti, ci spiega cosa pensa e quali sono i “segreti” del mondo della politica. Che sia in mezzo ad un colloquio, ad una cerimonia, alla Casa Bianca, non importa: il tempo si ferma e lui ci parla come fossimo lì con lui.

Espediente ruffiano, facilone e potenzialmente pericoloso, capace di far deragliare la credibilità dello show, e che invece si rivela la carta vincente. Oltre all'altissima qualità della messa in scena, la scrittura e la sapiente scelta di interpellare lo spettatore per dare più spessore emotivo ad un personaggio spesso freddo, cinico e distaccato si rivela il colpo che mette K.O. la concorrenza. House of Cards è Kevin Spacey, non ce ne vogliano gli altri attori.

Robin Wright è Claire, la moglie di Frank, e i due sembrano legati da un accordo di reciproca convenienza che viene da lontano, nonostante tra loro esista davvero un forte sentimento. Anche lei non è certo una bella persona, basti vedere cosa combina con la sua no-profit CWI, eppure ci conquista, sebbene non come il marito.

Altro personaggio importante è Zoe Barnes (Kate Mara), giovane giornalista ambiziosa che vive l'intera parabola che va dal sogno alla disillusione nel corso della stagione. Prima profeta del giornalismo web contro la vecchia carta stampata, poi strumento (inconsapevole) di Frank e sua amante, infine minaccia alle macchinazioni del politico grazie alle indagini da reporter d'assalto. A differenza di Underwood, agisce senza scrupoli per combattere le sue battaglie senza ragionare troppo (registrare un'offesa del capo e metterla sui social network) e dimostra di essere abbastanza immatura, sebbene la sua consapevolezza cresca con l'andare degli episodi.

Del deputato Peter Russo (Corey Stoll), non voglio dire troppo perché è la figura più umana di tutta la serie e quella verso la quale proveremo i sentimenti più forti: vedere per credere (e soffrire).

Ho scritto un po' troppe parole, e forse altre ne servirebbero, ma la conclusione è ovvia: House of Cards è un prodotto imperdibile ed è entrato di diritto nel gotha delle serie tv memorabili e da seguire assolutamente.

Intrattenimento d'alta scuola e decine di spunti di riflessione sul mondo della politica e su come ce lo raccontano: che volete di più?

E adesso? Puoi leggere:
- Il pilot del "misterioso" The Leftovers

- Fargo, la recensione della prima stagione
- Giudizio sulla stagione 1 di Gomorra

sabato 14 giugno 2014

Gomorra finisce bene (la prima stagione) [SPOILER]

A volte si fa presto a gridare al capolavoro.
In Italia, poi, è ancora più facile, considerato il panorama desolante delle serie tv.
Eppure lanciarsi in lodi sperticate di Gomorra – La Serie è assolutamente doveroso: 12 episodi senza cali di tensione, senza sbavature. Compatti, emozionanti, sceneggiati e diretti magnificamente.

Il prodotto di Stefano Sollima, supervisionato dallo stesso Roberto Saviano, ha finalmente dimostrato (perchè, purtroppo, nel nostro Paese c'è sempre bisogno di dimostrare) che si può e si deve produrre fiction di altissima qualità senza ridursi a famiglie buoniste, nonni rincoglioniti, preti simpaticoni e bellocci/e inespressivi. Che il pubblico è pronto a premiare queste opere con ascolti altissimi. Che forse è sempre stato pronto, ma non gli è mai stato proposto un prodotto all'altezza dei concorrenti internazionali.

Adesso non ci sono più alibi. Certo, Gomorra – La Serie è stato uno sforzo titanico: quasi tre anni per pianificare, scrivere, trovare gli attori e girare la prima serie. Tutto nel nome di un verismo che è la vera formula magica del successo, dalla scelta di girare nei luoghi reali a quella di non romanzare troppo vicende e personaggi. Lo spettacolo c'è, eppure è tutto molto credibile. Certo, Shakespeare è dietro l'angolo, alcune soluzioni sono ovviamente tese a dare carisma ai protagonisti, ma il fatto che lo spettatore si ritrovi immerso in un universo dove tutti sono rappresentanti del male, senza vie di scampo o possibilità di identificarsi in un modello positivo qualunque, è importante e decisivo.

Tutti, in Gomorra, sono ammorbati da egocentrismo, ambizione, violenza, sopraffazione, rabbia, paranoia, assenza di scrupoli: nessun personaggio principale ne esce con un briciolo di dignità e di umanità. Persino chi, all'inizio, sembra essere il meno peggio si rivela essere il più spietato. Questo rende il telefilm un concentrato di tensione che cresce fino ad un finale orchestrato benissimo.

Una regia calibrata, una fotografia che cattura ed esalta ogni singolo dettaglio, un cast di volti sconosciuti perfettamente credibile e facce prese dalla strada di una bravura sorprendente. Tra queste ultime, il giovanissimo Danielino, ovvero Vincenzo, protagonista dei due episodi più emotivamente forti, che nella vita vera ha lasciato la scuola e poi è stato arrestato. Cose che alimentano polemiche, forse, ma che in quei luoghi sono all'ordine del giorno e confermano, se vogliamo, la necessità di mostrare certe aberrazioni che quotidianamente accadono sotto il cielo di Napoli (e non solo).

Dalla lotta per il potere agli agguati, dalle vendette alle estorsioni, dai figli indegni dei genitori ai giovani che non sanno cos'è il rispetto, dalle faide interne agli accordi trasversali per le scissioni. Non manca niente, in questa prima stagione di Gomorra, che si permette di terminare con un picco narrativo di una sparatoria durante una recita scolastica, un evento che altrove sarebbe potuto risultare esagerato ma che qui funziona perfettamente.


Adesso, col clan dei Savastano decimato dalla direzione impulsiva e inadeguata del figlio Gennaro (Genny!) - ferito gravemente ma non ucciso dal traditore Ciro di Marzio - e il ritorno dal capo don Pietro, sfuggito con un massacro al 41/bis, le cose si faranno ancora più serie. Il boss rivale, Salvatore Conte, avrà di fronte un avversario agonizzante ma non domo: e Ciro, che si è bruciato da entrambe le parti, che fine farà? Attendere sarà sfiancante, ma diamo piena fiducia al team di Gomorra per una seconda stagione all'altezza delle aspettative.

domenica 8 giugno 2014

Silicon Valley, prima stagione: carino, sboccato, ridicolo e intelligente

Ne avevo parlato qui dopo l'episodio pilota.
Adesso, poco dopo la fine della (breve) prima stagione, decreto ufficialmente che Silicon Valley è uno dei migliori prodotti tv di questo anno, e che è una visione quasi obbligatoria.
Il quasi è ovviamente legato all'interesse per la satira social(e) sulla tecnologia, i suoi guru e sul mondo dei programmatori più o meno nerd e sfigati.
Condizione che può essere agevolmente aggirata se si considera l'approccio assolutamente satirico e scanzonato dell'autore della serie, quel Mike Judge che ci ha regalato Beavis & Butthead, Office Space e Idiocracy.
Il che significa umorismo intelligente ma anche spesso e volentieri sopra le righe quando non addirittura pesante, però stemperato da una vena goliardica a cui si perdona tutto e da una scrittura leggera e sapiente.

Senza mai essere noioso, eccessivamente tecnico o didascalico, Silicon Valley è un prodotto tv che è riuscito a bilanciare perfettamente la parte “drama” con quella “comedy”. Anzi, portando la comedy della quotidianità dei protagonisti nel drama della costruzione di un'impresa e della lotta contro il Golia rappresentato dalla potente società multimediale avversaria.
Richard, Erlich, Dinesh, Gilfoyle e Jared sono personaggi vivi che acquistano tridimensionalità attraverso dialoghi spontanei e credibili. Nonostante l'esagerata stranezza dei comportamenti e le vicende spesso ridicolo, ci si affeziona subito a questo branco di nerd e alla creatura di Richard, Pied Piper (pifferaio magico) che da app musicale si trasforma in sistema di compressione rivoluzionario e in una società sgangherata che deve dimostrare le palle.
A volte la trama principale viene deviata in quadretti inessenziali ma esilaranti, mentre continua ad andare avanti il lavoro principale su Pied Piper; vignette condotte su binari completamente separati (vedi l'episodio sulla fidanzata e la routine satanista di Gilfoyle, da una parte, e il nativo digitale hacker contro Richard dall'altra) ma mai e poi mai qualcosa risulta fuori contesto.

Insomma, Silicon Valley è un gioiellino che riesce a raccontare la classica parabola degli sfigati che riescono a raggiungere il successo nonostante tutto, e anche nonostante loro stessi (tra egoismi, cazzeggio compulsivo, inesperienza e inettitudini) con uno stile da subito peculiare, leggero e gustoso.
Naturalmente, il successo è un punto d'arrivo ma anche e soprattutto un inizio: l'inizio di un'impresa (in tutti i sensi) potenzialmente milionaria, ma anche densa di trappole, pericoli e pochi scrupoli. The Social Network docet.
E qui scatterà la seconda serie, già confermata.

Una prima stagione di otto episodi talmente solidi che, se passiamo sopra l'ovvia necessità di dare un filo conduttore a ciascuno, costituiscono un lungo film da vedersi tutto d'un fiato, con un umorismo e un ritmo in crescendo e alcuni tocchi di genialità, soprattutto per quanto riguarda le figure dei leader tecnologici e la retorica delle app create “per rendere il mondo un posto migliore” e altre frasi fatte e stereotipi del genere.

Recuperate Silicon Valley, non ve ne pentirete.

mercoledì 19 febbraio 2014

Quello che ho capito della prima serata di Sanremo dai social dei miei amici

Perchè Sanremo è Sanremo ma soprattutto quelli che criticano Sanremo! In tempo reale, ancor meglio. Ecco, ieri sera sono stato *purtroppo* costretto ad uscire a socializzare (ehm, nel senso "fisico" del termine), divertirmi e conoscere gente interessante, quindi - indovinate un po'? - mi sono perso la prima serata della kermesse canora (adoro questo orribile termine, che calza a pennello) e l'ho vissuta solo a colpi di status, su FB e Twitter, da parte delle mie conoscenze. 
Ecco l'esperimento: vediamo cosa ci ho capito dopo aver letto centinaia di post, tweet, visto immagini etc etc.

- Il sipario è (metaforicamente) calato ancora prima di essersi alzato.
Sarà un'ottimo espediente retorico da utilizzare negli acuti pezzi riassuntivi in caso di flop.
Il sipario che non si voleva alzare... possiamo farci una fiction, RAI?

- Disoccupati protestano. Fazio scherza. (Scherza, sul serio) Poi non legge, anzi forse legge, ok, legge la lettera. (Però nessuno mi ha scritto i contenuti...)

- La Carrà, a 71 anni, in abbigliamento descritto tra l'Hell's Angel e il metallaro anni '80 che chiede la liberazione dei marò. In pratica, tipo Bono che chiede l'arresto della fame nel mondo agghindato da Renato Zero. Ah, a quanto pare molte donne sui trenta invidiano il fisico della Carrà.

- La Littizzetto l'ho vista in foto e solo e soltanto in costumi ridicoli (uno da Carrà, non versione dark-fetish però). Ha mai avuto un vestito vero addosso?

- Fazio con la barba sta malissimo (e non è che l'impermeabile dell'Ispettore Gadget migliori il quadro).

- La Casta meglio ora che 15 anni fa (Donne per lo più - spiegatemelo)

- C'era Venom sul palco?

- Qualcuno, evidentemente scherzando con pessimo gusto, si è inventato che Ligabue è salito sul palco e ha cantato Crêuza de mä di De Andrè. Per favore, non spariamo cazzate che già sto male al solo pensiero.

Gli evergreen:
Fazio lo pagano troppo.
La Littizzetto la pagano troppo.
Il Festival costa troppo.
Meglio Pippo Baudo (ma quando c'era Baudo voi dov'eravate?)

E, naturalmente, musica non pervenuta se non: le canzoni fanno tutte schifo (tranne sui profili degli artisti: lì qualcuno dice che sono belle)

Aggiungo una cosa: quando c'erano Francesco Salvi e Gigi Sabani in gara, il Festival era davvero un'altra cosa (e soldi ben spesi? LOL). 
Solo che ce ne rendiamo conto solo a guardare questa edizione... 
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