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giovedì 31 luglio 2014

Mannarino: "La musica è come una casa, mi piace cambiarla spesso"

In una (finalmente serena e calda) sera di fine luglio, arriva sul palco della Versiliana di Pietrasanta uno dei migliori esponenti del giovane cantautorato italiano: Alessandro Mannarino, reduce dal successo dell'uscita del suo terzo disco. Tantissimi ragazzi nel pubblico e un'atmosfera di attesa e grande entusiasmo lo attendono, mentre parliamo nel backstage...

Per il tour del tuo terzo e fortunato album “Il Monte”, hai deciso di occuparti in prima persona della regia dello spettacolo e della direzione dei musicisti. Ma cosa racconta questa opera? Cosa vuoi trasmettere?
Racconto la storia di un uomo e di una donna, e la ricerca della propria dimensione di libertà. Tutto inizia dalla voglia di trovare un “rapporto” tra l'uomo e la donna, e la lotta di quest'ultima per liberarsi di quello che chiamo “Impero”.
L'Impero è una condizione mentale e fisica, quella della città che è come un carcere in cui sei guardato a vista e tutto è controllato, anche l'amore. Controllato con il matrimonio, con la legge: ti fai due ore di traffico al mattino, lavori dieci ore, ti fai due ore di traffico alla sera, consumi un po' di pubblicità e vai a dormire. Questa è la condizione più becera.
Poi c'è la dimensione interiore, quella delle proprie disfatte, con l'idea dell'impossibilità di un rapporto umano, profondo, che ti faccia sentire vivo. E c'è la ricerca di questa donna che combatte i propri mostri e di un uomo che cerca questa donna, non si incontrano quasi mai, e alla fine si incontrano... sul Monte.

Parliamo del tuo ultimo singolo, molto bello, che apre il disco: Malamor.
In quella canzone racconto della nascita e di ciò che succede agli esseri umani, che invece di ricevere carezze, libertà e possibilità ricevono educazione, botte, freddezza... quindi c'è questo essere umano che nasce uomo, ma a un certo punto della vita si ritrova ad essere un cinghiale! Non capisce perchè, e deve scoprirlo.

Quando ti ho visto, per la prima volta, eri sul palco del Festival Gaber da solo con la chitarra. Adesso, con undici musicisti e tantissimi fan al seguito. Dove ti porterà la tua evoluzione musicale?

Sai che non lo so? Non ne ho proprio idea. È come quando prendi una strada e non sai dove ti porta. Bisogna avere fiuto nella vita: ti metti su una strada invece che su un'altra perché “annusi” qualcosa che c'è dall'altra parte. A me è capitato spesso nella vita, nello scegliere le persone, le situazioni... e la musica è proprio così. È il modo che ho adesso per avere una finestra da cui affacciarmi e dire cose. Il bello è che ogni volta cambio casa, e ogni volta devo scendere in strada, vivere un sacco di situazioni diverse ed entrare nell'altra abitazione, con un bagaglio di cose nuove da dire.

Qua sotto, il video che ho realizzato per Repubbica tv:

martedì 29 luglio 2014

Canzoni che compiono 20 anni nel 2014

Questa mattina, ascoltando un po' di radio, mi sono imbattuto in Basket Case e mi sono detto: ehi, è dal 1994 che questa canzone mi gira in testa... 

Poi mi sono reso conto che siamo nel 2014 (!) e che sono passati venti anni da allora. E che sono passati venti anni da un sacco di canzoni che hanno voluto dire un sacco per me.

Il 1994 è stato un anno strepitoso per la musica. Ecco perché:


sabato 26 luglio 2014

The Lottery: vinci un bambino nell'era infertile [#otptv]

I bambini non nascono più. La specie umana è a rischio estinzione.

Sto parlando di I figli degli uomini, il bel film del 2006 di Alfonso Cuaron? No, di The Lottery, serie tv appena iniziata del canale americano Lifetime, che ne mutua in pratica le premesse iniziali.

Una distopia, dunque, creata per il piccolo schermo da Timothy J. Sextonuno degli adattatori del romanzo originale della scrittrice P.D. James alla base del film. Come dire... di una buona idea non si butta via niente, anzi, si ricicla.

Il tema è interessante: se davvero il genere umano non potesse più riprodursi e non si trovassero delle spiegazioni, che cosa avverrebbe? 
A differenza di I figli degli uomini, dove il problema era già considerato irrisolvibile e la missione del protagonista aveva un sapore messianico, in questa serie tv scienza e politica, si capisce fin da subito, la faranno da padrone.

Niente per cui gridare al miracolo, intendiamoci: come ogni pilot l'episodio è schiacciato dall'esigenza di presentare tutti i personaggi e dare un'infarinatura del contesto sociale. A pochi anni da adesso, dopo la catastrofe che ha sconvolto il mondo, la dottoressa Alison Lennon riesce a fecondare 100 ovuli. Come ringraziamento, la Casa Bianca la licenzia e si appropria del laboratorio, ma lei, ovviamente, tenterà di agire per conto suo.

Nel frattempo, Kyle Walker, padre single di uno degli ultimi bambini nati sul pianeta, è costretto a rapire il suo prezioso figlio dalle grinfie del Governo che glielo vuole portare via... ah, il piccoletto si chiama Elvis.

Ci sono poi il Presidente degli Stati Uniti, che si affretta a dichiarare una lotteria rivolta alle donne americane per definire a chi saranno impiantati gli ovuli fecondati, la sua consigliera Vanessa Keller e un losco figuro politicante che, capiamo subito, è il primo dei "cattivi" che vedremo agire nell'ombra.

Un primo episodio abbastanza standard, per una serie che potrebbe giovare della necessità di dire qualcosa di originale nello spazio delle 10 puntate previste.
Le idee non sono male, e la fantascienza sociale è pur sempre affascinante: resta da capire dove vuole andare a parare questa opera. Speriamo che sappia evitare le secche del banale thriller sentimentale e metta altra carne al fuoco.

venerdì 25 luglio 2014

Expendables piratati e sacrificabili al boxoffice? Dipende da te

189 mila download in meno di 24 ore.
Sarebbe un bel successo, se si trattasse di qualcosa di legale. E invece stiamo parlando di un film non ancora ufficialmente uscito: The Expendables 3, il nuovo capitolo della saga action firmata da Sylvester Stallone, che riporta sullo schermo vecchie glorie e nuove leve del genere reso cult dalle pellicole degli anni '80.

Non giriamoci intorno: a meno di un mese dalla premiere ufficiale del film, la circolazione di una copia pirata in qualità DVD e questi numeri fanno cadere le braccia.

Ci ritroviamo di fronte ad un dilemma, e stavolta senza la foglia di fico del cinema d'autore che circola poco: chi attenderà un mese per vederselo sul grande schermo? Quanti, invece, preferiranno la comoda e gratuita visione sullo schermo del pc?

Un film d'azione del genere vive dell'incasso in sala dovuto alla "nicchia" di appassionati che, guarda caso, in gran parte (uomini, giovani) ricade nei grandi utilizzatori del download illegale. La frittata è (potenzialmente) fatta.

Il precedente a cui si può fare riferimento è “X-Men - Le Origini: Wolverine” che fu scaricato da 15 milioni di persone un mese prima dell'uscita nei cinema e incassò molto meno di quanto avrebbe potuto (vabbè, era pure un pessimo film...). Se vi consola, colui che uploadò il file pirata è finito in carcere e Megaupload, beh, sappiamo com'è finita.

Adesso, i cosiddetti amanti del cinema, del genere action, dell'arte e dei vecchi miti gloriosi degli anni '80 sono chiamati ad una scelta di campo. Affossare i propri beniamini o sostenerli fino alla fine, scaricare o vedere in sala, stare comodi o sostenere il (tanto amato?) cinema.

Google si "dimentica" 160 mila link: primi effetti del diritto all'oblio

Oltre 160 mila link de-indicizzati.
Ecco i primi risultati del diritto all'oblio stabilito dalla Corte Europea, almeno per quanto riguarda il motore di ricerca numero uno al mondo, Google.
Andate a rileggere qui di cosa si parla (realmente) quando di parla di oblio... il Wall Street Journal riporta che Google ha già fornito dei dati in via ufficiosa alla UE dichiarando di aver "rimosso" migliaia di link dai suoi risultati, accogliendo circa metà delle richieste avanzate dai vari utenti (per un totale di oltre 300 mila). Dunque Mountain View ha preso sul serio la questione, e la mole di lavoro che ne deriva, rispondendo ad oltre 91.000 persone che ritenevano di essere oggetto di informazioni "incomplete e scorrette", dando il via libera in almeno la metà dei casi alla rimozione dell'indicizzazione dei link incriminati.

Questo apre un sacco di interrogativi: sarà uno strumento che alcuni utilizzeranno per far rimuovere (o meglio, far nascondere) informazioni indesiderate su se stessi, negando magari un sacrosanto diritto all'informazione? La verifica della legittimità delle richieste e i criteri secondo i quali queste saranno messe in atto sarà davvero oggettiva e uguale per tutti? 

Di sicuro, al momento, faremmo meglio a tenere tutti gli occhi puntati su Google, che si ritrova - stavolta suo malgrado - a fare da testa di ponte per una rivoluzione tutta europea che presto potrebbe arrivare in altri continenti. 

In chiusura, vediamo i dati che riguardano i vari Paesi: al 18 luglio 2014 guida la "classifica" dei cittadini pro-oblio la Francia, con 17.500 richieste di rimozione, seguita dalla Germania con 16.500, dall'Inghilterra con 12.000, dalla Spagna (8.000) e infine dall'Italia (7.500). Al momento, sembriamo i meno interessati a questo strano modello di protezione della privacy.

giovedì 24 luglio 2014

Twitter sfida WhatsApp, infrangerà il muro dei 140 caratteri?

Dove eravamo rimasti nella guerra della messaggistica istantanea?
Al punto in cui i social si fanno battaglia tra loro, e dove ovviamente Facebook recita la solita parte del leone. Dopo aver acquistato WhatsApp, Zuckerberg vede adesso la contromossa di Twitter

Non siate perplessi: sì, il social cinguettante ha intenzione di implementare una propria chat e fare vedere i sorci verdi (anzi, gli uccellini azzurri) al rivale di sempre. Ma la domanda è: verrà sforato il tabù dei 140 caratteri, da sempre tratto peculiare, finora anche nei messaggi diretti?

Almeno secondo alcune fonti, Twitter punta a potenziare lo scambio di messaggi privati tra utenti, ma dovrà davvero darci dentro per contrastare l'ascesa inarrestabile di WhatsApp (e quindi FB) e altri come Snapchat.

Se la condanna a morte è una tortura

Ieri (mercoledì 23 luglio), in Arizona, è stata eseguita la condanna a morte di Joseph R. Wood, 55 anni, colpevole di duplice omicidio.

Potrebbe anche non essere una notizia, nei democratici USA, ma lo diventa per il record di durata della pena capitale. Si può uccidere un uomo per due ore? Adesso possiamo dire di .

Solitamente, l'iniezione letale - che dovrebbe essere indolore - impiega una decina di minuti per fare il suo dovere. Peccato che, a quanto pare, i nuovi composti non siano il massimo dell'efficienza. Certo, abbiamo già assistito ad esecuzioni che durano circa una mezz'ora, e anche di più, ma questo non giustifica l'inutile sofferenza imposta ad un condannato a morte.

Attenzione, non intendo entrare nel dibattito sull'opportunità o meno della pena di morte, sul quale ognuno ha la sua idea ed ha il diritto di difenderla. Quello che mi chiedo, e ti chiedo, è: ha senso trasformare in una tortura prolungata quella che, per legge - vedi l'ottavo emendamento della costituzione americana - dovrebbe evitare di "infliggere pene crudeli e inconsuete"?

Chi la considera una questione secondaria rispetto ad altre, dovrebbe riflettere sul fatto che stiamo parlando di uno Stato che dispone della vita di un essere umano, colpevole (o meno, come la storia insegna) che sia di nefandezze varie.  

Per quasi tutto il tempo dell'esecuzione, secondo fonti ufficiali, Wood ha agonizzato, nonostante la famigerata governatrice dell’Arizona, la repubblicana Jan Brewer, neghi ogni complicazione. 

C'è inoltre da considerare un fatto particolare: proprio per l'inefficienza delle sostanze che vengono iniettate nei condannati, sempre più spesso negli ultimi anni le sentenze vengono rimandate, e stiamo assistendo, in USA, ad una progressiva diminuzione delle pene capitali.

mercoledì 23 luglio 2014

Equo compenso, Franceschini abbaia ad Apple (ma è colpa della SIAE)

Che cos'è l'equo compenso? In poche parole, una tassa che si paga ogni volta che compriamo dispositivi come smartphone, tablet, pc e memorie usb. Perché paghiamo? Perché su questi prodotti possiamo "copiare" file in teoria protetti dal diritto d’autore.

Morale della favola, dobbiamo pagare di più degli oggetti per un uso che nemmeno potremmo mai fare. 

Adesso, con un tweet, il ministro Dario Franceschini se la prende con Apple dicendo che questa si rivale gli utenti aumentando il prezzo dei suoi prodotti in Italia rispetto ad altre nazioni europee (nello specifico per l'iPhone 5S 16Gb). Peccato che sia stato lui stesso, con la firma del decreto che ha rivisto le tariffe dell’equo compenso per copia privata, ad aver permesso questa mossa che suona come una rivalsa.



Vediamo cosa dice il testo: 4 euro sugli smartphone  e sui tablet con 16 Gb di memoria, 0.36 euro sulle memorie USB con 4 Gb di capacità, 0.20 euro sui dvd.

Chi ci guadagna? La SIAE, con i conti perennemente in rosso. La Società che tutela gli autori e gli editori, da sempre investita da polemiche dei suoi stessi associati e dalle logiche interne molto opinabili, tenterà (con il beneplacito delle istituzioni) di guadagnare più soldi possibili attraverso il provvedimento.


Nella prova di forza tra produttori di prodotti elettronici e la SIAE, nel nostro Paese non poteva che vincere quest'ultima. Il Governo la tutela, poi lancia un (debole) monito verbale dicendo che a pagare devono essere i produttori e non i consumatori, e con la coscienza a posto si siede a guardare.

A guardare come i costi, naturalmente, vengono scaricati su chi vuole comprare.

C'è almeno un risvolto positivo in questo bel provvedimento (lo chiamiamo salva-SIAE? Sì, dai)? Forse avrà una ricaduta sulle abitudini degli italiani, anche quelle dei più "arretrati". Andremo tutti a comprare i prodotti online, sugli store digitali degli altri Paesi europei.

Applausi (registrazione non coperta da diritti d'autore).

martedì 22 luglio 2014

In crisi di tempo? Facebook ti farà salvare tutto

Iniziamo dalle conclusioni: che il buon vecchio Facebook stia cercando in tutti i modi di far rimanere al suo interno gli utenti, senza farli "distrarre" su altre pagine, è ormai chiarissimo, vero? Così com'è scontato che questa permanenza, per il social, si traduce in potenziali introiti economici.

Veniamo al dunque e facciamoci una domanda. Paura di non riuscire a leggere tutto quello che postano gli amici su Facebook?
Mark Zuckerberg ha pensato anche a questo. A pochi giorni dalla notizia del pulsante "compra" con il quale non dovremo (forse) neppure più muovere le dita per andare su altri siti per l'e-commerce, ecco che FB vuol pure fare sua l'utilità dei reader.
Al suo interno, il social ha varato in forma sperimentale una nuova funzione per permettere agli utenti di leggere gli status-papiro degli amici, vedere i video o leggersi i link più tardi.

Ecco dunque il pulsante "salva", una specie di segnalibro che sarà utilizzabile sia su web sia in versione mobile. La funzione comparirà automaticamente sotto i post o accanto ai contenuti delle pagine fan. Ciò che viene salvato finirà in una sezione dedicata e non sarà pubblico, a meno che l'utente non voglia ri-condividerli con altri.
Esattamente come per gli acquisti online, l'opzione "salva" non è una novità, ma fu sperimentata un paio d'anni fa.

Un'opzione molto utile, di certo, per chi utilizza Facebook in modo professionale, per mantenere uno "storico" delle menzioni e degli articoli linkati sul social sulle proprie attività.
D'altro canto, ci sarà anche chi si salverà tutte le chiacchiere possibili per poi farsi una "rassegna status" alla sera!

lunedì 21 luglio 2014

Facebook si lancia sul "clicca e compra". Con un tasto

Era solo questione di tempo. Anzi, forse è strano che Facebook ci sia arrivato così pian pianino: il social di Mark Zuckerberg ha introdotto qualche giorno fa in USA la possibilità, per prodotti di piccole e medie imprese, la possibilità di acquistare online alcuni beni.
In questo modo l'evoluzione di FB è – quasi – completa. Un ulteriore passo verso l'implementazione di ogni funzione possibile, e il tentativo di “impedire” all'utente di lasciare la sua comoda timeline per migrare verso altri siti e servizi online.
Una comodità, certo, ma anche, come facilmente si evince, un nuovo modo (quanto e come invasivo lo vedremo meglio tra qualche mese) di inserire pubblicità e generare profitti per Facebook. Un tentativo di affacciarsi all'e-commerce per poi tentare la scalata al monopolio? Non è un'ipotesi tanto azzardata. Anche considerato che una prima sperimentazione di store online naufragò nel 2012.
Per adesso si sa che i post con l'opzione “compra” compariranno sulle pagine fan delle aziende e probabilmente sulle bacheche altrui solo attraverso promozioni a pagamento. Una invasione commerciale che comunque porterà ad un cambiamento dell'utilizzo di questo social, che non è il primo a sperimentare qualcosa del genere, ma è comunque attualmente il più utilizzato a livello mondiale.
Il pagamento? Con carta di credito/debito, naturalmente. Un modo per accedere ad ulteriori nostri dati? FB calma le acque: "Nessuna informazione sulle carte di credito che gli utenti condividono con Facebook quando completano una transazione sarà condivisa con altri inserzionisti – specificano dalla sede di Menlo Park - Le persone potranno scegliere se salvare o meno le informazioni del pagamento per acquisti futuri".


Domanda: cosa succederà quando entreranno in gioco sul social i colossi del commercio? Il rischio di soffocare le altre possibili proposte da parte di concorrenti medio-piccoli non è trascurabile.

C'è qualcos'altro che puoi leggere...
- Tutto ciò che cerchi su Google può essere usato contro di te
- Il diritto all'oblio? Non esiste!
- Il web e la scomparsa delle middle-class

sabato 19 luglio 2014

Il Freedom of Information Act (o: fiato sul collo alla pubblica amministrazione)

Privacy (vedi qui), diritto all'oblio (vedi qui), accesso alle informazioni.
In Italia mancano ancora strumenti che possano chiarire almeno parte gli interrogativi degli utenti della Rete e tutelarli.
E' in queste ultime ore che la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha formato un comitato di esperti per stabilire quali siano diritti e doveri per l'utilizzo di Internet e stilare una relativa Carta.

[La parola "doveri" è dove di solito i sostenitori dell'internet senza regole sbuffano e roteano gli occhi]

Che cosa sia un Freedom of Information Act è ben spiegato sul sito del FoIA4Italy, il soggetto costituito da 32 realtà della società civile che ha preso al balzo le parole del premier Matteo Renzi, che più volte ha sostenuto (e promesso) l'idea di realizzarne uno per il nostro Paese e "rivoluzionare" il rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione.

In sostanza, considerata l'informazione come diritto fondamentale dell'essere umano, istituzioni ed enti pubblici sarebbero obbligati ad essere molto più trasparenti (anche rispetto alle ultime disposizioni di legge nostrane), e di fornire informazioni sul proprio operato e su cifre e numeri importanti a chiunque presenti richiesta, sul modello americano. Questo naturalmente nel rispetto di dati sensibili e di questioni in materia di privacy

Diritto fondamentale e - quasi - dovere democratico di ogni cittadino, che tenendo il fiato sul collo alla pubblica amministrazione, attraverso un accesso pressoché totale a documenti pubblici (come nei paesi del nord Europa), potrebbe davvero fare la differenza e "costringere" la politica ad operare in modo corretto, veloce e trasparente.

Un argomento da tenere d'occhio, dunque, e il cui sviluppo va seguito con attenzione: il testo del Freedom of Information Act italiano, già presentato e disponibile, sarà presto aperto ad un crowdsourcing, così come l'operato della commissione (presieduta da Stefano Rodotà) voluta dalla Boldrini.

Il semestre di presidenza italiana del Consiglio europeo, in questo senso, potrebbe rivelarsi cruciale. Con un confronto in programma tra i nostri e i rappresentanti degli altri Stati membri (molti dei quali già dotati di strumenti simili), potremmo arrivare alla tanto sospirata "regolamentazione" dei diritti dei cittadini dell'universo web.

venerdì 18 luglio 2014

Il diritto all'oblio? È l'unica cosa che (davvero) non esiste

Qualche giorno fa scrivevo a proposito del diritto all'oblio, stabilito da una sentenza della Corte Europea. In pratica, ogni cittadino ha il diritto di richiedere ai motori di ricerca - Google, Bing & co. - che nei risultati vengano rimossi contenuti che lo riguardano direttamente e che siano ritenuti «inadeguati, irrilevanti o non più pertinenti, o eccessivi».

Google ha iniziato in grande stile a meditare sul da farsi costituendo un consiglio di saggi e chiedendo alla Rete il suo parere (qui).
Bing ha il suo bel modulino online di richiesta per bloccare i risultati "ai sensi di legge" (qui).

Non potrai mai sparaflashare e cancellare la memoria!
Morale della favola? Se di te parlano male, o in un modo che non ti piace, puoi (in teoria) far sparire il risultato.
Nel concreto? Si rimuove il risultato della ricerca, quindi si ottiene una de-indicizzazione del link, non certo l'eliminazione del contenuto stesso (che andrebbe richiesto a chi lo ha pubblicato, e qui i mezzi iniziano a venire meno).

Come si dice dalle nostre parti, fatta la legge, trovato l'inganno. Come a ribadire che tentare di cancellare o nascondere una notizia su internet equivale al "come può uno scoglio arginare il mare" di Battisti-Mogol, ecco che già esiste Hidden from Google. Un sito, promosso da un programmatore americano con il crowdsourcing, che elenca tutti link "vittime" del diritto all'oblio.

Inoltre, trovare ciò che viene de-indicizzato è altrettanto semplice: basta utilizzare motori di ricerca in altri Paesi per vedere, magicamente, quello che è "oscurato" in Europa. Che razza di oblio a intermittenza è questo? 

giovedì 17 luglio 2014

Il web, il progresso e i cadaveri della middle-class

Jaron Lanier
Il web è democrazia, libertà, rivoluzione?
Questo è certo, come è certo che la costruzione del futuro, anche via web, passa attraverso alcuni cadaveri molto reali.


Andiamo con ordine: dopo aver parlato (grazie allo spunto di un bel docufilm) di come l'impoverimento della classe media ci abbia portato al deprimente stato di cose in cui viviamo, mi sono imbattuto in un gran bell'articolo a firma Riccardo Staglianò dove a prendere la parola è niente meno che uno dei guru e dei profeti del web e della realtà virtuale, quel poliedrico Jaron Lanier che spazia dalla musica alla programmazione alla profezia di ciò che sarà come niente fosse.

E' un bel pezzo di giornalismo, e merita di essere letto da cima a fondo. Alcuni concetti espressi da Lanier sono di una semplicità e di una concretezza disarmante:
«Ci piace la musica gratis, ma poi gridiamo allo scandalo per l’orchestrale nostro amico che non ha più fondi. Ci eccitiamo per i prezzi online stracciati, e poi piangiamo per l’ennesima serranda abbassata. Ci piacciono anche le notizie a costo zero, e poi rimpiangiamo i bei tempi in cui i giornali erano in salute. Siamo felicissimi dei nostri (apparenti) buoni affari, ma alla fine ci renderemo conto che stiamo dilapidando il nostro valore»



Lavoratori (del/sul) web
Niente di più vero. Riflessioni forse ridondanti per chi è abituato ad analizzare la realtà e vedere i cambiamenti in atto, ma alla stragrande maggioranza delle persone questa consapevolezza ancora manca. Soprattutto perché il mercato (ma quale, ormai?) spinge in una direzione strana, e i consumatori - se ancora possiamo chiamarli tali - si sono adagiati su un sistema dove tutto o quasi si può trovare gratis e a prezzi stracciati, uccidendo in un passaggio traumatico quel poco di classe media e piccola imprenditoria rimasta.

La rivoluzione digitale, sia benedetta e/o maledetta, sta lasciando da anni e con sempre maggiore frequenza una scia di morti nel suo galoppo, e per ogni Kindle chiudono due librerie, lo sappiamo. Per ogni brano scaricato musicisti non affermati annegano nell'indigenza. E così via.


Over(social)flow
Non solo offline: anche sulla rete chi sta in mezzo muore, chi non impegna le sue giornate ad essere "qualcuno" è tagliato fuori dal giro che conta e dal mercato che si sta sviluppando. I mezzi sono diversi ma la logica è la stessa, declinata ad un individualismo-egocentrismo (personal branding o corporate marketing che sia) dove le regole sono più subdole ma la sostanza è la stessa: emergere, vincere sulla concorrenza, fare affari.


Driveless car
Ma non è che un singolo aspetto nel mare della vita reale e del quotidiano. Pensiamo a lavori del settore "servizi" come quelli del traduttore, con Skype che annuncia la traduzioni in tempo reale della conversazioni. Del tassista, con le driveless car alle porte. Del commercialista, minacciato da sistemi automatici sempre più precisi che calcolano perfettamente cifre e importi.

Lascio la chiosa ancora a Lanier:
«Per quanto faccia male dirlo, potremo anche sopravvivere distruggendo solo la classe media composta da musicisti, giornalisti e fotografi. Ciò che non è sostenibile è la distruzione di quella che lavora nei trasporti, nella manifattura, nel settore energetico, nell’educazione e nella sanità, oltre che nel terziario. E una tale distruzione accadrà, a meno che le idee dominanti sull’economia dell’informazione non facciano dei passi avanti»

Se ti va, puoi leggere anche:
- La classe media? E' stata uccisa...
- Anche il giornalismo si delocalizza. In Albania.
- Carenza di onestà (ed eccesso di informazione)

mercoledì 16 luglio 2014

Delocalizzazione del giornalismo: dall'Albania con furore (forse)

Quanto facevano i furbi, i giornalisti, occupandosi delle questioni della delocalizzazione di fabbriche e produzioni varie, pontificando (quelli dalla verve opinionista) sul fatto che "il prodotto italiano deve essere italiano", magari sicuri del fatto che scrivere è una professione dove si sta comodi nei "paesi nostri"?

Beh, cade un altro tabù del giornalismo: quello italiano si farà (anche) a Tirana, Albania, con l'esperimento di cui è portabandiera l'ex conduttore di Matrix Alessio Vinci.

Agon Channel, questo il nome della nuova realtà (con capitali italici di Francesco Becchetti), scende dunque nell'agone mediatico e promette di farlo con uno slogan controverso: "Saremo la Ryanair dell'informazione". Cioè, low-cost... ma con quali vantaggi per l'utente tv, dato che dei "valori aggiunti" che sono il sale del giornalismo, Ryanair ne fa volentieri a meno?
Se si parla di abbattere i costi per realizzare trasmissioni in studio, allora è ok. Altrettanto importante è richiedere ai giornalisti di sapere confezionare un servizio dall'ideazione alla scrittura, dalle immagini al montaggio video. Sono finiti, cari colleghi, e da un pezzo, i tempi in cui basta battere sulla tastiera.

La mentalità di questo tipo potrebbe dare uno scossone per il benedetto ricambio generazionale. Ma - ovviamente - fare i San Tommaso non è un lusso, in questo caso è un dovere assoluto.

Anche perché, abbattere i costi di produzione va bene, ma abbattere i costi del giornalismo vivo (quei poveri esseri umani che producono e diffondono informazione) sarebbe un inutile, ennesimo massacro della categoria. Pedalare va bene, ma almeno una borraccia d'acqua per scalare le montagne ci vuole!

Agon Channel ha già fatto partire i casting per fiction e reality. Non proprio una tv alternativa, dunque (manco gli si chiede, in fondo si presenta come generalista).
Ma rimaniamo a quello che ci interessa. Dice Vinci: "Non c'è spazio per grandi redazioni e gente che realizza un servizio al giorno". 
Sacrosanto. Ma da lì a strizzare per pochi spicci giovani e meno giovani volenterosi giornalisti, il passo è breve.

martedì 15 luglio 2014

La classe media uccisa dalla finanza (e dal web)

Parlare di economia non è mai semplice. È un argomento importante che spesso spaventa il pubblico. Pensate allora quando il giovane regista Robert Kornbluth è andato in giro cercando finanziamenti per un documentario sulla progressiva sparizione della classe media e l'inasprirsi delle disuguaglianze sociali in America.

Alla fine c'è riuscito con il crowdfunding e con qualche sponsor (tra cui, di sicuro, Mini-BMW) e il lavoro è eccellente. Un film (Inequality for all) la cui visione è consigliata a tutti: rappresenta un saggio di chiarezza espositiva, leggerezza istruttiva nel trattare temi complessi e importanti e, non ultimo, lancia un messaggio positivo non facendo del catastrofismo ma invitando a riflettere. Il successo meritato è arrivato dal Sundance Festival e da moltissima stampa internazionale.

A farci da cicerone in questo breve ma utile viaggio è Robert Reich, brillante professore dell'Università di Berkley in California ed ex ministro del Lavoro nel primo mandato presidenziale di Bill Clinton (amministrazione controversa ma che sotto il profilo del welfare operò bene). Con umiltà, (auto)ironia e intelligenza, Reich – autore del libro che ha ispirato il film - ci spiega in modo sereno cosa è accaduto per ritrovarci a vivere peggio di come stavamo 40 anni fa... tutti tranne l'1% della popolazione.

L'esempio americano non è per niente distante dalla realtà dei Paesi europei, e anche del nostro. Alla fine del dopoguerra e del boom economico, è accaduto qualcosa. Dalla fine degli anni '70, gli stipendi del ceto medio si sono livellati e non sono cresciuti in proporzione al costo della vita in salita costante. Abbiamo assistito a globalizzazione, delocalizzazione, deregulation, meccanizzazione del lavoro.
Il divario sociale si è invece ampliato, da una parte favorendo una minoranza di ricchissimi (a cui le tasse sono state tagliate), dall'altra andando a penalizzare quello che da sempre è stato il propulsore dell'economia mondiale, il grosso dei lavoratori e la loro capacità di spesa.

Non sono i ricchi a produrre posti di lavoro. E' la maggioranza della popolazione, la classe media, attraverso i suoi acquisti, a far girare l'economia, a sostenere la produzione di beni di consumo e quindi a gettare i presupposti per l'imprenditoria e la creazione dei posti di lavoro necessari.

Un equilibrio ben esemplificato nella pellicola, attraverso un chiaro schema che illustra un circolo virtuoso: stipendi adeguati - consumi che salgono – assunzioni - maggiore gettito fiscale - più investimenti pubblici - lavoratori più istruiti - economia in crescita - produttività maggiore.
Mettete a tutti questi fattori il segno opposto, e vedrete la situazione che viviamo da ormai troppo tempo.

Ogni punto meriterebbe un approfondimento, ma basta rilevare come, attraverso i decenni, in alcuni Paesi mondiali una popolazione più istruita ha saputo generare un mercato del lavoro migliore e una capacità dell'individuo di trovare o creare nuovi impieghi. Dunque una società che ha saputo far fronte in modo migliore alla “crisi” che ha investito il mondo negli ultimi anni.

L'ultima parte della pellicola, pur senza catastrofismi, solleva un'importante domanda: come può la politica svolgere serenamente il suo ruolo di soggetto che dovrebbe tutelare tutti i cittadini e in particolare i più esposti ai rischi economici, se ogni anno che passa è sempre più bisognosa lei stessa di soldi e di “appoggi” di ricchi magnati? La realtà delle campagne elettorali americane è lampante, ma anche in Italia, da Berlusconi e Renzi, questo fenomeno è sempre più tangibile.
Il rischio è che la tutela della classe media, dei lavoratori, degli stipendi e delle fasce deboli si riduca soltanto a slogan e a poche, piccole, elemosine.


Ci sono poi le responsabilità del web e del progresso tecnologico, ma di queste parleremo in un prossimo post.

lunedì 14 luglio 2014

C'è carenza di onestà (ed eccesso d'informazione)

Il dibattito sul giornalismo va avanti da giorni con rinnovato vigore, ora declinato al blogging vs. fact checking, ora rivolto a capire quanti chiodi sulla bara abbia la professione stessa del giornalista.

Premesso che l'esercizio del fare informazione mai morirà, indipendentemente da qualità, quantità e modi di usufruirne, diverse riflessioni interessanti - di carattere etico e "generale" - arrivano dalle parole di un giornalista duro e puro come Massimo Fini su Linkiesta.

In pratica, prima di metterci a discettare su quanto e come il giornalismo sia morto e i giornalisti moribondi, dovremmo prima farci un esamino di coscienza come cittadini, e capire quanto i cambiamenti antropologici della nostra società vengano da lontano e abbiano condizionato l'atteggiamento con cui ci si approccia all'informazione, a livello professionale e di semplice consumo.


Dare di nuovo un senso a certe espressioni divenute inflazionate e svuotate di senso può essere un punto di partenza. "Onestà intellettuale", ad esempio. Tutti a tirare in ballo l'onestà intellettuale, persino per difendere posizioni indifendibili. "Coerenza", per continuare. Coerenza non significa perseguire nell'errore o non ammettere le proprie colpe, ma molti si riparano dietro questa interpretazione.

Fini dice una cosa da tenere a mente: L’onesta intellettuale è un atteggiamento mentale che dovrebbe rappresentare la normalità. Significa trattare nello stesso modo chi ti sta simpatico e chi ti sta antipatico. Una cosa se secondo te è sbagliata, o giusta, lo devi riconoscere indipendentemente da chi la fa.

Una banalità? Lo sarebbe se potessimo dire di riscontrare questo atteggiamento nella vita reale. Pensateci: quante volte vedete qualcosa del genere? Quante volte anche noi (professionisti o meno), applichiamo due pesi e due misure?


Giornalisti e intellettuali (altra categoria di cui si potrebbe discutere all'infinito) non sono più come agli albori della società moderna i cani da guardia che controllano il potere e la politica: questo perché, prosegue Fini, l'idolatria del denaro - o anche la semplice necessità - ha fatto crollare gli equilibri. E, possiamo aggiungere noi, anche l'ego e qualche volta la voglia di "contare qualcosa" al prezzo di diventare schiavi di certa politica o certe lobby.

L'informazione non è morta, ma in un certo senso è finita: finita per eccesso di informazione. Ogni giorno siamo circondati da un overflow di articoli, argomenti, opinioni, post, status, tweet tra i quali è difficile districarsi e quasi impossibile individuare dove sta la correttezza. Questo perché testate grandi e piccole, giornalisti noti e meno noti, spesso cadono nelle trappole della velocità, del sensazionalismo e dell'autoreferenzialità, soprattutto online.

Certo, grazie al web si stanno sviluppando anche nuove forme e nuovi canali di informazione, e il futuro è un work in progress
In fondo, anche se soluzioni a portata di mano nessuno ne ha, le regole da tener presenti dovrebbero essere semplici (e valgono per tutti, non solo per i giornalisti): essere onesti e fornire contenuti utili, non tentare di raggirare il lettore-utente con stratagemmi ma donare qualcosa di proprio e unico.

La politica della ricerca compulsiva del click sta volgendo al termine, i risultati parlano chiaro. Sopravviverà chi saprà trovare la propria nicchia di qualità, settorialità e competenza.

Ti va di leggere ancora qualcosa?
- Il giornalismo è vivo (ma rischia di zombificarsi)
- Privacy (is dead?): tutto ciò che digiti può essere usato contro di te

- Formazione professionale giornalisti: cosa serve davvero?

sabato 12 luglio 2014

Tutto ciò che cerchi su Google potrà essere usato contro di te

E se Google avesse un grande archivio dove conserva ogni singola ricerca che abbiamo effettuato?
Se, a richiesta, Big G acconsentisse tranquillamente a fornire tutte le parole che avete inserito nel motore di ricerca e il contenuto delle vostre mail ad autorità che vorrebbero “preventivamente” evitare qualche potenziale illecito, vi sentireste tranquilli?

Questa realtà (perché di realtà si tratta) e molto altro materiale inquietante è il punto di partenza di Terms and Conditions may apply, un documentario del regista americano Cullen Hoback
Il film ci mostra cosa accade ogni volta che schiacciamo a cuor leggero il fatidico pulsante “Accetta” senza dare troppa importanza al fiume di testo che precede la creazione di profili, l'utilizzo di app, la registrazione a servizi e via dicendo.

La privacy è morta?
Fortunatamente il doc non utilizza toni apocalittici (uno dei principali difetti di molte opere cinematografiche “di denuncia”) e Hoback tende a usare un registro leggero e paradossale, sebbene i suoi intervistati siano abbastanza sicuri quando affermano che il progresso ha reso totalmente trasparente la nostra sfera privata grazie ad internet. E spesso, con il nostro consenso e contributo.
Il caso più eclatante sono i social network, una vera e propria benedizione per gli spioni di professione. 
E' incredibile quanto la gente, adesso, sembri fare a gara per fornire più informazioni possibili sulla propria vita e su cosa faccia ogni singolo minuto della giornata”, dice qualcuno a un certo punto, e tu inizi quasi automaticamente a ripercorrere con la mente i tuoi status e i tuoi post

In pratica, ci stiamo consegnando ad un Grande Fratello che sta imparando a fare a meno delle telecamere (ma non preoccupatevi, si stanno moltiplicando anche quelle). Un Big Brother che vuol farti vivere libero ma monitorato, auto-denunciando ogni tuo gusto, spostamento, cambiamento di vita.
Libertà dai confini sempre più ristretti, che può vedere le forze dell'ordine compiere aberrazioni – come arresti “cautelativi” di pacifici dimostranti o artisti di strada nei giorni di eventi ad altro rischio – o vendette occulte, vedi la vicenda dell'ex capo della CIA David Petraeus, incastrato dalle “intercettazioni” su Gmail delle conversazioni tra lui e l'amante. Mail che erano salvate in bozza, quindi neppure spedite.

C'è di che sentirsi un po' paranoici, se nell'Unione Europea non fossimo in effetti un po' più tutelati rispetto ai democratici USA, e di recente abbiamo pure (faticosamente) acquisito quel diritto all'oblio invocato per tanto tempo (un discorso a parte e da subito dibattutissimo).
Ma se chiedi a Google di fornirti uno stampato di tutte le tue attività online, beh, ci metterà un po' e te lo farà avere. Incluse le ricerche imbarazzanti su gattini rosa e abitudini sessuali delle Sule dai piedi azzurri delle Galapagos (per citare i casi migliori). 
Basterà qualche freno legale a garantire il rispetto totale della privacy degli utenti?
Le aziende rinunceranno mai alla compravendita dei dati personali, che sembra essere la nuova miniera d'oro del commercio?
E siamo sicuri che nessuno registri e conservi ugualmente ogni nostra mossa sul web?

Il film, visti i tempi di lavorazione, termina prima del caso Snowden, aggiunto all'ultimo tuffo sui titoli di coda. Ma c'è di che meditare...

mercoledì 9 luglio 2014

Il giornalismo è vivo (ma rischia la zombificazione)

Inizio da una riflessione interessante proposta da TagliaBlog, che torna sul tema della caduta libera della qualità del giornalismo online.

È vero, ormai ogni giorno le notizie che ci saltano addosso e ci aggrediscono online sembrano essere praticamente soltanto quelle più strampalate. In pratica non c'è una via di mezzo: si passa dallo stile “cronaca vera” (animali, gente impazzita, malattie assurde) alla cronaca nera affrontata in modo morboso e superficiale.

I danni per l'autorevolezza del giornalismo (inteso come professione) sono incalcolabili.
Ma la (triste) realtà è che il pessimo giornalismo è sempre esistito, esiste e sempre esisterà. È un sistema contro il quale bisogna battersi. E ci si batte sia facendo buona informazione, da professionisti, sia chiedendo che l'informazione sia utile e onesta, da lettori.

Certo, se tutti – anche le grandi e storiche testate - si piegano al più bieco link/like/click baiting sembra non esserci speranza.
Eppure a ben guardare sono pochi gli articoli-fuffa. I giornali online propongono moltissimi articoli, di tante e diverse tipologie (penso alla sanità, l'economia, la tecnologia): però, ad avere risalto sono sempre quei pochi pezzi che possono garantire un “gancio” che porti più traffico possibile sul sito.

Diciamoci la verità: le testate giornalistiche hanno acquisito le brutte abitudini che appartengono al peggior marketing.
Scrittura frettolosa, propaganda facilona, autoreferenzialità, “prostituzione” a fine di vantaggi/contatti/visite/sponsor... però sono cose che esistono dall'alba dei tempi.
D'altro canto, non si può rimproverare alla stampa di cercare di acchiappare lettori facendo del sensazionalismo o dei titoli d'impatto. Succedeva con gli strilloni nelle strade alla fine del'Ottocento, succede anche adesso. Bisogna però considerare che esistono diverse tipologie di lettori, da quello attento e preparato a quello che (soprattutto online) cerca uno spin-off dalla sua routine. Anche il giornalismo punta a dove tira il mercato.
Se poi da lì si arriva ad altri argomenti, soprattutto se più interessanti e intelligenti, tanto meglio.

Non si può però non collegare il cambiamento radicale del modo di fare e proporre giornalismo all'ascesa e all'importanza dei blog, un evento che ha rivoluzionato la storia.
Non sempre è tutto oro quello che luccica, e i blogger più scafati e integerrimi lo sanno bene: spesso dietro ad alcuni blog (e penso soprattutto a quelli che in USA hanno finito per sovrastare alcuni canali ufficiali) ci sono individui che scambiano e spacciano le proprie opinioni per notizie verificate e le proprie tesi come verità rivelate. L'industria delle notizie si è accorta di questo fenomeno e ha tentato – e tenta tutt'ora, anche da noi - di appropriarsene declinandolo in vari modi.

Nel migliore dei casi, assoldando il blogger autorevole per creare contenuti autorevoli, nel peggiore reclutando blogger-scimmie e pagandoli per il volume di traffico internet generato (sempre che si parli di soldi, perché ad alcune scimmie va bene anche la gratuità). La colpa è di chi offre questo tipo di lavoro o di chi lo accetta?

Attenzione, qui non si vogliono attribuire con leggerezza delle responsabilità. Una domanda, però, dobbiamo farcela. Il “peccato originale” è di chi produce giornalismo (/comunicazione) spazzatura o di chi ne usufruisce, quasi sempre consapevolmente?

Non dobbiamo infatti dimenticare un punto fondamentale: non è merito o demerito dei giornalisti, nè tantomeno dei blogger, se gran parte dell'utenza di internet preferisce i gattini nelle scatole alle notizie di economia, o se viene attirata dal titolo idiota (“Bambina schiaffeggia madre con un fetta di pizza e le salva la vita”) invece che dal titolo o dall'articolo confezionato con competenza, onestà e professionalità.

E' un problema più complesso e articolato, una questione che – probabilmente – dovrebbe far riflettere sulla nostra stessa società (e l'umanità intera), o rivedere le proprie strumentali fantasie “sull'internet libera tutti”, motore di cultura, progresso, innovazione.

In sostanza, per parafrasare un inflazionato modello di tautologie che risponde al nome di Forrest Gump, morto è chi il morto fa.
Ma non parlerei esattamente di morti: piuttosto di zombi, che diffondono un morbo.
L'immagine forse è un po' forte, ma beh, il problema è serio!
Sono zombi i giornalisti che inseguono il titolo acchiappa-clic e il giornalismo con contenuti acchiappa-clic.
La qualità costa fatica. Tempo. Sudore. Frustrazione (i risultati si vedono sul lungo termine, si sa).
Fare del giornalismo utile e corretto paga. Così come del blogging sano e rispettoso.
Ben vengano le riflessioni, gli spunti critici, le polemiche, le provocazioni.


Anche se la vera rivoluzione avverrebbe se gattini nei vasi, squali ballerini, starlette malvestite e malattie assurde non fossero gli argomenti costantemente in testa nelle classifiche dei post più cliccati, sempre e comunque...

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