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lunedì 20 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street: se Caligola diventa un guru della motivazione

Ah, Scorsese, Scorsese. Invece di starsene buono, restaurare i vecchi film, fare i documentari sugli Stones, a 72 anni continua a voler fare pellicole fuori di testa, provocatorie, bigger than life.
Così come esagerata è stata la vita del protagonista di questo biopic, perchè di biopic sotto acido si tratta: Jordan Belfort, uno che da Wall Street è poi diventato il broker con meno scrupoli e più droga in corpo d'America. Ma anche con tanti, tanti soldi. Tanti da perdere la testa e ovviamente il controllo. Un folle, una lurida canaglia, un truffatore dal grande carisma, un esaltato, un uomo con una visione (rubare ai fessi per intascarsi i loro soldi), uno che ricompensava alla grande i suoi collaboratori, alle volte salvati letteralmente dal marciapiede. Un sogno americano in una bolla di sapone, durata sorprendentemente tanto, oltre cinque anni, prima che le forze dell'ordine potessero fare qualcosa. In mezzo, successe di tutto.
Nella sceneggiatura di Terence Winter (uno che ha scritto I Soprano e Boardwalk Empire, eh!) c'è ben poco di romanzato: tutte le cose che vediamo sullo schermo sono veramente accadute, e questo le rende ancora più folli, ridicole, inquietanti e pazzesche mentre le osserviamo.
Elicotteri che atterrano davanti alla porta di casa facendo scattare ogni possibile allarme, nani lanciati come freccette in ufficio, masturbazioni en plen air, sessioni di droga colossali e pisciate su documenti dell'FBI... tutto realmente accaduto. Leonardo DiCaprio parla di Belfort come un moderno Caligola, e la definizone calza a pennello.
In America è subito partita la tiritera del 'ma è un protagonista con il quale non si empatizza, è un grosso difetto'. Un grosso difetto? Calma, qui non stiamo parlando di Alex De Large, questa non è fantascienza sociale o una metafora: è qualcosa che è accaduto davvero, e che probabilmente, da qualche parte e in qualche altro ambito, sta accadendo anche adesso. Ok, Zuckerberg non è stato così esagerato, infatti The Social Network è noiosamente precisino (anche se è un bel film, intendiamoci)... Qui non si deve empatizzare con personaggi di fantasia, qua si cavalca un cavallo imbizzarrito, si parla di uno che 
fa correre leoni tra i corridoi, non capisce perchè la legge gli dia la caccia e pensa che fregare i più fessi sia praticamente giustificato da una legge naturale. Si ride di lui e con lui, ma l'inquietudine regna sovrana. Come per la frase di lancio d'epoca di Non aprite quella porta: E' tutto vero... è tutto vero... è tutto vero!
E alla fine, proprio alla fine, c'è un pazzesco inside joke: il vero Jordan Belfort, il genio del male della truffa, il drogato, immorale, fedifrago, schizzato Wolf of Wall Street, passa la parola a se stesso sotto le sembianze di DiCaprio, come a glorificare la propria attuale attività di guru motivazionale (meditate, gente) per convention ed aziende. Fregandosi le mani di starsene all'estero (lì la Nuova Zelanda, verosimilmente lui se ne sta in Australia) dopo soli 22 mesi di reclusione in un carcere con i campi da tennis, e soprattutto dopo aver restituito poco più di 10 milioni di dollari alle sue vittime a fronte di oltre 110 milioni intascati.
Ah, quanto mi piacerebbe sapere cosa vuol fare nella vita adesso chi lo ascolta per farsi motivare.
Un epitaffio perfetto per una pellicola che non riconcilia per niente, e che dividerà moltissimo.
E va bene così.
[P.S. Il film è DiCaprio-centrico e lui si fagocita tutti, Rob Reiner è grande ma sprecato, le musiche sono come al solito scelte con cura e c'è pure Gloria di Tozzi quando entrano in scena gli italiani...]

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