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venerdì 21 febbraio 2014

La morte in diretta. E la morte indiretta.

Olesya Zhukovskaya ha 21 anni, fa il paramedico e si trova in mezzo agli scontri in corso a Kiev.
Improvvisamente, viene colpita da un proiettile al collo.

La foto che ritrae Olesya colpita e sanguinante, con una mano al collo e l’altra al cellulare…

Mi sono fermato mentre stavo componendo la frase e la lascio così com’è.
Qualcuno, in quella foto, sta portando via la ragazza per soccorrerla. Gli stessi soccorsi che le salveranno la vita, come le stessa ha poi comunicato. In mezzo a proiettile e foto, il cellulare. Stretto in mano da Olesya e utilizzato per comunicare la propria morte incombente.

La tragedia e la spettacolarizzazione (o informazione, chiamatela come volete, anche qui si potrebbe dibattere ore) del dramma. Subito diventa simbolo.

Una ragazza, ferita, consapevole di essere probabilmente a pochi minuti dalla fine, comunica la propria morte al mondo tramite Twitter.

Come possiamo trascurare un fatto di questa portata? Come possiamo lasciarlo scorrere via nel flusso del resto delle notizie del giorno senza valutarlo come punto di arrivo, di non-ritorno o di partenza di una nuova forma di probabile e inquietante in-sensibilità da condivisione?

Il tweet di Olesya viene non soltanto ri-twittato migliaia di volte, ma anche inserito nei preferiti di molti utenti.

Quando sento gran parte della gente scherzare sulla pornografia e/o sulla passione di alcuni per i film che mettono in scena splatter, snuff movies e torture varie, non posso fare a meno di pensare ad episodi come questi. Non posso evitare di chiedermi come si possa anche solo pensare che la fiction possa rivaleggiare con qualcosa di reale – con la pornografia del reale, di cui la morte è uno zenit - che inconsapevolmente passa, senza filtro, attraverso la nostra umanità, la trafigge riempiendola di crepe, e, ad ogni episodio simile, la riduce di parecchie unità, abbassando la nostra soglia della percezione del moralmente accettabile, dell’eticamente recepibile.
Senza rendercene conto.

La morte indiretta della nostra sensibilità.


Questa storia, come detto, ha fortunatamente un “lieto fine” perché Olesya (o chi per lei) ha twittato da poco, dal suo stesso account, di essere viva. Le auguro con tutto il cuore di non dover mai più avere occasioni per raccontarci la sua morte.

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