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martedì 11 febbraio 2014

Nebraska: se il road-movie è uno Stato (mentale)

Da Billings, Montana a Lincoln, Nebraska: e nessuno riuscirà a fermarlo. Chi? Ma il vecchio Woody Grant, nome classico scolpito nella roccia come i tratti del suo interprete, quel Bruce Dern reduce da cento battaglie da faccia cult dei seventies. Dirige Alexander Payne, campione del cinema satirico-intelligente con star (Giamatti, Nicholson, Clooney...) che si finge indie, stavolta non sceneggiatore (una mossa molto umile, essendo lui vincitore di due Oscar per la scrittura...) ma coadiuvato dalla penna di Bob Wilson.
Ma dicevo, da Billings a Lincoln: un viaggio attraverso tre stati, da oltre 700 chilometri, che l'anziano testardo è disposto a fare anche a piedi perchè crede di aver vinto un milione di dollari, come recita un volantino che gli hanno spedito. E che invece è il classico espediente per raggirare gli anziani, e spillare soldi attraverso un abbonamento. Ma chi se ne frega: lo spunto è labile, narrativamente, ma Woody ci sta aggrappato con le unghie e con i denti come solo vecchi e bambini sanno fare, e a niente valgono le bonarie, pazienti e sagge parole dei familiari per farlo desistere. Cocciuto come un mulo, il vecchio è disposto a mollare casa, moglie e due figli (grandi, però) e crepare facendosi a piedi l'autostrada. Lo vediamo fin dall'apertura, questo suo simbolico gesto, che ce lo presenta come chiaramente quasi del tutto partito di testa
Attenzione all'analisi banale che poi è la tipologia del film: tutta la pellicola è un viaggio non soltanto fisico, ma anche e soprattutto metaforico, attraverso il quale conosceremo sempre meglio questo scorbutico personaggio sulla soglia della demenza senile. La cosa buona è che Woody-Dern non fagocita tutto, ma lascia spazio alla sua controparte, ovvero il figlio David (Will Forte) triste, sensibile e generoso. A rischio fallimento esistenziale, tale e quale a quello del padre.
Un padre (che poi, padre! Aspettate di sentire l'aneddoto sul concepimento della prole...) che genitore non è mai stato davvero: assente, alcolizzato cronico, rozzo, taciturno, sostanzialmente egoista. Merita tutta la gentilezza e i gesti d’amore che gli vengono riservati dal tenero David?
Payne e Wilson rimangono vaghi, ma la loro posizione è evidente: ci mostra dei figli comunque amorevoli (quindi, presumiamo, mai maltrattati o vittime di torti e traumi), una moglie brontolona ma in fondo protettiva e comprensiva nei suoi confronti, una storia familiare triste alle sue stesse spalle… Woody è un uomo che non riesce a rievocare ricordi felici neppure nella casa della sua infanzia, ma soltanto l’eco delle cinghiate che buscava se osava entrare nelle stanze dei genitori. Che cosa ci dice questo? Il pregio degli autori è di non mettere mai in primo piano o in competizione dettagli simili con il profilo sostanzialmente ambiguo dell’uomo al centro degli eventi.
Se mai, ad emergere è la buffa e tragica meschinità degli ex concittadini di Woody, alcuni sinceramente felici per lui, ma altri prontissimi ad approfittarsi della fantomatica fortuna vinta dall’uomo – e ovviamente i primi in questo caso sono alcuni dei familiari, gli stessi che non hanno esitato ad approfittarsi anni addietro dell’incapacità di Woody di dire di no alle richieste di favori e/o di aiuto.
Curiosa poi la figura dell’ex amico-socio-rivale Ed (uno Stacy Keach azzeccatissimo, che canta pure Elvis al karaoke!) emblematico nel rappresentare l’animo più oscuro, viscido e finto-vittimista delle persone messe di fronte all’occasione che fa l’uomo… millantatore di crediti.
Le colpe dei padri ricadono sui figli, senza rancori (?): David è cresciuto insicuro, è moderatamente depresso, non ha particolari aspirazioni me è gentile e amorevole. Il fratello maggiore è più indipendente e realizzato, più pratico e meno sentimentale, ma non per questo meno attaccato alla famiglia. Payne, fortunatamente, evita il registro banale e abusato del conflitto familiare e mette in scena una famiglia “normale” (si fa per dire) dove non c’è costante tensione e non si parla per frasi fatte e urlate. Molti sceneggiatori dovrebbero prendere nota dal copione orchestrato da Wilson. Il quale opta per un registro rilassato, sardonico, un umorismo che fonda le sue gag più sull’assurdità degli eventi e la goffaggine del vecchio protagonista (la dentiera perduta in mezzo ai binari, la cocciutaggine che non gli fa sentire ragioni, il non-dialogo con il resto del mondo) che su battute studiate o situazioni strumentali. Tutto fila liscio, tra quadretti irresistibili, vedi i cugini buzzurri e ignoranti come capre, che parlano solo di motori, come però fanno poi in modo demente anche i loro vecchi, riuniti a fissare intontiti il football in tv.

L’incedere della demenza senile di Woody gli fa meritare la concessione delle attenuanti generiche e il perdono finale? È una domanda etica che spunta naturale. La risposta è sospesa e spetta a noi.
Per il resto, Nebraska è un film che merita (soltanto) la candidatura all’Oscar, perché ben scritto e meglio diretto: ma l'insieme risulta forse un po’ troppo costruito per coinvolgere – e soprattutto commuovere – davvero fino in fondo. Ci si diverte, si ghigna amaramente, si assiste in punta di piedi all’ultimo (o penultimo?) atto di una vita forse buttata, e alla sua misera (anzi, nulla) eredità. Nebraska è un film che deve essere visto, perchè è senza dubbio uno dei migliori della stagione: starà poi alla sensibilità di ognuno stabilire se la statura tragicomica del suo protagonista meriti o meno le sperticate lodi che molti gli tributano.

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