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giovedì 27 marzo 2014

Perchè un giornalista non deve essere un commerciante di notizie

Avete notato che sempre più spesso gli articoli delle testate giornalistiche online sembrano essere gli stessi? Cavolo, io non sto proprio fisso davanti al pc, ma a volte vedo nel giro di un giorno cinque-sei testate, e sono quelle maggiori, spiattellare la stessa identica notizia con un taglio leggermente differente, con titoli che cercano disperatamente la keyword giusta, e spesso con immagini d'anteprima uguali. Sono quasi impazzito per evitare di vedere ovunque quel dannato First Kiss, tanto per citare una “notizia” (virgolette d'obbligo) recente e conosciuta.
Poi leggo un interessantissimo articolo de Linkiesta sul fenomeno del picking (quello appena esemplificato) e, subito dopo, un pezzo su Internazionale che mi ha fatto accapponare la pelle.
Il primo, di Andrea Coccia, si chiede se giustamente non sia il caso di fermarsi in tempo e tornare a fare del
giornalismo genuino e non schiavo dei numeri e delle condivisioni; il secondo, di rimando, ha l'eloquente titolo di “
Quando il giornalista viene pagato per il traffico che produce”, e presenta esempi di come alcune testate straniere (l'indagine originale è del NY Times) si orientino a pagare i collaboratori in base ai “numeri” che producono, ovvero clic e contatti.
In pratica, i giornalisti come PR della notizia (qualsiasi), come spacciatori di roba “meglio tagliata” o forse solo tagliata più in fretta per battere altri sul tempo. O ancora, chi ha più follower e/o una rete forte e numerosa di conoscenze virtuali può battere chi scrive meglio o produce notizie migliori. Contano solo i numeri.
Se questa prassi può passare per notizie flash e breaking news, soprattutto se settoriali (finanza, marketing, politica, cronaca) dove va a finire l'essenziale e peculiare approfondimento? Perchè ormai una breve e sintetica “notizia”, che racconta un fatto, la sanno fare anche i computer (è recente l'esperimento sugli aggiornamenti sui terremoti). Ma la variabile, importantissima, dell'originalità e della creatività, dell'analisi e dello scavo in profondità? Del punto di vista unico, umano, e argomentato della persona che scrive?
I giornalisti non sono molto bravi con i numeri”, si legge nell'articolo che m'ha inquietato. No, con quei numeri non DEVONO esserlo. I numeri sono ingannatori. Soprattutto quelli che vengono sbandierati per far propaganda alla propria attività online. Il clic è un freddo dato numerico, non è garanzia né di ritorno economico – ormai ossessione imperante - né tantomeno di qualità dell'informazione.
Secondo questo ragionamento, tutto ciò che fa clic e ascolti sarebbe giusto, legittimo e dignitoso.
Se i giornalisti stessi, per rincorrere quei numeri che nel giro di poco tempo inizieranno a contare sempre meno, producono notizie che non hanno alcun valore reale ed anzi difficilmente posso essere definite “notizie”, come potremo più stabilire un criterio di credibilità?
In questo modo non si potrà più accettare nemmeno una critica al modo di fare giornalismo di – per dirne uno – Studio Aperto: un tg che, ragionando in questo modo, non fa altro che dare a un certo pubblico quello che vuole, in relazione agli ascolti (se non funzionasse, cambierebbe radicalmente). Quindi dove voglio arrivare? Ad affermare che quella dei numeri e del dare al pubblico quello che piace è una palese giustificazione e non regge, ovvio.
Ascoltare i propri lettori/utenti non significa utilizzarli come un mercato e di riflesso mercificare la notizia. O credete che i post di Repubblica.it su gattini, gossip e fotomontaggi abbiano giovato all'autorevolezza e all'immagine della testata? Davvero, fermandosi a riflettere un momento, si preferisce barattare il rigore e la credibilità per qualche migliaio di clic e commenti perlopiù negativi e sarcastici? Riprodurre contenuti identici ad altri siti è una politica giornalistica accettabile?
Perchè deve esserci differenza tra un blog qualsiasi e una testata giornalistica. Perchè, con i tempi che cambiano a velocità supersonica, chi svolge questa professione deve trovare davvero qualcosa di utile da dire, da raccontare, da approfondire.
L'originalità paga. Crea qualcosa. Di sicuro non si potrà più fare a meno del rilancio delle tante notizie che arrivano da fonti autorevoli dalle quali in moltissimi attingono.
Ma il lavoro del giornalista dovrebbe essere quello di rendere ogni notizia capace di “dare” qualcosa in più al proprio pubblico. Un copia e incolla e mischia è ingeneroso e deleterio per la categoria e la professione.
Purtroppo quella cosa chiamata “etica”, che negli svariati ambiti della vita chiamiamo “coscienza” (solitamente incitando gli altri ad averla) non si può inventare e distorcere come preferiamo.
L'etica di un giornalista è forse al giorno d'oggi l'unica cosa che rimane a chi vuole davvero fare questa professione credendoci un minimo.

Quasi certamente continua...

2 commenti:

  1. Caro Gianc, te ne sei accorto pure tu eh!? Io delle volte ho avuto l'impressione di essere precipitato dentro un enorme "giorno della marmotta" internettiano. Dove ogni luogo virtuale visitato è uguale al precedente. Non c'è dubbio, l'originalità paga, ma a lungo termine. Sul breve, purtroppo, pagano i clic. Dobbiamo diventare lettori più attenti e imparare a distinguere il fake dal mix, la mezza verità dalla balla tutta intera. Prima o poi, più poi che prima, il giorno della marmotta finirà ;)

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    Risposte
    1. Già, il giorno della Marmotta... ma la questione è purtroppo serissima. Capisco l'esigenza di campare, ma se non tiriamo fuori un po' di rigore morale su quello che è giornalismo e quello che non lo è, non potremo più definirci una professione e fare dei distinguo sui fini nobili e utilità pubblica, per non parlare della missione fondamentale, raccontare e argomentare...

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