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lunedì 10 febbraio 2014

A proposito di Davis: l'insostenibile repulsione del talento

1961. Il folk non è ancora un genere che interessa alle major musicali e nel panorama underground newyorkese gli interpreti sgomitano per emergere, tra esibizioni ad offerta libera, incisioni di gruppo, dormite sui divani di chi sta meglio, e così via. I fratelli Coen, con A proposito di Davis, dipingono un affresco ben riuscito e agrodolce attraverso una figura minore di quell'epoca, l'immaginario Llewyn Davis modellato sul realmente esistente Dave Van Ronk. Perchè a loro piacciono i perdenti, i tormentati, i complessi: e difficilmente qualcuno sa ritrarli con amorevole distacco e oggettiva passione come loro. Un'opera straziante e divertente che traccia realisticamente il profilo di un talento “non così talento” e lo segue in un breve tratto della sua sgangherata esistenza senza cadere, nemmeno per un secondo, nel patetico o nel tranello di finire per tratteggiarlo come uno a cui tutto va male perchè è “un poverino”.
Llewyn è un personaggio sfaccettato, indolente, troppo sicuro di sé sul versante artistico quanto bisognoso di conferme su quello umano. Distratto, arrogante, disordinato, menefreghista, immaturo, ma anche sensibile, adorabile per certi versi, eppure spigoloso e poco socievole: un vero e proprio riccio pronto a chiudersi di fronte a chiunque non sappia riconoscere il valore della sua persona e della sua arte, non troppo semplice da scorgere sotto quella scorza.
Che i Coen non vogliano farcelo amare, e rigettino il meccanismo dello “sfigato che ami in quanto sfigato”, è chiaro da come ce lo mostrano rapportarsi agli amici, ai parenti, alle amanti e a più riprese alla delicatissima responsabilità di essere (forse) padre. 
Quindi, quasi ad equilibrare, ci tirano in mezzo un gatto, Ulisse, che a differenza di lui sa ritrovare la strada e tornare a casa (vera o simbolica che sia), ed ha un sosia identico e altrettanto bello, simpatico e intelligente. Ecco, a me questo filo conduttore del gatto, per quanto elegante e per niente pretestuoso, non ha intrigato più di un tot. Il gatto è una facile scappatoia e una facile metafora per riempire buchi e dare consistenza al personaggio umano. Ma forse dipende dalla mia sostanziale freddezza verso i gatti: sono sicuro che invece sarà un elemento apprezzatissimo dalla stragrande maggioranza di pubblico e critica.
Non è facile comunque digerire tutto il film, specialmente nella sua parte centrale forse un po' troppo compiaciuta, quella del viaggio a Chicago con due improbabili compagni di auto, il vecchio jazzista logorroico e supponente di John Goodman e il suo taciturno “valletto” Garrett Hedlund, che pare non essere uscito dall'auto di On the Road. Eppure anche lì, dopo la sequenza dell'arrivo con quel piede ficcato nella neve e il tormentato provino con il leggendario produttore Bud Grossman (ovvero l'iconico F. Murray Abraham), torniamo più che mai a fare il tifo per Llewyn Davis. Che sarà costretto, forse un po' ingiustamente, ad abbassare la cresta. E il suo orgoglio gli impedirà di acciuffare in extremis un'opportunità forse poco stimolante ma comunque capace di farlo rimanere nel giro.
Una struttura circolare, quella del film, che si apre e si chiude su una bellissima esecuzione di “Hang me, oh hang me” da parte di Llewyn, nel piccolo e fumoso Gaslight Cafè, prima di pagare l'ennesimo prezzo del suo caratteraccio. Lì, messo a terra e accasciato contro il muro, ci saluta un Davis che forse ha abdicato la sua arte per un futuro triste e marinaresco, o forse no. Le nostre strade si dividono, mentre sappiamo che quelle del folk rock avranno un protagonista (quello sì, epocale) che abbiamo appena intravisto calcare il palco dopo il nostro personaggio.

Realizzato in maniera formalmente impeccabile e con cast ispirato, dal protagonista Oscar Isaac che canta come non ci fosse un domani alla coppia Carey Mulligan (tanto scorbutica nel privato quanto delicata nel canto) - Justin Timberlake, con il solito occhio perfetto e irresistibile per comprimari e caratteristi, Inside Llewyn Davis è un film che farà la gioia dei musicofili americanofili, che rimane una visione piacevolissima per tutti gli appassionati di cinema, ma che, come la sua narrazione, rimane un po' piegato su se stesso. Però, a uno come Llewyn Davis, alla fine gli si vuole bene nonostante tutto. Ed è un miracolo che riesce solo al grande cinema.

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