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mercoledì 25 giugno 2014

Un morso al social marketing, i brand ringraziano Luis Suarez

Social marketing con occhi e tastiere sempre pronti, ormai è regola: e se Luis Suarez sgranocchia la spalla di Chiellini durante il Mondiale di calcio, subito sotto a sfruttare l'ondata virale di status, tweet e meme.

In principio furono gli Oreo, quei bellissimi biscottini neri col ripieno di latte che da piccolo definivo "i Ringo negativi" (anche se i Ringo il nero già ce lo avevano).
Il 4 febbraio del 2013, durante il Superbowl, tirano fuori sui social (Twitter) in pochissimo tempo un'immagine che sfrutta il blackout avvenuto nello stadio di New Orleans: 
Alè, case study bello e pronto per social media manager, esperti di (social) marketing e via dicendo. La velocità di una battuta tradotta in instant-spot con il linguaggio ironico e immediato della rete. Bel colpo.

Da allora di caratteri ne sono passati sugli schermi e adesso tutti sono più pronti all'azione. Persino a casa nostra. Basta un evento fuori dall'ordinario, come può essere un morso tra giocatori in una partita del Mondiale brasiliano, e tutti piombano come falchi. Tutti, o meglio, chi può sfruttare l'accaduto perché è un brand legato alla "masticazione".
Pronti via: ecco chi si occupa di hamburger, patatine, bistecche e merendine

Cosa si nota? Che c'è ben poca inventiva e tutti giocano sulla retorica del cibo, del gusto e del morso. Niente elaborazioni grafiche, semplice sfruttamento del fatto avvenuto. 

Poi ci sono i brand che invece si occupano della salute dei denti (o le birre che si aprono con i denti)



E i nostri? Beh, c'è da dire che, al bando l'originalità, Barilla e Pavesi (Gocciole) ci hanno messo impegno:

Infine, come non citare i migliori esempi: quelli della tv, con Discovery Channel e AMC-Fox, che forte del comportamento da zombi (anche cerebrale) di Luis Suarez ha rilanciato il successone The Walking Dead

Se ti va, puoi leggere anche:

- Marketing dell'antirazzismo (con banane)
- Davvero nel giornalismo servono foto-shock?
- Dylan Dog e una generazione allo specchio

mercoledì 30 aprile 2014

Ma che selfie fai se la banana non ce l’hai? Marketing dell’antirazzismo

Gesto sportivo!
Che dei calciatori si affidino ad un’agenzia di marketing per ideare una campagna mirata a promuovere l'antirazzismo non mi pare niente di eclatante. Anzi, mi pare un iter discretamente intelligente e professionale.
Così come poco sorprendente è scoprire, poche ore dopo un gesto percepito come spontaneo e il relativo battage pubblicitario – perché il mondo dell’informazione è ormai veicolo della pubblicità di notizie che a loro volta sono spot, ricordate la non-notizia del video First Kiss? – che il gesto del calciatore del Barcellona Dani Alves è stato il risultato di uno studio di marketing.
Da sempre warholiana, 10 e lode.
Breve recap: Dani Alves, bersagliato dalla sciocca tradizione dei tifosi razzisti del lancio di banane in campo, ne prende una e se la mangia prima di tornare a giocare. Poco dopo si diffonde in rete l’hashtag #somostodosmacacos, da noi #siamotuttiscimmie, e via di foto e selfie con persone da ogni angolo del globo trasformate in grandi mangiatori di banane (Presidenti del Consiglo, sportivi, tua sorella, tuo zio, tua nonna, eccetera).
Intento nobile - gesto simbolico contro il razzismo, più forte di miliardi di parole - o privato che sia - Alves e Neymar volevano qualcosa di geniale per sfottere a loro volte i cori razzisti che ricevono durante le partite – missione compiuta.
Foto a caso di gente a caso.
Dal punto di vista meramente comunicativo, l’idea è stata un successo, testimoniato da milioni di articoli sulla stampa, status, condivisioni, selfie.
Dal punto di vista sociale il “fenomeno” che dura qualche giorno bruciando come trend topic e argomento virale è abbastanza impalpabile.
Oltre ad essere per certi versi insopportabile: sfido chiunque a vedersi la bacheca invasa da amici, conoscenti e vip che s’addentano delle banane senza spazientirsi dopo poche “fotocopie”. Va bene, siamo tutti d’accordo che il razzismo è il male e va estirpato con ironia e cultura, ma che mi frega della tua faccia in primo piano che s’addenta il frutto dell’amor?
Anche lui s'è fatto un selfie.
Senza contare tutti quei personaggi che sfruttano in modo malizioso l’ennesima, fugace moda del momento per ritagliarsi un attimo di notorietà e autopromozione. 
Siamo sempre lì, alla trasformazione dell’intento “nobile” in pubblicità e, nella sua deriva finale, in una vetrina su quanto noi siamo buoni e sensibili.
Dopo questo slancio umanitario che dura lo spazio di un selfie, che succede?
Archiviato il proverbiale quarto d’ora dove “siamo tutti scimmie” si torna ad essere degli homo più o meno sapiens, più o meno sottilmente e inconsapevolmente razzisti, presumo.
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