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mercoledì 22 gennaio 2014

The Counselor - Il procuratore: discorsi a vuoto sotto il sole

Ridley Scott è quel regista che ti mette sempre nella posizione di dover ricordare il suo glorioso passato, i suoi capolavori e la sua competenza registica e formale. Poi però ti tocca scorrere la sua carriera degli ultimi 20 anni e trovi quasi sempre film che hanno cercato il 'botto' spettacolare, solidi sì, ben girati, anche, ma che difficilmente ti hanno scaldato il cuore o ci hanno lasciato un graffio.
The Counselor è invece un film che provoca disappunto. Insomma, in Ridley riponi sempre un bel po' di fiducia, quantomeno per il solido mestiere (persino dopo l'orribile Prometheus): poi c'è la sceneggiatura di Cormac McCarthy, uno che ci ha regalato i libri da cui sono tratte un paio delle migliori opere del decennio scorso come The Road e Non è un paese per vecchi. Uno scrittore Pulitzer che rientra tra i più grandi d'America. Il connubio, però non è stato garanzia di qualità.
Anzi: una prima mezz'ora di continui spiegoni, i classici dialoghi che fanno già capire cosa vedremo nel finale, lascia il posto a un susseguirsi di eventi poco interessanti e coinvolgenti, per un classico schema criminale della consegna di droga andata male perchè qualcuno trama nell'ombra. Ci sono poi ulteriori dialoghi troppo sopra le righe e vagamente bolsi, qualche battuta sapida (soprattutto in bocca a Brad Pitt), ma l'atmosfera che si respira non è mai quella di una tragedia umana, cosa alla quale evidentemente si punta, quanto di un thriller sgonfiato di pathos.
Un racconto morale-esistenziale risaputo che, probabilmente, sotto forma di romanzo avrebbe funzionato meglio, pur senza entusiasmare.
Le interpretazioni di maniera non emozionano né convincono fino in fondo, neppure per quello che, è evidente, si vorrebbe far eleggere allo spettatore a personaggio memorabile, ovvero la Malkina di Cameron Diaz. L'attrice ne esce tutto sommato bene, quasi meglio dei colleghi, oltre ad essere protagonista della scena più controversa e, per dirla come Javier Bardem, “più ginecologica che sexy”, pur se ovviamente controfigurata (e la regia fa i salti mortali per far... quadrare tutto). Fassbender senza infamia né lode, Penelope Cruz sprecata e poco incisiva, in un ruolo incolore che non le rende giustizia. Curiosa tripletta di camei televisivi, con Dean Norris, Natalie Dormer e Goran Visnjic… in due piccoli ruoli anche Bruno Ganz e John Leguizamo. Insomma, cast delle grandi occasioni persino nei piccoli minutaggi. Un'esibizionismo autocompiaciuto che, però, non sopperisce alle mancanze drammatiche e non crea nessuna sintonia con lo spettatore.
Film diseguale, verboso e non riuscito, per un genere (il crime-drama-esistenziale di frontiera) che probabilmente andrebbe svecchiato.
E non saranno quelli come Ridley Scott a farlo...

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