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lunedì 30 giugno 2014

Formazione professionale giornalisti: cosa serve davvero?

La formazione professionale continua è un obbligo anche per i giornalisti, e dopo le direttive dell'Ordine nazionale, ogni realtà regionale sta mettendo in piedi corsi per i suoi iscritti.
Qui in Toscana le cose vanno relativamente bene, anche se più corsi online e gratuiti sarebbero graditi (ma su questo tema, c'è una petizione online di respiro nazionale che vi invito a firmare). Sabato scorso, a Castiglioncello, si è discusso di informazione nel mondo dello spettacolo dal vivo. Un particolare giornalismo settoriale che ha visto in modo progressivo il suo spazio assottigliarsi e il suo esercizio diventare passione.


Quindi parlerò di questo, nel post? Assolutamente no, caro lettore. Siccome siamo una categoria vivace, polimorfa e perversa, è possibile che un corso di aggiornamento non vada come previsto e tratti solo in minima parte l'argomento di partenza. Quelle dei corsi di formazione sono anche e soprattutto occasioni per parlare, confrontarsi, sfogarsi e ascoltare. Cose che, per stessa ammissione di chi ha più esperienza, non sono mai state all'ordine del giorno.

L'argomento è: i corsi di formazione. La domanda da un milione di dollari è: come si fa vera formazione ad una categoria dove si fa a gara a chi è nato più imparato degli altri, dove tra colleghi ci si s(u/o)pporta a malapena e dove si sbuffa non appena qualcuno vuole insegnarti qualcosa? Personalmente ritengo che la formazione sia non solo utile, ma necessaria. Ovviamente, dovrebbe essere messa in atto in forme dalle quali siamo distanti anni luce (e che forse non raggiungeremo mai).

Per carità, etica, deontologia, privacy, videoediting, critica televisiva sono cose importanti. Ma la sfida più immediata per la nostra professione è quella della sopravvivenza a ciò che è stato lo tsunami degli ultimi anni: la proliferazione della professione online (anche in modo selvaggio), l'esercizio indiscriminato di strategie per rendere il giornalismo un bene commerciale come qualunque altro, il blogging mascherato da notizie verificate, le strategie di marketing per rendere la scrittura un mero esercizio di SEO e SERP.

Per chi non avesse ben presente il quadro della situazione, ci troviamo ad un punto in cui alla maggior parte degli iscritti all'Ordine deve essere spiegato cos'è e come si usa internet, scendendo poi nello specifico del funzionamento di testate online, blog, social, eccetera. A chi già usa gli strumenti e ne ha acquisito un minimo di dimestichezza, bisognerebbe però anche far capire che la fantomatica “rivoluzione” tirata in ballo a destra e a manca è soprattutto culturale e di identità professionale.

Perchè dovrebbe esistere ancora un giornalista se andiamo sempre più verso un'informazione dove chiunque abbia le dita per battere su una tastiera si vende (si fa per dire, ci fosse qualcuno che paga...) al pari di chi ha fatto un percorso professionale, ha un'esperienza acquisita e conosce i “suoi” diritti/doveri? Questa è la risposta che dobbiamo provare a darci quanto prima. Per avere una base concreta dalla quale (ri)partire.

Vogliamo parlare di settoriale e di approfondimento, quando ben sappiamo che questa rimarrà una fetta importante ma minoritaria del panorama del giornalismo? Ha ancora senso parlare di carta stampata e di web come realtà contrapposte? O magari dobbiamo renderci conto che siamo, prima di tutto, una categoria che deve recuperare autorità, dignità lavorativa?

In ogni settore giornalisticamente affrontabile vanno combattuti i fenomeni che hanno tolto qualità e rispetto alla nostra professione. Penso che non ci sia bisogno di esempi, ogni giornalista potrebbe riportarne a centinaia (salvo poi, magari, cadere in comportamenti che altri stigmatizzano a ragione). Per troppo tempo tanti giornalisti – soprattutto quelli che spesso “portano il vessillo” in giro - sono rimasti adagiati sugli allori di una rendita di posizione che non ha fatto che generare confusione, insicurezza, disoccupazione, scarsa innovazione e nessuna voglia di confrontarsi coi tempi che corrono. Questo detto senza cercare aride colpe o responsabilità, sia chiaro. Però mai come adesso, l'espressione “scendere dalla torre d'avorio” è azzeccata. Consiglieri dell'Ordine Nazionale, siete in ascolto?


Eppure (e non è una provocazione) ora più che mai è inutile lanciare anatemi contro l'Ordine dei Giornalisti e sbraitare per l'abolizione. Un Ordine serve, anzi è necessario. Ma un Ordine al passo coi tempi, veloce e combattivo, che tuteli davvero chi lavora correttamente (o chi vorrebbe lavorare) e punisca chi contravviene alle regole. Lo so, è fantascienza. O forse è fantascienza adesso, ma sarebbe meno fanta e più scienza se la consapevolezza che il futuro incombe spingesse tutti a passare dalle parole ai fatti.

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